Formazione dei formatori

Pacognano (Vico Equenze) formazione per Maestri di Strada

Il 17 e 18 marzo abbiamo realizzato due giorni di formazione con operatori giunti da diverse parti d’Italia. Si è trattato di un incontro introduttivo che dovrà svilupparsi in seguito. Ne offro un resoconto composito, sperando che aiuti la riflessione di tutti.

La lettera di Ignazio di Palermo forse sintetizza al meglio l’intero contenuto dei due giorni.

Seguono gli  appunti minuziosi di Francesco di Cosenza che seguono abbastanza fedelmente l’andamento dei lavori. Ai suoi appunti sono inframmezzati, in posizione rientrante quelli di Daniela di Torino che sintetizzano in maniera concettuale  gli appunti descrittivi di Francesco, ed infine  c’è un report di Sabrina di Napoli che ripercorre i due giorni di attività cercando  anche di trovare un senso sintetico alla variegata discussione.  Sono stili molto diversi che  messi insieme aiutano a capire e, speriamo, aiutano a formulare altre domande e a stimolare altre osservazioni dei partecipanti.

Lettera di Ignazio Rosato

Spero di interpretare, visto che ne abbiamo anche parlato, le sensazioni di tutti (Nadia, Antonella, Fabiola e Vincenzo) se dico che la formazione a cui abbiamo partecipato, oltre che a formare, ha avuto la capacità di tras-formare. Sapete quando ci sono quegli eventi nella vita che ti entrano dentro con violenza come un lutto o un innamoramento? Quelle cose che pensi che non potrebbero capitare a te, ma sai benissimo che fanno parte della vita? Così è stato per noi. Tutto quello che ci hanno detto noi già lo sapevamo, ma è entrato nella nostra coscienza in maniera inaspettata come se non l’avessimo mai saputo.

Come raccontarvi, quindi, una cosa che è più da vivere? Questa è la grande difficoltà con cui ora mi devo confrontare e il mio conforto è che, nel dire cose banali, sono sicuro che voi capirete che non si può raccontare un lutto, ma dire come è morto; né la bellezza della persona che ami, ma dove e come l’hai conosciuta.

Arrivati nell’aula della formazione, una grande sorpresa. Ti aspetti un ambiente organizzato, funzionale, le carpettine e magari qualche hostess che ti guida. Niente di tutto ciò. Confusione. Solo confusione. Non quella del chiacchiericcio dell’attesa, ma una confusione che ti rendi subito conto che è già nelle cose che farai.

Il primo a far confusione è “il docente”. Capiamo subito che il non precostituito è l’anima di questa esperienza.

Una telefonata, e “il docente”, o il professore come lo chiamava il tuttofare della ricezione, dopo averci fatto scrivere ciò che ci aspettavamo e avere letto alcune delle osservazioni, se ne va preso da un problema. Ci lascia con un problema.

Abbiamo capito che il problema è l’altra anima di questa formazione.

Con la sua assenza cominciamo a discutere della situazione che ci ha rappresentato una ragazza, psicologa e sua collaboratrice. Lo facciamo tutti: dagli insegnanti agli educatori, snocciolando ricette di soluzione, interpretando gli eventi e cercando responsabilità.

In quel momento si è discusso come si discuterebbe in un normale talk televisivo con la rappresentazione del plastico (mentale) di Bruno Vespa. Domande tipo: “ma voi in fase di progettazione avete condiviso con gli insegnanti?” Oppure: “come sono stati scelti gli insegnanti?” Etc. Non avevamo capito che la nave stava affondando e noi abbiamo cominciato a chiedere ai naufraghi: come mai non sai nuotare? Perché non hai fatto il corso di salvataggio?

Lo abbiamo capito quando “il docente” ritorna, dicendocelo molto chiaramente. Abbiamo capito che un altro punto della formazione era la richiesta di spogliarci del precostituito, dei nostri plastici mentali, perfino della nostra esperienza. Il disordine era l’ordine, l’inaspettato la risorsa, il problema la soluzione. Tutto ciò che ci circondava sembrava dirci: Dio c’è, ma non sei tu, rilassati!

La capacità di essere impotenti è l’altro punto di questa formazione. Potenti perché sulla carta sappiamo cosa fare, potenti perché abbiamo bisogno di raccontarci i successi, potenti perché cerchiamo la soluzione ad un problema. Cosa si può fare con un problema? Cercare di risolverlo prospettando soluzioni, oppure… (questo è il piccolo segreto) leggendo la realtà. Una realtà che ha come unico protagonista il ragazzo con cui stai lavorando, la sua realtà che diventa anche tua quando sarai in grado di leggere la sua storia e farti portatore del suo problema.

Così si conclude il primo giorno.

Tu che abbracci la croce, tu che ti crei un problema, tu che sei impotente.

Strano: sono le cose che un datore di lavoro non ti chiederebbe mai. Immaginatevi un colloquio di lavoro nel nostro settore in cui ti chiedono quello che non sai fare piuttosto che quello che sai fare con domande tipo:  “tu sei capace di sentirti impotente?” “Tu sei capace di non risolvere i problemi?” Drammatico… scapperebbe, penso, chiunque… così come (poi abbiamo capito ) si sono adirati tutti coloro che da Genova a Cosenza, nel tentativo di trovare una soluzione, con “ questo docente” hanno trovato solo un problema. Non hanno capito che il problema è la storia del tuo ragazzo, una storia non che ti informa, ma che ti forma, che ti crea, che ti stupisce.

Grande batosta, brillantemente superata con la pizza al metro di “Gigino o zuzzuso” (piccola nota per far morire di invidia chi, a questo punto della storia, ci vede come poveri sfigati che si stanno facendo male).

Secondo giorno. Potrei raccontarvelo dicendo che abbiamo sentito una situazione di un ragazzo, l’abbiamo riletta, l’abbiamo condivisa e abbiamo creato uno spazio di pensiero- si- uno spazio permanente di pensiero.

Beh, a questo punto c’è la soluzione di tutto, c’è la tecnica del maestro di strada, c’è il segreto vero, sostanziale. Non lo svelo, spero che chi è arrivato a leggere fino a questo punto avrà lo stesso coraggio per capirlo da solo.

Solo un invito: guardatevi intorno e provate a capire se nelle nostre realtà abbiamo riproposto il plastico mentale (stile Bruno Vespa), o formato uno spazio di pensiero.

Piccola sfida, che speriamo metterà in crisi anche voi. Così come ha messo in crisi noi. Sì speriamo in una vostra crisi… lo speriamo di tutto cuore.

Ignazio

L’incontro di due giorni è orientato a formare “formatori di formatori”, persone che possano essere un punto di riferimento per associazioni e scuole in situazioni difficili.

(Francesco Bitonti e Daniela Braidotti)

Perché siamo qui? Cosa ci aspettiamo da questa formazione? Cosa immagino tra qualche anno mi possa servire?

Comincia la lettura delle risposte dei presenti ma una telefonata allarmata ricevuta da Santina porterà Cesare ad abbandonare il gruppo.

Marina che lavora come insegnante dal 1985 si trova per la prima volta in questa situazione: RIFLETTERE.

Daniela lamenta la mancanza di un sostegno agli insegnanti e afferma che uscire dalla propria disciplina comporterebbe uscire dal proprio ruolo, quindi confrontarsi, valutarsi. E aggiunge che quando c’è la riflessione è frammentaria ed emotiva.

Gina vede uno spiraglio di luce in questa stanza.

Letizia sottolinea che in questo paese solo grazie ad un impeto volontaristico si realizzano certi bei progetti.

Antonella racconta della scuola … dove Maestri di Strada è presente seguendo una prima classe superiore. Dice che tutto è molto invasivo agli occhi degli insegnanti, la preside ci ha messo il suo mettendo in questa classe i casi particolarmente problematici. Una professoressa in particolare si è mostrata fin dall’inizio oppositiva a questa iniziativa. Manca un gruppo docenti. Viene chiesto come sono stati scelti gli insegnanti? Nel progetto ci sono un educatore che predispone alla giornata e un genitore sociale che raffredda i conflitti. Spiega Antonella che la presenza degli educatori è diventata pesante stando tutta la giornata in classe. Dopo le lamentele si è deciso di diminuire la presenza degli educatori presenti ora solo per i laboratori. Dopo questo si è presentato un nuovo problema: gli incontri di supervisione previsti una volta al mese. Questa attività presentata come contenimento delle ansie ha sortito l’effetto contrario perché si chiedevano come mai la presenza dello psicologo a valutare i docenti e non in classe con gli alunni. Si è cambiato il nome in incontri di riflessione ma le difficoltà permangono. I passaggi che hanno portato al progetto non sono chiari! I primi incontri caratterizzati da molto entusiasmo poi l’ulteriore lavoro gravoso incontrarsi ogni 15 giorni. È stato così attaccato il metodo di osservazione e restituzione della volta precedente (chiudersi all’emotività).

Rosaria dice che non basta un progetto se non c’è una maturazione da parte dei docenti. C’è una grande sofferenza da parte degli insegnanti sottolinea Daniela perché porta a mettere in discussione lo status quo destruttura l’esistente . ti senti osservato per quello che fai e non per quello che sei è tutto molto complesso: sugli insegnanti grava il peso di tante aspettative che vengono da più parti genitori, ragazzi, dirigenti.

Si chiede ancora com’è il contesto, la giornata tipo come se la vivono gli educatori?

Ignazio Si tratta di essere maestri senza insegnare

Cesare rientrando spiega che una professoressa del … è arrivata per sbaglio a scuola che era chiusa e ha cominciato a fare la pazza (non si sa se è vero ma la storia funziona).

Cesare si arrabbia per come procede la discussione/riflessione e pone questa domanda: siamo saliti su una nave di crociera che sta affondando. Voi state chiedendo ai croceristi come mai non hanno fatto un corso di nuoto, oppure perché non sanno come comportarsi in emergenza. Noi dobbiamo guardare la situazione come è e non come avrebbe dovuto essere. Voi volete indagare sulle cause remote, sugli errori commessi, e su tutto quanto di sensato si possa dire su una situazione, ma volete sfuggire alla rabbia e al dolore che dentro questo gruppo di discussione si materializza attraverso il racconto di Antonella.  Ci sono degli insegnanti che sono arrivati a scuola pensando di dover insegnare una disciplina e invece si trovano in una specie di manicomio con l’aggravante di un gruppo di operatori pietosi – questa è la loro visione – che gli impedisce di allontanare i pazzi furiosi ed in più costoro si portano dietro un non meglio identificato  osservatore che si annota tutto come un uccello del malaugurio.  Questa è la tragedia e la catastrofe di cui si deve parlare. Tutto il resto, in questo momento è chiacchiera da bar.

Attraverso esempi di conflitti, aperti o sotterranei, tra attori diversi (studenti, studenti e insegnanti, insegnanti, insegnanti e dirigenti, dirigenti … famiglie…) e la prima importante riflessione è che è necessario accogliere il dolore, condividere il dolore.

Nicola Tra l’altro non è chiaro il nostro mandato interviene Nicola che vuole affrontare il problema in modo più radicale e incoraggiare una diversa filosofia: nei problemi c’è la pace, le persone si appaciano nel loro problema. Chance è stata un eccellenza nel problema, proviamo a diffondere l’idea che il problema è la felicità. Anno dopo anno i nostri rimandi sono gli uomini religiosi: LA VITA E’ UN PROBLEMA .

Non posso dire “il problema non è mio”; accogliere il dolore non vuol dire prenderne le distanze, cercare di oggettivarlo, significa fare un passo avanti, ascoltare e condividere anche fisicamente la rabbia e il dolore di un ragazzo. Un conflitto è testimone di un dolore.

Cesare Il discorso di Nicola quasi mistico, in napoletano ha una traduzione aforistica “abbracciarsi la croce” perché noi consideriamo i problemi estranei a noi. L’espulsività ci sta nei confronti di tutto ciò che noi non abbiamo previsto (Secondo me nel film “Duel” si ha una rappresentazione visiva di questo: il protagonista ha un imprevisto, una situazione problematica che non vuole affrontare e fugge, ha un appuntamento importante; ma il problema lo insegue e gli appare nei modi più incredibili e quasi soprannaturali, diventa la sua paranoia, finché smette di scappare e si gira a guardare l’aggressore che nel tentativo di travolgerlo precipita; e nella scena finale si vede che nel camion non c’è nessuno). Scappare dal problema è la nostra paranoia, perché diciamo questa cosa non è mia, perché proprio io? Se io vengo chiamato da qualcuno e mi racconta di una situazione e mi dice d’intervenire cosa gli andiamo a dire? OBIETTIVO: intercettare chi ha desiderio di cambiare ma intanto si parte dal CONDIVIDERE la situazione in cui ci troviamo. Il problema di riconoscere il conflitto “professionale” lo troviamo in uno stadio già molto avanzato di un percorso formativo. Lavorare invece sul conflitto tra i giovani o con i giovani può essere il cavallo di Troia per lavorare su come gli insegnanti vivono il proprio ruolo. Il gruppo propone delle soluzioni tipo: provare a fare uscire dal ruolo o mettersi nei panni degli altri.

Cesare insiste: stiamo parlando di cose cognitive o emozionali?

Qualcuno dice che non è possibile mettersi dal punto di vista dell’altro.

Cesare – In un certo senso è vero, noi infatti parliamo di risonanze. Quando ho letto per la prima volta Antigone ho riconosciuto delle cose dentro di me, RISONANZE. E’ possibile non identificarmi nell’altro ma riconoscere dentro di me le risonanze, non capisco l’altro ma capisco cosa sta smuovendo dentro di me. Riconoscere il dolore dell’altro significa riconoscere il proprio dolore; ritorniamo al punto di prima accogliamo il dolore o lo studiamo? Quando le persone semplici ti dicono ‘bevi un bicchiere d’acqua, così ti calmi” significa: ho capito che stai male, significa che anche se non ho capito nulla, intanto accetto poi ne parliamo.

Perché si morde la mano che nutre? Mi interessa chi mi nutre non cosa c’è nella ciotola. Bisogna capire quando le situazioni sono ingestibili e prenderne atto attenzione ai deliri dell’educatore, prendiamo atto della nostra IMPOTENZA e usiamola per stabilire legami, Solo se ci rendiamo conto della nostra debolezza possiamo aprirci ai legami.

(Arriva Teresa Centro, psicologa incaricata per un periodo del progetto psicologico  del Progetto Chance e collaboratrice volontaria del progetto E-VAI)

Come si accompagnano nel lavoro gli insegnanti facendo contemporaneamente la formazione? tradotto come si fa a snidarli? Rievochiamo il DOLORE, lo si fa talmente bene che ci restiamo dentro. Ci è capitato con le scena di Filippo, che qualsiasi sia la proposta didattica sta chiuso in sé e al massimo grida ‘pollo’ oppure ti manda a quel paese. Non si è riuscito a stabilire la distanza e dall’altro non si è riuscito a riconoscere, conoscere. Filippo. L’agnizione, ossia il riconoscimento, non riguarda un personaggio mascherato, ma la nostra possibilità di riconoscere ‘Filippo’ nella sua umanità, nel suo dolore. Finché Filippo è uno scolaro, noi non lo riconosciamo e non interagiamo con lui ma solo con il suo disturbare o il suo disturbo.

Il primo obiettivo di una formazione di questo tipo è riconoscere il conflitto, anche quello che non compare, perché il conflitto non riconosciuto non permette di crescere, di evolvere; la situazione di crisi, di problema, può essere affrontata: uscire da una posizione di stallo o di coazione a ripetere si può fare se riconosciamo il conflitto come nostro. In questa situazione, anche un piccolo conflitto può essere rivelatore di un grande conflitto negato. In questo senso, riconoscere il problema è il primo passo per affrontarlo.

Bisogna uscire dal proprio ruolo, riconoscere l’altro, ridurre la distanza, condividere il dolore.

Quindi RICONOSCERE I CONFLITTI E LA DEBOLEZZA sono gli obiettivi. Definire la situazione insieme è un primo passo di noi formatori però potrebbe essere anche una fuga dal problema bisogna andare al cuore l’EMOTIVITA’, perché ci si può mettere d’accordo senza venire in contatto. Ognuno di noi vive il proprio ruolo come fosse il ruolo educativo per eccellenza. Quando il conflitto c’è ed è così patente (personale ATA vs docenti come interveniamo? Le regole della MEDIAZIONE quali sono, poniamoci solo i problemi di pensiero. Che valore ha la rappresentazione? (Cesare e Nicola mettono in scena il conflitto bidelli- professori in cui si vede che il vero problema è che ciascuno è chiuso nelle sua logica e non ne vuole uscire)

Il dolore condiviso creiamo un posto dove vige l’armistizio, il contenitore è lo spazio mentale della mediazione: mettendoci fuori, vedendo la scena nel suo insieme e non da un lato, si è vista l’idiozia della situazione piuttosto che l’inadeguatezza dell’uno o dell’altro.

Per la mediazione occorre innanzi tutto fermare le armi, smettere di combattere. Nella guerra cavalleresca (chissà se è mai esistita) lo spazio mercatale era quello in cui ci si incontrava deposte le armi; le olimpiadi antiche avevano la stessa funzione. Riconoscersi fuori delle armature professionali è essenziale.

Lo spazio della mediazione istituisce un cerchio magico in cui vigono nuove regole. (Il cerchio magico, come dice Huinzinga (Homo ludens di Johan Huizinga - edizione italiana del 1949; Ristampa del 1973 con prefazione di U. Eco), è proprio del gioco, della poesia, del rito …) Nel cerchio magico la realtà viene trasfigurata e viene fusa in nuove configurazioni che consentono di maneggiare realtà pericolose stando al sicuro, protetti dal gruppo. E’ anche il meccanismo della metafora che noi usiamo non come figura letteraria, ma come modo pratico per riesaminare i problemi.

Si può ricorrere a “rappresentazioni” del dolore, del conflitto, per fare in modo che esso venga reso visibile agli occhi di chi assiste, si esca da posizioni di stallo e si attui in questo modo l’assunzione delle posizioni degli altri, la comprensione delle stesse: in questo modo ci si apre alle possibilità di una mediazione.

Utilizziamo le scene intese come spazio per la riflessione? Lo facciamo per far sentire la durezza del lavoro su di sé nelle relazioni educative.

“Io mi metto in discussione” è una sciocchezza, tu non puoi metterti in discussione, sono gli altri che ti mettono in discussione con le aggressioni facendoti cadere con la faccia a terra. I ragazzi non ci riconoscono allora noi dobbiamo guardare al ruolo senza avere atteggiamenti da lesa maestà; diciamo “esco dal ruolo ma ci rimango”; cosa funziona il ruolo o la persona? Noi guardiamo come la persona sta dentro al ruolo e così cerchiamo di uscire fuori dal copione prestabilito ma riportando l’azione nei confini del ruolo educativo. La scuola, se è tale ti fa uscire da ciò che è stato prestabilito perché i ragazzi ci insegnano a esplorare strade nuove; noi cresciamo accompagnando gli altri, se riconosciamo questo allora il ruolo educativo, quello che fa crescere, viene ridefinito insieme all’altro e non contro l’altro.

La condizione della condivisione dev’essere prima di tutto emotiva, e allora il ricorso alla teatralizzazione e alla narrazione sono fondamentali, in quanto facilitano i processi di immedesimazione, di riconoscimento del sé, del riconoscimento dell’altro e dei suoi sentimenti. Nello stesso tempo è importante riconoscere che non si è onnipotenti: prendiamo coscienza della nostra impotenza, dell’ingestibilità di alcune situazioni. Anche gli altri, in una situazione di stallo, sono impotenti quanto noi: riconoscere la propria debolezza e quella altrui aprono la strada al dolore condiviso.

Dina ricorda il GIOCO DELLA LINEA Lasciare la propria posizione è l’obiettivo in due si può vincere per mettermi insieme all’altro devo perdere un pezzettino di me, elaborare la perdita.

Si fa fatica ad acquisire un senso di appartenenza comune. Il pensiero nasce dall’assenza di soluzione; teniamo gli occhi aperti e smettiamola di sentirci in colpa, la scenetta di Filippo non ha soluzione. SE LA GENTE NON SI FA’ MALE NON PENSA.

Come inventiamo e utilizziamo le scene? Il gruppo di formatori deve essere preparato e deve preparare bene l‘azione, che non si ferma alla pura rappresentazione, ma necessita di uno sviluppo di pensiero.

Chi sta troppo dentro alla recita non assume uno sguardo equilibrato: dopo la recita ci vuole il riconoscimento, l’agnizione (l'improvviso e inaspettato riconoscimento dell'identità di un personaggio, che determina una svolta decisiva nella vicenda); è necessario cioè che si attui il riconoscimento dell’altro rappresentato, perché sono gli altri che ti mettono in discussione.

La rappresentazione, come la narrazione, permettono lo straniamento, la presa di distanza dal coinvolgimento emotivo e devono sviluppare la riflessione che costruisca empatia. Per fare ciò è però necessario abbandonare il proprio punto di vista.

Un esempio della difficoltà di fare quest’ultima cosa viene dall’esempio di un gioco in cui due file di persone, a coppie, si fronteggiano: il conduttore del gioco comunica l’unica regola, “Vinci se convinci l’altro a passare dalla tua parte”. Generalmente si assiste alle più svariate offerte: “ Se passi di qui …

Non si assiste che raramente allo scambio di posto in cui tutti e due i contendenti vincono: i giocatori obbediscono a regole auto-imposte (io sto al mio posto, è l’altro che deve venire da me; c’è un solo vincitore), e non pensano al fatto che non esiste la regola: “devi rimanere al tuo posto”; questo comportamento indica una mancata disponibilità a spostarsi dal proprio punto di vista: per mettermi in relazione con un altro devo accettare di perdere un po’ di me.

Teresa ci formiamo per andare dove? La cognizione del contenitore scuola, DIAGNOSI ISTITUZIONALE. Io che ruolo ho, che identità ho, che contratto, che percezione, mi posso muovere al limite. Potere uscire oscillare e collocarsi: questo è qualcosa da premettere alle formazioni. Come utilizzare il dispositivo gruppo: dare un senso non solo individuale. Se c’è una disfunzione non significa che non si è bravi o preparati. Come vede una figura un'altra figura? L’insegnante e lo psicologo e viceversa. RECIPROCO PARANOICO.

Il formatore è un corpo estraneo al quale alle volte si delega la patata bollente. Stare attenti a non presentarsi come il salvatore della patria che sa come si fanno le cose. Nell’istruzione c’è un portato di emozioni angoscianti potenzialmente distruttive. Il formatore si può far distruggere dal gioco ONNIPOTENZA/ IMPOTENZA. Attribuzione delle responsabilità sempre all’esterno.

Nicola: con la rappresentazione scenica si capisce meglio la situazione, rimettere in vita il testo come qualcosa da riesumare. Darwin arriva alla sua teoria al termine di infinite osservazioni non giudizi. Una storia lontana da noi che però va a scalfire la nostra interiorità. Scomposizione della storia, trovo una venatura inaspettata, cerco di far uscire il talento ma non so dov’è, non ho paura di raccogliere le intuizioni. Ho la fiducia che nel caos ci siano semi che danno una direzione.

I momenti di formazione con gli insegnanti sono un luogo di possibile mediazione, entro il quale creare uno spazio di riflessione, un contenitore entro il quale fare delle cose; la mediazione è un armistizio, uno spazio neutro in cui non esistono il “mio” e il “tuo”.

Lo spazio scenico permette di vedere le posizioni di entrambi i contendenti, riconoscere la sofferenza permette di costruire empatia. (Huizinga, Homo ludens, cerchio magico: spazio metaforico in cui la rappresentazione della realtà è soggetta a delle sue regole).

Come inventiamo e utilizziamo le scene? Il gruppo di formatori deve essere preparato e deve preparare bene l‘azione, che non si ferma alla pura rappresentazione, ma necessita di uno sviluppo di pensiero.

Marika: dà lettura di un report relativo a uno stage svolto a Reggio Emilia con alcuni ragazzi del progetto Chance. Accogliere/bloccare , spinelli-alcool. criteri.

In questa narrazione, Luigi, fin dalla partenza manifesta vari segnali di rifiuto.

Luigi ha paura, mostra tutto il suo armamentario più negativo. La distanza non sono i chilometri ma è una distanza emotiva. Nel conflitto cogliere dei significati, Luigi si afferma con la propria cultura come il bidello o il professore

Ignazio dice il problema non era Luigi ma il gruppo, non c’è stato il gruppo di adulti che ha riflettuto sul costituire un gruppo. Prima di salire sul treno messaggio forte le tre stecche di fumo e la bustina d’erba. Poi salito sul treno abbordare la signora che lo prende per pazzo. Il mio problema è leggere questi segnali e comprenderli. ESERCIZIO DELL’AUTORITA’ : andiamo sul ragazzo e non agli errori che hanno fatto gli altri, preparare il ragazzo al gruppo. Sono state curate le transizioni da una città all’atra da educatori ad altri? Siamo pieni di macerie attorno a ogni progetto educativo, cosa ne facciamo delle esperienze negative?

funzione trasformativa e conoscitiva del gruppo.

Teresa c’è bisogno di un ottimale uso della comunicazione è stato usato un racconto forte il gruppo ha una funzione MITOPOIETICA rilettura del reale e capacità di pensiero struttura trasformativa. Quando noi andiamo in un istituzione è bene far emergere la storia di nascita. Nell’angoscia di morte, nella morte dell’eroe nasce il gruppo.

PENSIERO NARRATIVO scrivere i particolari della storia dai dettagli alla ricostruzione gruppale.

Seconda giornata

Letizia porta la sua osservazione.

Racconta un episodio riguardante David, il meno popolare del gruppo che fa un gioco con la più popolare del gruppo. Stanno di spalle e David deve indovinare un disegno sulla base degli indizi che gli fornisce la compagna. David lavora bene, ma al primo no della ragazza, senza neppure rendersi conto che forse non si riferiva a un suo errore, pianta tutto e dice che lui lo sa che sbaglia sempre.

L’osservazione è buona se è capace di suscitare domande; serve per riflettere

individuare alcuni punti e domande sulle quali fare nuove osservazioni

discutere su successive osservazioni, che devono portare a riflessioni: lo spazio di pensiero e di discussione del gruppo permette di cambiare i punti di vista; la soluzione solo pratica del problema uccide il pensiero, e probabilmente non porta a nessun reale cambiamento.

Cesare dice – Fate attenzione, nelle nostre osservazioni siamo per l’empirismo più scatenato prendiamo tutti i dettagli. Fate attenzione anche a usare il termine “capro espiatorio” questo è l’innocente per eccellenza, solo per questo può lavare le colpe altrui. Non è una questione filologica, ma dire che uno è un capro espiatorio a volte mette sulla strada sbagliatra e nonb ci fa capire quanto a volte la persecuzione si il frutto di dinamiche molto più complesse.

Qual è l’origine di questa dinamica? David il meno popolare + Cleo la più popolare, la coppia chi l’ha formata? Idea infelice. Siamo entrati nel copione stabilito, recitare un copione certo fa star bene anche se ti menano (coazione a ripetere). Non credo che riusciamo a capire Davide solo pensando che lui sia perseguitato.

Parlo di tutt’altro.

Perché Capuccetto Rosso quando le dicono di non fermarsi nel bosco va dritta diritta dal lupo. C’è la dimensione dell’incontro il lupo si pone in una posizione dialogica. La cara mammina pensa bene di metterle il vestito rosso per andare nel bosco. Cappuccetto non scansa il pericolo ma si mette in pericolo questo significa chiamare la mamma: non ti sei resa conto che mi mettevi in pericolo, vieni ad aiutarmi. Cosa fa David? Quello che a Napoli si chiama “Tipo Soggetto”? sta dando un messaggio o è un masochista? I genitori mi abbandonano davanti al televisore, allora nel gruppo classe non stringo legami con nessuno e seduco l’educatore di turno e mi metto a fare lo “scostumista” (costumista disordinato) insieme a Umberto.

Teresa: Osservazione INSEGNANTE-BAMBINO, INSEGNANTE-GRUPPO, MOLECOLARE e MOLARE. C’è una relazione riguardante i singolo, una relazione rigurdante i singoli dentro un gruppo. Attenzione ai dispositivi che usiamo con i bambini maschile/ femminile. In etologia i maschi uccidono i figli altrui, le femmine uccidono i propri figli fatti male. L’istinto aggressivo non è solo maschile. La mamma con il figlioletto di cinque mesi in braccio: le dicono attenzione si butta giù riferito al piccolo, ma vogliono dire attenzione lo butti giù. Non è il problema biologico ma affettivo discutere dei costrutti delle organizzazioni pratiche che creano queste situazioni.

Cesare: Noi dobbiamo attivare per prima cosa le funzioni di pensiero, perché le soluzioni pratiche uccidono il pensiero. La lingua è fatta per produrre una semiosi infinita (produzione di significati). Le stesse parole possono produrre tanti significati. Socrate polemizzava con la scrittura che immobilizza i significati. Noi teniamo in piedi le strutture di pensiero per essere aperti a cambiare di volta in volta e vedere punto per punto dove si è sbagliato. Tenendo aperto lo spazio per il pensiero troviamo anche le soluzioni pratiche, ci rendiamo conto, seguendo quello che dice Teresa, che la interazioni sono molto complesse e che ogni cosa può avere una lettura diversa.

Teresa: La funzione della supervisione, spazio che ha l’operatore dove la relazione può essere sostenuta non dove si dice giusto o non giusto. La mente pensante del gruppo è l’operazione fatta da Marika che rassicura la signora sul treno e lo fa perché ha un gruppo pensante alle spalle, che la sorregge. SONO CONTENUTO DAL GRUPPO PERO’ CONTENGO IL GRUPPO. Se i gruppi sono scissi significa che le persone sono scisse a livello personale e sociale. Il formatore si pone in questa dimensione. Prima cosa i componenti del gruppo hanno voglia di riflettere. RICONTESTUALIZZAZIONE, la fede nel gruppo significa che si sviluppano in noi altre SINAPSI.

Cesare attivare il pensiero per cercare le soluzioni; ridefinire il mandato formativo è decisivo e viene prima del contratto formativo. Come è possibile tutti quanti mantengano la calma in una situazione caotica? C’è fiducia nel gruppo (pensiero sincretico) la qualità della relazione è molto complessa non è legata alle qualità morali o professionali di una persona. Porto con me l’immagine di una famiglia cinese sette persone su una motocicletta: la situazione è pericolosa, viole le norme, però i bambini ficcati come sandwich tra madre e padre, sentono una relazione calda e protettiva.

Seconda parte

Cosa mi porto a casa? Come continua questo lavoro?

Partendo da chi ha parlato di meno ognuno a giro dice qualcosa in merito. Cerchio è parte strutturante del sistema.

Diverse per me sono le risonanze: metodologia confermata (complessità), lavoro su me stesso, dalle storie narrate alle chiavi di lettura, una forte motivazione (dualità educatore-formatore) partire da quello che siamo che c’è dentro di noi, perché siamo qua. CRISI CRISALIDE FARFALLA io appartengo al problema ne sono una causa. (Francesco)

Partendo dalla provocazione di Rita, come fare a meno del carisma per fare un gruppo di formazione.

Cesare: la gestione del tempo è la gestione dell’attesa ed è giusto il problema della formazione. Non si può chiudere la formazione, ma chiudere un capitolo si deve e questa restituzione finale significa questo.

Teresa: il gruppo ha bisogno di uno spazio-tempo, spostare le persone in un luogo desueto per loro, cosa bisogna attrezzare. Il gruppo nasce-cresce-muore, ognuno deve portarsi i suoi pezzi. INTERPRETAZIONI NARRANTI spazio insaturo. Piccolo grillo: per crescere devo uccidere un padre, un grillone parlante; però se muore è una coincidenza, una cosa che noto a posteriori perché ha inciso nella mia vita; ognuno di noi va a vedere quanto una cosa ha inciso, che peso ha. L’attenzione ai particolari come alle coincidenze è fondamentale, un metodo per uscire dal pregiudizio.

Un gruppo che fa supervisione ha bisogno di uno spazio per pensare insieme, e di uno spazio per la relazione; quando un formatore è chiamato a risolvere un problema, la sua unica possibilità sta nel fare di chi ha di fronte un gruppo: la soluzione del problema è già dentro al gruppo, lui deve fare da catalizzatore del problema, farlo emergere e attivare la funzione di pensiero, far emergere ciò che è già dentro al gruppo stesso. E in questo è anche il contratto formativo: dichiarare che non si hanno soluzioni ma che esse stanno all’interno del gruppo, che deve farle emergere.

Un gruppo di formatori che possa essere chiamato nelle scuole ha bisogno di almeno tre persone: due che conducono (una propone, l’altra fa da spalla) e si alternano, una che osserva (generalmente, dovrebbe essere il più giovane, perché meno condizionato); una squadra che si costruisce in questo modo non ha bisogno di un soggetto carismatico.

SINTESI DELLE DUE GIORNATE DEDICATE ALLA FORMAZIONE DEI FORMATORI

Sabrina Acampora

Pacognano                                                                                               17-18/03/2012

Lo scopo di questo incontro viene individuato nel riflettere sul senso, sulla motivazione e sul desiderio di essere, diventare o restare formatori dei formatori.

La presenza di soli quattro docenti e il fantasma del “Cavalcanti”, avviano la conversazione sul ruolo dell’insegnante e su quello dell’educatore.

Da ciò che emerge, possiamo raffigurarci un insegnante poco incline a riflettere (tanto che  4 docenti non sembrano più così pochi), se non in maniera spicciola (nei corridoi) ed emotiva e che perciò esplode in agiti (follie dei docenti); isolato nella propria disciplina, in quanto manca un gruppo di sostegno; schiacciato dalle pressioni provenienti da più fronti: presidi, genitori, ragazzi. Se a ciò aggiungiamo un osservatore, si sentirà giudicato come persona e non solo come docente, poiché l’insegnante stesso è lo strumento del suo mestiere.

L’educatore, dal canto suo, dovrebbe rappresentare il mediatore tra ragazzi e docente, ma il più delle volte acquista una funzione di protezione e maternage nei confronti degli alunni (anche perché ha paura di esercitare l’autorità), non contribuendo a realizzare la trasformazione necessaria e quel cambiamento di prospettiva da “obiettivi di programma” ad “obiettivi educativi”, lasciando così inalterato il gioco delle parti.

La filosofia alla base di queste professioni, soprattutto la nostra che si sta costituendo, sembra essere quella di accettare che il problema non è qualcosa di esterno che deve essere eliminato, esso piuttosto è il nostro mandato, in altri termini: “dobbiamo abbracciarci la croce”!

Questo discorso sul problema come mandato e la modalità della Preside Maresca, che ha confermato la sua presenza all’evento odierno con una clausola del tipo “salvo imprevisti”, mi fanno venire in mente il tema del controllo degli eventi: sappiamo di non poter controllare tutto, ma potremmo prendere in considerazione l’area dell’ “imprevisto prevedibile”!

- A questo punto, il gruppo inizia a chiedersi: “Se vengo chiamato in un contesto in cui c’è una classe con un problema, concretamente io cosa faccio?”

Si aprono, allora, una serie di riflessioni metodologiche volte a definire gli obiettivi dell’intervento e le modalità con cui raggiungerli.

Viene individuata, innanzitutto, la necessità di riconoscere il conflitto, riconoscere che c’è un problema da parte dei membri del contesto; bisogna, inoltre, capire se quella determinata situazione è gestibile in quel momento, se c’è la volontà di cambiarla e cosa si vuole cambiare; in caso contrario, è indispensabile prendere coscienza della propria impotenza.

Tra le modalità da adottare, emergono l’importanza della mediazione fra le parti, della capacità di mettersi nei panni dell’altro e di guardare l’evento da un altro punto di vista, riscoprirsi persone ed uscire dal sistema per cambiare il modo di relazionarsi.

Per fare ciò, si sperimenta in vivo il metodo della drammatizzazione, grazie ad un’improvvisazione di Nicola e Cesare, che mettono in scena una discussione fra un docente e un collaboratore scolastico, prendendo spunto da ciò che è emerso dall’indagine etnografica effettuata nell’istituto “R. Livatino”. La preside Maresca riconosce come familiari queste modalità relazionali e, insieme ad altri partecipanti, suggeriscono come risponderebbe l’uno o l’altro in quella circostanza; altri, invece, riescono ad estraniarsi dal contesto specifico e a riconoscere, dall’esterno, la comunanza del dolore e dell’impotenza degli attori.

È proprio questo, infatti, lo scopo di questa tecnica che, unita ad una continua formazione e ad un gruppo di supervisione, costituisce una base per mettere in piedi un metodo per una squadra di azione di questo tipo, al fine di intervenire in determinate zone.

- Cosa significa, allora, mediare? Quali sono le condizioni della mediazione?

Creare uno spazio mentale di riflessione, un contenitore in cui accogliere lo sfogo ed il racconto di coloro che vivono nella situazione. Si intende, però, uno spazio neutro in cui vige l’armistizio, in cui potersi mettere in discussione nel senso di poter uscire dal proprio ruolo, guardandosi dal di fuori, per rendersi poi conto di quanto effettivamente si sia proprio in quel ruolo; uscire dal ruolo, quindi, per “essere nel ruolo” , ma senza dover recitare il solito copione prestabilito.

Realizzare un tale assetto non è, ovviamente, facile. Bisogna saper accettare che ci sono situazioni senza uscita, affrontare i relativi sentimenti di impotenza e sensi di colpa, pur comprendendo che non tutti sono limiti personali, ma anche intrinsecamente connessi alla situazione.

A tal proposito, la Dott.ssa Centro ci ricorda l’importanza di effettuare una buona diagnosi istituzionale quando si entra in un contesto, per poter fare una più accurata analisi della domanda,  comprendere le dinamiche relazionali, e capire che posizione e che ruolo è possibile assumere. L’obiettivo generale è rendere quel gruppo più funzionale e, siccome solo un gruppo può far nascere un altro gruppo, è necessario avere un gruppo di sostegno alle spalle. Il gruppo fornisce il senso a ciò che si fa e promuove l’appartenenza.

Quando un elemento estraneo entra in un contesto, riceve una delega, ma non si tratta di una vera cessione, quanto piuttosto di una competizione. Scatta, così, la dinamica onnipotenza/impotenza: se anche tu fallisci vuol dire che non è colpa mia, ma che non si può fare niente e l’attribuzione di responsabilità è, quindi, esterna (lo Stato, la società, il sistema, le famiglie).

Per quanto riguarda il metodo da seguire durante le nostre riunioni, l’attività principale viene individuata nel presentare delle osservazioni di situazioni particolari, che per qualche ragione non ci sono sembrate chiare e per le quali necessitiamo di un sostegno per elaborarle.

- Che cos’è un’osservazione? Come deve essere stilata?

Un’osservazione efficace è una descrizione dettagliata che stimola domande riflessive: l’osservazione deve essere interrogata!

Partendo dalle singole osservazioni, infatti, lo scopo è quello di ragionare sulle possibili motivazioni alla base dei comportamenti descritti, ed indirizzare l’attenzione dell’operatore durante i successivi incontri con quei soggetti per poi individuare modalità più efficaci di gestione della situazione; d’altra parte, però, è interessate estrapolare da queste narrazioni tematiche che possono riguardare vari contesti simili, quali quelli emersi dall’osservazione di Marica: problema delle transizioni, riferite non solo alle varie trasferte, ma soprattutto alle distanze emotive che contribuiscono alla decontestualizzazione destabilizzante.

Il compito del gruppo, quindi, è integrare il contenimento del qui ed ora con quello del là ed allora della storia. All’interno di questo lavoro, allora, possiamo pensare la sconfitta e, facendo tesoro delle esperienze di tutti (anche se negative), cercare di evitare di commettere errori.

Entra qui in gioco la funzione “mitopoietica” del gruppo, ovvero la sua capacità di creare un mito, ovvero una struttura trasformativa e conoscitiva propria del gruppo stesso.

Nella mattinata di Domenica, il gruppo puntualizza alcuni aspetti sulla metodologia da seguire. A partire dalla descrizione di Letizia, riguardante un ragazzino di circa 11 anni, David - il quale si sentiva sempre inadeguato ed era inconsapevole delle proprie capacità - infatti, vengono indicate in maniera più precisa le indicazioni sulle modalità di stesura delle osservazioni: è preferibile che siano in forma scritta piuttosto che orale; devono riferirsi ad uno o più episodi empirici quanto più dettagliati possibile, ma scevri di informazioni generali (non vita, morte e miracoli della famiglia, ma solo il necessario). Questo tipo di discussioni, com’era già stato detto, serve ad aprire la mente degli operatori e a reindirizzare l’attenzione.

Per quanto riguarda le discussioni in merito ai costrutti, ovvero alle decisioni pratiche degli educatori, esse sono sì utili, ma è preferibile rinviarle ad un momento diverso rispetto a quello riflessivo.

Viene, inoltre, affermata la necessità di un patto formativo da fare con i formatori, nel quale si chiarisce che non verrà detto loro nulla che non sappiano già, e che essi già sanno cosa devono fare, hanno solo bisogno di diventarne consapevoli e metterlo in pratica.

Ci si lascia, comunque, con tante “riflessioni aperte”, riguardanti il nostro gruppo (quando ci rincontreremo? È possibile formare delle squadre ed operare insieme?); i gruppi di formatori (possono essere eterogenei o solo omogenei? Se un gruppo è conflittuale come si fa a lavorare?); e, infine, esistono le “co-incidenze”?

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