Un ricordo di Attilio “Tito” Piscitelli

Caro Tito,

non sei più lì, il tuo profilo Facebook resta lì come quello di altri amici morti, senza che nessuno abbia il coraggio di cancellarli. Così posso scriverti come se fossi ancora lì.

L’ho saputo in un modo atroce. Stavo chiudendo il computer per partire alla volta di Lungro quando  Claudia ha ricevuto una telefonata: no, è impossibile, come è successo? Segue un dialogo in cui capisco che c’è stato un morto. Poi finita la telefonata mi dice: «Conoscevi Tito, il regista napoletano?». Ho capito subito che eri morto, ho sentito l’ondata di calore dell’adrenalina che scorreva da capo a piedi e ho negato: «Si, conosco Tito ma non può essere lo stesso!». Poi mi dice di Salvador di Bahia e non posso più negare. E non so perché penso da allora alla fisicità della tua morte, vedo e sento quella lama sul collo vedo un corpo distrutto e sconosciuto su un tavolo di obitorio.

La tua morte mi riguarda. Ti aspettavo. Non so più se mai potrò mangiare gli spaghetti alle uova di riccio che tu mi hai fatto conoscere, e le conversazioni che intorno a quel piatto nascevano. Aspettavo il collegamento Skype; solo la settimana scorsa ho visto la luce verde del collegamento aperto e ho rimandato. Aspettavo di poter fare visita alla tua bella casa di Napoli e non sapevo che eri già morto.

Mentre tu giacevi sconosciuto sul tavolo dell’obitorio, noi stavamo parlando  dell’incontro con le periferie, sentivamo Claudia, tra le lacrime, parlare della sua periferia e di come la morte violenta vi abiti come inquilino privilegiato lasciando tracce dolorose nell’animo di tutti; di come Claudia avesse vagato per tante  periferie tra cui Salvador. E io pensavo a te e come in modo lucido l’incontro con le periferie e con i ragazzi emarginati fosse un incontro con te stesso, con la parte più vitale che si scopre solo quando si entra in contatto con chi disperatamente cerca di scoprire dentro di sé le risorse per sopravvivere. Sapevamo anche, ce lo eravamo detto, che in quegli stessi posti c’è chi cerca di sopravvivere non scoprendo le proprie risorse ma prendendosi le vite degli altri.

Con il tuo teatro azione offrivi ai giovani la possibilità di scriversi dei copioni diversi. Ricordo che ne avevamo parlato intorno alle parole di Carla sui copioni di vita già scritti, ai destini già tracciati. Il nostro incontro e la nostra collaborazione sono nati nel modo più spontaneo intorno a questo “mito”. Ed è nato qualcosa di più perché a te ho fatto confidenze che non ho fatto neppure ad amici di vecchia data perché sentivo una capacità di comprensione oltre il comune che forse appartiene solo a chi è artista nel modo più radicale.

Ed è questa radicalità che ti ha portato a Bahia, a volerti fare cittadino brasiliano. Ora finalmente lo sei, la città si è appropriata di te. Noi siamo cittadini del luogo in cui ridiventiamo polvere. Carla ha voluto scendere sotto terra a Napoli, e ha deciso così quale fosse la sua vera patria, ha deciso così di appartenere a quei ragazzi che, come lei scrisse, usavano il cimitero come luogo sociale tra i più significativi.

Non era questa la cittadinanza che volevi, non era la città dei morti che volevi abitare,  ma volevi portare la vita, il sorriso tuo limpido nei luoghi in cui la morte opprime i cuori.  È un mestiere duro e difficile, continuamente facciamo i conti con la possibilità di perderci e con le metaforiche ferite e morti. Ma la tua è una morte reale. La tua morte, come quella di tanti altri che nelle periferie delle nostre città e in quelle del mondo sono morti di morte violenta (penso ad amici come Peppino Impastato, Mauro Rostagno, Pasolini,  e a persone che non ho conosciuto direttamente ma che considero  miei compagni, come Puglisi, Diana o Falcone) la considero come un sacrificio umano che periodicamente viene offerto al mostro che abita il cuore delle nostre città, che richiede, come ogni mostro, il sacrificio degli innocenti per abbeverarsi di sangue puro.

Abbiamo voglia di vendicare la tua morte e non possiamo farlo se non continuando il tuo lavoro. Io ti dedico le lacrime che abbiamo versato senza sapere della tua morte venerdì e sabato, ti dedico l’impegno che in quella sede abbiamo assunto per continuare a inseguire il sogno di una vita giusta per le nostre città e per la nostra Napoli.

Ciao,

Cesare

Di Cesare Moreno, su napolimonitor.it

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