La signora che non parla

Continuano ad arrivare messaggi  dai luoghi e dai tempi più diversi che sono stati toccati da Carla, ringrazio tutti in modo collettivo, ma sto registrando ogni messaggio perché voglio rispondere a ciascuno singolarmente. Soprattutto mi commuove il fatto che molte persone che ci conoscono solo attraverso le parole che spendiamo in vari luoghi della comunicazione, scrivono e si dolgono di questa perdita; è il segno di quanto ci sia bisogno di persone che creano legami e fratellanza con la testimonianza di vita prima che con qualsivoglia giusta lotta.

Ringrazio particolarmente quelli che hanno rilanciato in rete le notizie che andiamo diffondendo, Marco Rossi Doria, Luca Sofri, Adriano Sofri, Daniela Lepore e Decidiamo Insieme e particolarmente ringrazio l’inviato del Corriere della Sera Marco Imarisio che il giorno 18 alla rassegna di “Prima Pagina” di RAI Tre ha avuto il coraggio di leggere ‘un articolo non scritto’ concernerete la vita e la morte di Carla.

Per dare occasione ai tanti che hanno amato Carla in vita e che la stanno conoscendo ora l’Associazione Maestri di Strada che presiedo ha deciso di pubblicare una rassegna degli scritti di Carla e di organizzare quando saranno editati delle presentazioni in diverse città per dare occasione a più persone di condividere in modo gioioso e costruttivo quello che Carla ci ha lasciato. Per questo motivo ha aperto una sottoscrizione che ha già raggiunto 1500 euro.

La sottoscrizione resterà aperta ancora a lungo per finanziare tutte le attività connesse a questa pubblicazione.  I dati bancari sono Maestri di Strada ONLUS (Banca Sella Sud - IBAN:IT39 O 0304903400052886631730) 

Repubblica 19 dicembre 2009

Carla, una vita come Chance

La sera del 14 dicembre si è spenta Carla Melazzini docente per undici anni nel progetto Chance che cerca di recuperare quelli che non vanno a scuola. La sua famiglia veniva da una piccola valle tra “la bergamasca” e la Valtellina. Dal profondo nord passando per Pisa dove aveva incontrato e sposato chi scrive è arrivata a Napoli ed ha dedicato i quaranta anni migliori della sua vita a questa città portando nei luoghi dell’esclusione e della sofferenza una cultura aperta, accompagnata da una solidità umana basata sul profondo rispetto degli umili e dei semplici. La solidità montanara nella liquidità di una vita urbana degradata. All’inizio la chiamavano ‘la svezzese’ un misto tra svizzero e svedese ma poi è stata amata e rispettata senza aggettivi di luogo.

Essere grande ed umile al tempo stesso è la forza che l’ha portata ad unire intorno a sé ‘gli allievi che si incontrano nei peggiori vicoli di Napoli’ e scienziati sociali di varia estrazione, ad avere il rispetto del sindaco della città come dei commercianti del luogo che la chiamano ‘la signora che non parla’ cioè che non li apostrofa approfittandosi di un rapporto di dipendenza mercantile. E l’ha portata a guidare con la forza dell’esempio i professionisti più diversi: giovani educatori, genitori sociali che aiutano a’raffreddare i conflitti’, docenti, psicologi, artigiani che aiutava nel ritrovare un senso anche nelle situazioni più caotiche o dopo le esperienze più frustranti.

La mattina del 16 nella Chiesa del Soccorso di San Giovanni centinaia di persone che lei aveva unito in vita erano raccolte in un silenzio attonito a testimoniare quello che dovrebbe essere una comunità civile capace di educare i giovani. E abbiamo visto quanto questa donna, insieme a tante sue colleghe e colleghi stanno dando a questa città ed a questo paese perché riconquisti i livelli essenziali di civiltà.

Nella sua casa di Corso San Giovanni - portate dai passi delle persone, dai telegrammi, dalla posta elettronica - sono arrivate le testimonianze di quanti in Italia l’hanno conosciuta e la stanno conoscendo attraverso la testimonianza di chi continua il suo lavoro.

Sono giunte anche parole di solidarietà dalle istituzioni, dal sindaco di Napoli, dal governatore della Campania, dall’Assessore Regionale all’istruzione.

Chi scrive spera che questo raro momento di unità aiuti le persone e le autorità a capire che il mondo reale, quello che vale la pena vivere, non è quello delle rappresentazioni faziose, ma è semplicemente fatto da uomini e donne che si riconoscono come tali e che si amano attraverso le persone che sanno meglio riconoscere e rispettare la loro umanità.

Cesare Moreno

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