Il diritto alla rabbia, i diritti della rabbia

[caption id="attachment_1187" align="alignleft" width="323"] La rabbia, nel disegno di un adolescente molto arrabbiato[/caption]

Quando per anni le stesse persone ti hanno impedito o limitato la possibilità di realizzarti

Quando per anni quelle stesse persone hanno usato la ragione e la tua ragionevolezza non per aiutarti a migliorarti ma per importi di subire un destino per te inevitabile ma non per loro.

Quando per anni qualcuno ha monopolizzato la sfera pubblica, ha sequestrato ideali e speranze non per realizzarli ma per ottenere deleghe in bianco.

Quando per anni hanno eccitato il tuo malcontento non per aiutarti a cambiare la tua sorte ma per accumulare un capitale di rabbia da agitare al fine di accrescere il proprio potere.

Quando zii, nipoti, partenti, amici, il figlio del portiere di quel potente, la cugina del salumiere di quello stesso potente, fruiscono dei favori piccoli e grandi di costui mentre tu che non puoi vantare alcuna contiguità neppure indiretta e vivi oltre il sesto grado di separazione non hai neppure diritto di protestare.

Quando vedi che la crisi c’è per tutti tranne che per loro.

Quando vedi che il loro aumento mensile è  superiore al tuo intero stipendio.

Quando hanno catturato col le blandizie e il ricatto la tua fiducia  per tradirla sistematicamente.

Quando è successo tutto questo, quando è diventato di pubblico dominio che le cose stanno in questo modo e che tu non soffri di un privato complesso di persecuzione come loro hanno sempre tentato di farti intendere.

Quando non hai nulla da perdere perché hai già perso tutto quel poco che potevi perdere

Allora e solo allora hai diritto ad essere arrabbiato.

Allora e solo allora chi non ha nessun diritto ha almeno un diritto: quello alla rabbia; e quell’unico diritto è il fulcro della leva con cui può sollevare il mondo. Da quel momento difenderò quell’unico diritto come la cosa più preziosa. Levatemi la rabbia e mi levate ogni potere.

Dunque la rabbia è mia e me la gestisco io. Dio me l’ha data e guai a chi la tocca.

Per carità, non ci azzardiamo.

Senonché, c’è la famosa faccenda degli effetti collaterali, altrimenti detto ‘viene colpito il giusto per l’ingiusto’. Qui gli effetti collaterali sono seri.

la rabbia rappresenta la tipica reazione alla frustrazione e alla costrizione, sia fisica che psicologica” (la prima frase trovata nel web)

Effetti collaterali

Quando sei arrabbiato non senti più ragione, quando sei arrabbiato la ragione ti fa arrabbiare ancora di più perché la ragione è usata dall’altro e così avviene per ogni cosa buona e giusta: diventa cattiva per il semplice fatto che sta nelle mani o è stata toccata dall’altro. Addirittura cominci a sospettare di te stesso, se ti accorgi che stai ragionando, che qualche argomento sta facendo breccia ti scuoti e dici: cosa sto facendo? Sto cedendo? Mai!  La rabbia assoluta non ammette cambiamenti ma solo tradimenti, anche quando si tratta di se stessi.  La rabbia assoluta da quando era diretta contro il Nemico  diventa diretta contro se stessi, impedisce il cambiamento, genera azioni obbligate, azioni coatte: non sei più tu ad agire ma è la rabbia che agisce per te, anzi ti agisce: il verbo agire da intransitivo diventa transitivo in barba a tutte le regole grammaticali! Questa si chiama grammatica creativa.

Ma la rabbia di diritti non ne ha neppure uno, è una moneta falsa e dannosa per chi la usa.

La saggezza popolare dice che di fronte alla rabbia non c’è niente da fare: occorre che questa sbollisca, perché si sa che una pentola in ebollizione è intrattabile finché bolle. Però se voi dite alla pentola in ebollizione: fai pure tanto lo so che sbollirai, quella si arrabbia ancora di più e incomincia a menare le mani. Anche ostentare indifferenza non va bene: gli arrabbiati  sono ipersensibili e fiutano subito tutte le manovre di aggiramento.

Allora come si fa?

Modestamente noi ce ne intendiamo sono decine di anni che affrontiamo la giusta rabbia di adolescenti incontenibili.

La prima cosa, come sempre è guardare al sistema e non ad un solo elemento: la rabbia non è dell’arrabbiato ma fa parte di un sistema: l’arrabbiato, la rabbia, colui che provoca la rabbia. Dobbiamo smontare il sistema e non la persona.  Il provocatore di rabbia  è il fuoco che porta all’ebollizione la pentola:  va allontanato dal campo visivo dell’arrabbiato. Dopo un po’ di tempo l’arrabbiato ha una crisi di astinenza: senza il provocatore si sente male, è costretto a guardare dentro se stesso e non più solo fuori di sé. Durante queste crisi  egli tenta ossessivamente di trovare un nuovo nemico, di scoprire una trama che collega  coloro con cui ha relazioni con coloro che sono usciti fuori del suo campo visivo. Qui se avete una certa abilità ed un certo mestiere potreste riuscire a penetrare barriere difensive ormai al limite del paranoico ed indurre un po’ di ragionevolezza per sé.  Questa operazione riesce se voi siete capaci d’amore, ossia  se riuscite a manifestare un sincero interesse per la sua persona e non per il fatto che rientri nelle regole. L’amore anche di una sola persona induce una dissonanza cognitiva, ma soprattutto emozionale che potrebbe incrinare il monolite rabbioso.

I buoni  maestri,  le buone madri, i buoni padri hanno sempre fatto questo, lo sanno fare anche se non hanno due livelli di laurea ed un dottorato in psicologia.

Cosa fanno invece i cattivi maestri? I cattivi maestri si alleano con la parte coatta delle persone, con la parte cattiva, prigioniera di passioni violente che generano violenza e morte.

Il cattivo maestro è in agguato in tutti noi. Noi Maestri di Strada combattiamo ogni giorno la battaglia contro il cattivo maestro che è in noi, contro la tentazione di cedere le armi per un momento, di assecondare sentimenti degradati per avere - noi - un attimo di tregua dal dover testimoniare continuamente che è possibile essere se stessi invece che lasciarsi agire dalle emozioni. Combattiamo quotidianamente per arginare una pressione ambientale che ci dice: rassegnati, non ce la puoi fare, niente può cambiare.  Combattiamo contro l’attrazione fatale verso l’indifferenziato, contro “il dolce naufragare” nel mare dell’indefinito sociale che accoglie tutti nell’abbraccio del nulla, del non essere nessuno.

Queste ed altre simili riflessioni mi girano nella mente da un po’ di giorni. Ho l’idea che ci sia una connessione con il triste spettacolo della sedicente politica.

Stamattina alla radio ho sentito la lettura di un articolo di fondo. C’ una certa rinomata ed antica ditta che sta incontrando qualche difficoltà. I soci della ditta senza cambiare molto nelle proprie disposizioni mentali e nei propri privilegi, hanno deciso di  farsi rappresentare da  un uomo che non gli somigliasse troppo: per la salvezza della ditta si può temporaneamente sacrificare un po’ della propria presenza. Potrebbe andargli male: il nuovo eletto potrebbe prendersi troppo sul serio e farli smontare da cavallo, oppure che qualcuno sentendo puzza di imbroglio non si fidi. In ogni caso è una mossa che cambia il gioco, che costringe ognuno a cambiare posizione. L’unica mossa che forse può farci crescere.

C’è un’altra ditta, per la verità non altrettanto antica e non altrettanto rinomata, che pur essendo ormai invisa ai più resta miracolosamente a galla per la gioia e il piacere degli arrabbiati. Questa ditta ne sta facendo di tutte per sedurre gli arrabbiati, e più si avvicina a loro più quelli sia arrabbiano,

Ora il mio consiglio è di smetterla perché è uno spettacolo squallido, degradante e perdente. Se vogliono salvare la ditta devono fare una sola cosa:  sparire dal campo visivo per un po’ di tempo. Non ho detto levarsi di mezzo, non ho detto rottamarsi, non ho detto ritirarsi per sempre: solo non farsi vedere per un po’. Al loro posto potrebbero esibire qualche faccia nuova, non necessariamente migliore,  magari anche qualcuno che ha un passato non proprio limpidissimo, persone di normale decenza, ma soprattutto che siano facce diverse.

Forse è troppo tardi anche per questo maquillage, ma non è troppo tardi per i tanti che stanno tentando di secondare questo tentativo seduttivo di impiegare le proprie energie a cambiare il volto del provocatore di rabbia piuttosto che tentare di indurre alla ragione l’arrabbiato.

[Cesare Moreno]

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