Seminari METIS: verso la seconda fase

Ripartiamo da una 'restituzione' riguardante l'ultimo seminario tenuto a Roma

Seminari METIS: si è conclusa a Roma la prima serie di seminari cominciata a Napoli l’11 ottobre. Sviluppiamo la nostra riflessione partendo dai lavori di gruppo - sono stati 14 -  di quest’ultimo semimario


1. Tra Incredibilità ed incredulità
Mai avrei pensato. Mai avrei creduto.


Il gruppo I ha scelto come proprio nome “incredibili” e come slogan “Mai avrei pensato” di restare così deluso/a, di sentire cose così sorprendenti; “mai avrei pensato” di trovarmi in un simile caos, mai avrei pensato di trovarmi in una simile temperie di pensiero.
Queste sono le frasi coniate dal gruppo I del seminario METIS di Roma che concludeva la prima serie di sei seminari. Il gruppo si è raccomandato di evidenziare il significato doppio di entrambi gli enunciati. Forse questa frase riassume il senso di tutta la prima parte di questo percorso e per quanto ci riguarda la speranza che un metodo di confronto e di pensiero si sta facendo strada tra i docenti partecipanti: quelli de-lusi e quelli in-lusi. Il nostro scopo principale in questa fase era creare la possibilità di una conversazione produttiva basata sulla solidarietà umana piuttosto che sulla solidità degli argomenti, delle conoscenze, delle soluzioni pratiche. Se un gruppo deluso ed uno illuso dialogano perché sentono allo stesso modo la precarietà della situazione - il dolore di non vedere chiaro, il timore di essere disarcionati dalla propria illusione - allora forse si potrà costruire un discorso comune. In de-ludere e in-ludere c’è un termine comune “gioco” e nei due termini il senso di voler uscire dal gioco e voler entrare in gioco. Se così è ognuno di noi è dilaniato da questa tensione ogni mattino quando si avvia a compiere questo lavoro bello e difficile, se farsi coinvolgere o tenersi fuori. Allora il dilemma del gruppo è il dilemma di ciascuno, restare insieme significa che ciascuno riconosce nell’altro una parte di sé, e trovare una frase che nella sua doppiezza riassume tutto questo è ‘geniale’ e semplice al tempo stesso: significa aver costruito un gioco che va oltre la contesa tra delusi ed illusi. E non ci stancheremo mai di ripetere che questa nostra contraddizione, sentita nel vivo della carne, è la stessa che vivono i nostri giovani allievi nelle fasi di trasformazione e solo sperimentandola nuovamente e diventandone consapevoli noi stessi possiamo essere guida autorevole ai giovani, comportarci da adulti che rispondono alla loro richiesta di accompagnamento e guida. Dunque il gruppo I di METIS di Roma è forse il miglior interprete di un percorso che ha attraversato 6 città a partire dal 17 settembre al MIUR.
Niente di più distante dal pensiero pensato dei delusi e degli illusi del gruppo I!
Vero!
Ma è proprio questa una delle funzioni del formatore, riuscire a ‘mentalizzare’ processi taciti, competenze ‘informali’ e tacite e rendere ciascuno consapevole di un processo che esiste solo dopo essere stato nominato. La restituzione ha la funzione essenziale di riuscire a dare un senso, o ridare senso a processi altrimenti sfuggenti. Forse i delusi del gruppo I erano solo un po’ arrabbiati e stanchi, preoccupati di restare di nuovo soli dopo tre giorni di solidarietà; forse gli entusiasti del gruppo I stavano solo costruendosi un’illusione per affrontare lo stesso disagio, ma entrambi senza saperlo, col semplice gesto di non estraniarsi, di non opporsi stavano costruendo qualcosa di più grande e noi stiamo qui a ricordarlo. E se loro vorranno fare proprio questo pensiero si accorgeranno che nessuno preso singolarmente lo ha pensato ed è invece il pensiero di un ‘noi’ che ha precariamente cominciato ad esistere: un noi che genera forza ed energia per ciascuno preso nella sua individualità. Anche questo è un processo che riguarda direttamente i giovani allievi di una classe se sappiamo con loro costruire occasioni di autentico confronto come quelle che abbiamo sperimentato nel seminario. E su questo punto è necessaria una riflessione approfondita sulla nostra idea di individuo. L’idea dominante di individuo che ha radici culturali lontane ma che si è bene adattata a relazioni dominate dal mercato è quella dell’individuo assoluto, sciolto da legami, con la falsa coscienza dell’eroe e con la realtà della solitudine e dell’impotenza. Non si tratta quindi di una realtà, ma di una ideologia, reificazione di una illusione o falsa coscienza che è alla radice di molte altre pericolose e antisociali ideologie.
L’idea di individuo che emerge dal “noi”, dai processi di conversazione sociale è quella invece di individuo ricco di legami che lo sostengono che è capace d’azione in quanto mobilita energie sociali, in quanto le energie sociali passano attraverso la sua persona e la sua persona è parte di questa energia generale. Entrare in gioco o restare fuori dal gioco ci rimanda alla tensione tra una autonomia individualistica che sfocia nell’impotenza solipsistica e una dipendenza dai legami che sfocia nella sovranità della persona padrona di sé stessa. E’ questa tensione tra opposti bifronti che a volte ci è intollerabile e fa scoppiare – rompere la coppia degli opposti – se non ci fosse un ‘noi’ che aiuta a tollerare l’intollerabile.


2. Sguardo 3D
Il gruppo L (non ricordo quale sia con precisione) è entrato nella classe 3D subito dopo una reazione in cui è stato presentato un ‘modello 3D’ per i processi di conoscenza, un modello in cui non c’è solo il soggetto e l’oggetto in una relazione lineare, ma una relazione complessa in cui intervengono anche gli altri, le relazioni sociali e le emozioni connesse, ed intervengono linguaggi, tecnologie, utensili che sono il terreno di mediazione tra la visione personale e le relazioni. Dunque questo nome TREDDI’ è stato subito associato a quel modello e usato come ‘mediazione’ per la significazione del gruppo. E’ uno splendido esempio di come la significazione sia un processo creativo in cui si ricombinano assieme gli elementi del reale con la realtà specifica di ciascuno nutrendosi di ciò che l’ambiente offre: in questo caso una banale etichetta con la scritta 3D il cui significato reale non ha nessuna relazione con gli eventi che le persone stanno vivendo, ma che un processo riflessivo di gruppo ‘ri-significa’. E’ quello che stiamo cercando di fare con la nostra professione, forse scelta per caso o per necessità o per profonda vocazione, ma comunque sballottata da mille tensioni senza che possiamo fermarci sul senso di questa esperienza per noi. Questo tre giorni, come ha detto qualcuno sono serviti soprattutto a ritrovare un senso, a vederci in 3D.


È lo sguardo divergente che costruisce la profondità
“A tutti era piaciuto il nome 3D. Qualcuno dice che questo nome ci è capitato – siamo nell’aula della “terza D” dell’ITC Lombardo Radice - e dobbiamo dargli un senso, così come ci capita una classe e ne dobbiamo ricavare un senso.
Maria dice che quell’unica volta che ha visto un film 3d ha sperimentato la sensazione di entrare dentro, di essere parte della storia, quindi il 3d è qualcosa che include, che ti coinvolge. Manuela dice che la sua bimba ha paura del 3d, quindi forse occorre ogni tanto mettere distanza e riflettere, per poi lasciarsi coinvolgere. Diana e Emilia convengono che è lo sguardo la cosa fondamentale, lo sguardo che costruisce la profondità. Marisa dice la realtà è già in 3d, ma per vederla ti devi mettere gli occhiali. Come dire che se non ti doti di un mezzo, di una disposizione non vedrai quello che già è.
Ivano spiega che la terza dimensione si vede perché le due lenti sono diverse e danno prospettive divergenti, è il fatto che vi è uno sguardo divergente sulla stessa cosa che costruisce la profondità.”
(segue)

3. Gli argonauti
La missione era impossibile, i ragazzi non lo sapevano, ma ci riuscirono
SI PUO' FARE

4. La Fenice.
Siamo lievito! Quindi mettiamoci in mezzo a questa farina
5. CONTAMINAZIONE E FIDUCIA
6. E a noi chi ci paga?

Certo che essere adulti è proprio un fatto anagrafico

 

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17 ottobre 2017

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