"Cura ed incuria in educazione" di Cesare Moreno

Pluriversità dell'immaginazione 2013

Queste note sono state curate da Dafna Filippi che studia a Firenze e sta finendo una tesi sui maestri di strada.  Dafna ha aggiunto alle mie parole sfumature e significati che non mi aspettavo, e questo succede sistematicamente nella nostra relazione con i giovani. La ringrazio e le auguro di continuare ad avere questo sguardo giovane.

11 febbraio 2012 – La cura dell'educazione

A cura di Guido Armellini e Cesare Moreno

La serata inizia con Guido Armellini che canta due poesie di Primo Levi

Agli amici

Cari amici, qui dico amici

Nel senso vasto della parola:

Moglie, sorella, sodali, parenti,

Compagne e compagni di scuola,

Persone viste una volta sola

O praticate per tutta la vita:

Purché fra noi, per almeno un momento,

Sia stato teso un segmento,

Una corda ben definita.

Dico per voi, compagni d’un cammino

Folto, non privo di fatica,

E per voi pure, che avete perduto

L’anima, l’animo, la voglia di vita:

O nessuno, o qualcuno, o forse un solo, o tu

Che mi leggi: ricorda il tempo,

Prima che s’indurisse la cera,

Quando ognuno era come un sigillo.

Di noi ciascuno reca l’impronta

Dell’amico incontrato per via;

In ognuno la traccia di ognuno.

Per il bene od il male

In saggezza o in follia

Ognuno stampato da ognuno.

Ora che il tempo urge da presso,

Che le imprese sono finite,

A voi tutti l’augurio sommesso

Che l’autunno sia lungo e mite.

Dateci

Dateci qualche cosa da distruggere,

Una corolla, un angolo di silenzio,

Un compagno di fede, un magistrato,

Una cabina telefonica,

Un giornalista, un rinnegato,

Un tifoso dell'altra squadra,

Un lampione, un tombino, una panchina.

Dateci qualche cosa da sfregiare,

Un intonaco, la gioconda,

Un parafango, una pietra tombale.

Dateci qualche cosa da stuprare,

Una ragazza timida,

Un'aiuola, noi stessi.

Non disprezzateci: siamo araldi e profeti.

Dateci qualche cosa che bruci, offenda, tagli, sfondi, sporchi

Che ci faccia sentire che esistiamo.

Dateci un manganello o una nagant,

Dateci una siringa o una suzuki.

Commiserateci.

Primo levi

 

Cesare Moreno

Se fossero cancellati tutti i trattati di pedagogia, di sociologia dell’educazione, tutte le circolari ministeriali e non avessimo alcun principio a cui appellarci, basterebbero i concetti di cura ed incuria a guidarci nel lavoro educativo. Lo vado dicendo da molto e quando mi è stato proposto questo tiolo sono saltato: ma questo argomento è cucito su di me.  Ci sono voluti anni a capirlo: ho passato i miei primi anni di maestro a occuparmi di vetri rotti, sole negli occhi per assenza di tende, riscaldamenti assenti, scale a chiocciola, gabinetti maleodoranti, solai traballanti, pagelle non disponibili (1983-1994) …. Ho cominciato il progetto Chance (1998) con una dotazione di mezzi straordinari senza precedenti, ma altrettanta incuria nei particolari. Ho passato il 90% del tempo di coordinatore del progetto Chance a curare dettagli non curati: tra i quali quello che la nostra scuola è cominciata (e finita dopo 12 anni) senza avere i banchi: questo porta dritto dritto al 2° teorema di Moreno, (il primo è di Mario Moreno sul sociogramma): state certi che anche nella migliore delle imprese manca di qualcosa di essenziale. (ed ecco perche porta i sandali, anche con 10 cm di neve N.d.r.)

1) la cura va inseguendo ed è inseguita dalla responsabilità

Curare una cosa significa risponderne, se il banco è rotto è anche colpa mia, (corresponsabilità) in quanto tuo maestro e responsabile non solo di te ma anche della tua sicurezza dentro la aula, la scuola. Dire “io della cosa rotta non rispondo”, è un ragionamento forse oggettivamente vero (ma ho sempre ritenuto mio dovere civico e di educatore segnalare e denunciare le disfunzioni), ma è personalmente “brutto” perché indica la mancanza di responsabilità, “i care!”: se io non sono responsabile del banco o di te allievo non empatizzo con te

2) Cura e singolarità

La cosa in sé, qualsiasi cosa, il nome in sé non c'è l'ha. Inizia ad averlo quando la curi, la fai tua; quel piccolo trattato di filosofia e pedagogia che è il piccolo principe lo insegna quando parla delle rose

" ma allora che ci guadagni?" chiese il piccolo principe

" ci guadagno", disse la volpe, " il colore del grano".

Soggiunse:

" va a rivedere le rose. Capirai che la tua è unica al mondo".

"quando ritornerai a dirmi addio ti regalerò un segreto".

Il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose.

"voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente" , disse.

" nessuno vi ha addomesticato e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre.

Ma ne ho fatto il mio amico e ne ho fatto per me unica al mondo".

E le rose erano a disagio.

" voi siete belle, ma siete vuote", disse ancora. " non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messa sotto la campana di vetro, perché è lei che ho riparato col paravento. Perché su di lei ho ucciso i bruchi (salvo due o tre per le farfalle). Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa" e ritornò dalla volpe.  […]

" e' il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante".

La cura rende la cosa, la persona curata, unica per sé; l'educazione è per sé, punta o dovrebbe puntare a far emergere l'unicità di una persona. L’unico non emerge da ciò che si apprende ma dal modo in cui questo accade, dipende dal  modo in cui ti guardo e ti curo

Un esempio di come non riflettiamo sul concetto di unicità: una mamma si è lamenta perché i suoi due figli litigano continuamente per la più piccola apparente stupidaggine; la mamma sottolinea che fa sempre le cose eguali. Ma è proprio questo il punto, in realtà il bambino  chiede una cosa speciale per sé: questo è il difficile per il  genitore e a maggior ragione  per l’insegnante.

Nessuno vuole essere uguale agli altri; nella classe scolastica l’eguaglianza coatta è moltiplicata per 100, la proiezione della fratellanza fra coetanei passa fra tanti “gemelli” impossibilitati a costituirsi come “essere unico”, di avere uno sguardo tutto per sé. La cura ha a che fare con l'unicità; nella scuola, nella relazione educativa l'unicità è fondamentale e si fa con piccoli gesti di cura …

Anche questa idea di unicità o non è una riflessione astratta ma è una riflessione produttiva di precise scelte. Ad esempio come abbiamo crato la figura del tutor nel lavoro di recupero:

Secondo i nostri allievi  nella loro scuola d’origine erano stati vittime di pregiudizi, mentre altri allievi erano stati ingiustamente favoriti dai docenti. Su questa affermazione probabilmente falsa, ma soggettivamente necessaria a conservare un minimo di autostima dopo ripetuti insuccessi scolastici,  cominciavamo a tessere la nostra alleanza educativa dicendo: nella nostra scuola sperimentale le preferenze invece sono  “ufficiali” e controllate. Nelle nostre classi ogni insegnante ha 5 preferiti – furono battezzati come “i coccolini” - frutto di una scelta reciproca; invece di fare le gite collettive, a fine anno, le nostre insegnanti si prendevano ad inizio anno un gruppetto di 5 ragazzi, se li portava in autobus a girare tutta Napoli (con tutte le critiche degli altri trasportati nell'autobus che vedevano ragazzi sguaiati scarrozzati aggiro ...” accussi li istruite?!?” … dopo due giorni ne prendeva altri 5 e cosi via fino ad esaurimento della classe.  Alla fine si decideva in gruppo  la distribuzione dei “coccolini”.

L'affettività, il bisogno di attenzione, di cura di questi adolescenti non veniva esorcizzato ma reso oggetto di confronto.

La cura è un elemento individuale e che restituisce il senso di unicità, specie in un ghetto dove le persone, i ragazzi vengono “non-visti”, costituendosi di fatto soggetti “out-cast”.

Il soggetto “out-cast” sviluppa un circolo vizioso convincendosi di non potercela fare ad emergere nè di venire apprezzato, portandosi ad una recidiva autoesclusione. (traduco ‘out-cast’ con fuori-gioco, e out-side con fuori posto; essere fuori posto può essere tollerabile e conferire persino una patente di originalità; chi è fuorigioco invece non è più in  gioco, le sue azioni non sono né sbagliate né originali, semplicemente non esistono)

3) La cura rende significante cio' che si cura

Carla Melazzini sintetizza in un assioma la possibilità di apprendere da parte dei giovani allievi: secondo l'assioma della significanza  si impara solo ciò che è significativo, ciò che ha senso ed importanza per me nel contesto delle mie relazioni.

Il significato infatti viene fuori da una relazione: la relazione di cura che ti rende unico agli occhi di un altro ed a te stesso. E anche in questo caso il Piccolo Principe ci illumina dialogando con la volpe:

In quel momento apparve la volpe.

"buon giorno", disse la volpe.

"buon giorno", rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno.

"sono qui", disse la voce, "sotto al melo…."

"chi sei?" domandò il piccolo principe, " sei molto carino…"

"sono la volpe", disse la volpe.

" vieni a giocare con me", disse la volpe, "non sono addomesticata".

"ah! Scusa ", fece il piccolo principe.

Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:

" che cosa vuol dire addomesticare?"

[...]

" e' una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami…"

" creare dei legami?"

" certo", disse la volpe. " tu, fino ad ora per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno uno dell'altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo."

[…]

" la mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me .tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio per ciò. Ma se tu mi addomestichi la mia vita,

Sarà come illuminata. Conoscerò il rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi faranno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color d'oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…"

La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:

" per favore …..addomesticami", disse.

" volentieri", rispose il piccolo principe, " ma non ho molto tempo, però. ho da scoprire degli amici e da conoscere molte cose".

" non si conoscono che le cose che si addomesticano", disse la volpe.

Mediante le azioni di significanza, l'individuo matura la sua individualità poiché state scommettendo sulla singolarità, su ciò che lo rende unico...”ciascuno cresce solo se sognato” diceva Danilo Dolci.

4) La cura costruita e restituita istituisce  un rito

C’è una serie di movimenti che noi facciamo in modo rituale, per esempio, la colazione!! Farla in piedi, non è la stessa cosa che preparare il caffé, sedersi a tavola, stropicciarsi gli occhi, cominciare il giorno guardando qualcuno negli occhi.

Attraverso la ripetizione dei gesti, un'azione acquista valore. Il valore di cui parlo è in relazione  con “i Valori” con la V maiuscola e pronunciati con voce grave. E’ una posizione che non condivido, mi pare che si parli dei valori quasi come di una merce, un opzione di scelta tra tante egualmente possibili. Ma ciò che è opzionale per me ha sempre un sapore elitario o settario, e dico che  di mestiere  non faccio il portavalori. Preferisco parlare di legame e creazione di legami, i “valori” di cui si parla con enfasi distintiva derivano dalla “partecipazione a qualcosa” e la partecipazione si realizza in rituali di cura. E’ la ripetizione ritualizzata che porta a sentirci parte di una stessa umanità, che ci fa sentire la solidarietà e l’amicizia come “valori”, ossia come una guida per le nostre azioni. Educare  non ha alcuna relazione con l’‘abituare’ o “conculcare” come qualcuno pensa e dice; abituare o conculcare si fa nell’addestramento canino (e neppure lì funziona la mera abitudine). Si tratta di un processo più complesso di interiorizzazione: la ritualizzazione consente al cuore di prepararsi, ossia di coniugare l’apprendimento di un comportamento con la partecipazione emotiva. Di nuovo “Il Piccolo Principe”

“non si conoscono le cose che si addomesticano”  [...]

"che bisogna fare ?" domandò il piccolo principe.

"bisogna essere molto pazienti", rispose la volpe. "in principio tu ti sederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino..."

Il piccolo principe tornò l’indomani.

"sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora", disse la volpe. "se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore... Ci vogliono i riti"

“il mio cuore si prepara”...

Nell’attesa c’è lo spazio delle emozioni personali; l’attesa non è perdita di tempo ma prolunga il tempo: prolunga, fino al momento della ripetizione del rito, il piacere provato. Dovrebbero sapere questo quei troppi psico-sociologi improvvisati che dicono: “ma dopo la scuola i ragazzi tornano in un ambiente che gli insegna il contrario”.  La scuola che sa dare ai propri allievi il piacere di apprendere viene desiderata finché non ritorna. La cosa più straordinaria che ci è capitata con gli allievi  un tempo emarginati è che ci telefonassero per dire: quando comincia la scuola che mi annoio.

Tutto questo non è una licenza poetica o riflessione astratta ma si è tradotto in scelte concrete. Ad esempio “la brioche contesa”.

E’ successo questo: gli “evasori scolastici”  arrivavano prima dell'orario, verso le 8, 8 meno un quarto, attendevano la massa e quando questa arrivava invece di entrare a scuola se ne andavano al bar a far colazione... E non si capiva perché non facessero colazione prima di arrivare a scuola. Abbiamo capito che nelle loro case questo rito era assente o mal gestito, così abbiamo istituzionalizzato questa situazione  creando “lo spassatiempo” : acronimo per spa(zio) s(cuola) s(icura) e a(ccogliente) tempo”, ma anche il nome dei semi di zucca un tempo in uso nelle fiere che indicano un prodotto di scarso valore nutritivo ma significativo del ‘perdere tempo’ in modo socializzante. Questo spazio presieduto da “mediatori” addestrati – i genitori sociali- ci permetteva di gestire con profitto la transizione tra casa e scuola.

Lo “spassatiempo” diventava di fatto una zona di libero scambio presidiata ( dai genitori sociali, educatori appositamente formate) contro le eventuali fughe dall'edificio, contro le frequenti esplosioni di rabbia, stress malessere dei ragazzi che essi esternavano disturbando; in questo spazio  venivano accompagnati a “sbollire” .

Un altro esempio riguarda le sigarette; quanti di noi fumavano nei bagni della scuola e quanti ragazzi tutt'ora lo fanno? I nostri ragazzi fumavano, anche 30 sigarette al giorno, una volta entrati a scuola avevano la regola che ci dovevano consegnare i pacchetti; permettevamo loro di fumare, 3 sigarette al giorno e fuori all'aperto in una zona di fumo controllata “ah, ma li fate fuma'!?” “ si, ma vuoi mettere che fumarne 3 o fumarne 30 è una bella differenza?!?” noi non volevamo cercare di farli “smettere” il nostro obbiettivo era cercare di ridurre la situazione dannosa attraverso il rito della consegna ritualizzata dei pacchetti e della distribuzione controllata delle sigarette. Ma tutto questo era anche una manifestazione di cura, aiuto concreto a porre sotto controllo una pulsione altrimenti irrefrenabile: abbiamo avuto delle vere e proprie crisi di astinenza che è stato difficile contenere, ma la consegna delle sigarette e del cellulare è diventato gradualmente un rituale d’ingresso che marcava il passaggio dal mondo delle pulsioni selvagge a quello della ragione (tentativo di usare la ragione sia chiaro)

E tutto questo si è sempre scontrato con una organizzazione, quella della scuola mapiù in generale quella delle istituzioni sedicenti sociali che non considerano mai il valore simbolico e relazionale delle cose. Una volta mi è stato contestato dal segretario scolastico di un istituto dove si operava:  “ma le brioches!, materiale didattico!?!??!” “ eh... Le brioches come materiale didattico!!”, alla fine gli ho fatto inserire le brioches nelle spese per il materiale didattico, perché il nostro progetto lo prevedeva e tutte le delibere erano a posto. Ma le brioches sono state sempre l’oggetto e di aspre contese rivelatrici di antichi insoddisfatti desideri. C’è stato anche un assessore dal palco di un convegno che disse “ cosa hanno fatto questi ragazzi per meritarsi la brioche!?!?! A me nessuno mai ha dato in premio la brioche! Antiche frustrazioni impediscono a persone adulte di capire che una scuola accogliente non distribuisce premi, ma cerca di curare le relazioni.

5) il termine cura si usa anche in campo tecnico

Per dire che  un lavoro è fatto bene si dice che è accurato. Il termine cura non riguarda solo l’ambito del maternage, ma addirittura l’ambito tecnico e lavorativo. Questo è interessante, per dire che una cosa è fatta bene prendiamo a prestito un termine dal maternage, cosicché possiamo capire che la cura non è un po’ di coccole manierate ma l’impegno di una intera organizzazione.  La cura come maternage e la cura in senso tecnico si toccano spesso all'interno dello scenario scolastico; prima ho parlato del vetro rotto, del banco fuori uso e della riparazione che ci deve stare dietro, da parte di tutti. Una scuola tenuta bene, ordinata, pulita è una scuola all'altezza del compito, all'altezza di te allievo, piuttosto che al di sotto di te o del ghetto che tu abiti e dove vivi per il resto della giornata.

I luoghi parlano: avete mai notato in quanti istituti onnicomprensivi (istituti professionali insieme per esempio a licei classici nello stesso edificio) ove mai il liceo sia posizionato al piano terra e il professionale al terzo? E avete provato anche a controllare in che differenza di condizioni?

Il razzismo sociale implicito si vede nella cura dei dettagli. Il riso spezzato, considerato di qualità inferiore solo per fissazione consumistica, diventa riso per i cani; questo stesso riso, che nulla ha di meno di quello commercializzato nei supermercati, è stato talora  inviato come aiuto umanitario nel terzo mondo, spedito in sacchi con la dicitura “cibo per cani”: è cibo, ma se ci scrivi “per cani”, il gesto umanitario assume un significato dispregiativo, dimostra la tua incuria, la mancanza d’amore.

6) cure maternali e cure cliniche

Spesso la parola clinica è legata “malato” e “malattia”. Lo psicologo e lo psicologo clinico a maggior ragione  serve, come si esprimono gli abitanti della periferia per “guardare nelle teste delle creature “malate”...”

Non è cosi, gli psicologi clinici  aiutanio noi insegnanti non perché siamo malati, ma perché, riflettendo insieme a loro, impariamo a tollerare le situazioni difficili, la destabilizzazione continua derivante dal confronto con giovani portatori di disagio e sofferenza.

Un parallelo medico tuttavia esiste: così come nessuna malattia è curabile senza “alleanza terapeutica”, non si educa  se non c'è alleanza pedagogica tra ragazzi, educatori, insegnanti; non dobbiamo essere in fronti nemici, noi tre soggetti dobbiamo essere alleati per conquistare le conoscenze e per permettere ai ragazzi di conquistarsi la propria conoscenza.

Un atteggiamento clinico ci permette la giusta attenzione ad assumere correttamente il  malessere. Il malessere è una dimensione implicita, compresa nel mestiere di insegnante e  nella quotidianità del ragazzo. Anche un gesto semplice come l'offrire la spalla per piangere e poter consolare chi soffre non è scontato. L'essere insegnante comporta il dovere di non essere indifferenti, ma di digerire quella sofferenza che i ragazzi ti sbattono ogni giorno davanti con il linguaggio del corpo, e l'uso spietato della parola e restituendola loro, in maniera “bonificata”. I nostri ragazzi esercitano una didattica su di noi, spietata, un dialogo vero che aveva inizio, in classe, con una locuzione forte, che rende l'idea: “chiudete il gabinetto” era il grido di battaglia quando non volevano sentirci.

Lo spazio della parola va conquistato, ogni giorno e per i ragazzi è un impresa faticosa; dobbiamo fornire ai nostri ragazzi la capacità di diventare locutori, ossia di essere dei ‘parlanti’, di attingere alla parola e affinché non resti in loro solo rabbia. É necessaria la trasformazione delle paure in parola per esprimere il proprio sé, la propria natura che sai inconsciamente di avere ma che scopri ed esprimi quando la parola si fa spazio in mezzo al dolore e ai timori. L'insegnante è colui il quale in-segna, è in grado di marcare con la parola pensieri inespressi. La parola a scuola deve diventare una liturgia e non essere abusata per dare solo ordini e disposizioni, per trasmettere ciò che è noto ma per esplorare l’ignoto che è nel profondo di ognuno. In questo modo è possibile desiderare il cambiamento, si alimentano le speranze.

Diceva Carla Melazzini: Il militante parte dalle speranze, proprie e altrui, facendosi carico della loro realizzazione. Il saggio parte dalla disperazione, per tentare di trasformarla in speranza.

Cesare Moreno

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