Lettera aperta al Ministro dell'Istruzione

La scuola a distanza è una scuola che si è ritirata dai corpi e non può essere testimone di verità

Caro Ministro Patrizio Bianchi,
non possiamo andare avanti così.
La scuola non può subire passivamente le ordinanze di qualsiasi autorità tecnica o politica decida di chiuderla.
Non è solo un servizio essenziale, è molto di più, è la fonte del pensiero delle giovani generazioni, il luogo in cui tra le innumerevoli sollecitazioni del villaggio globale, tra le innumerevoli sollecitazioni emozionali che ci vengono dai media, in cui tra le innumerevoli notizie false e peggio ancora capziose, le giovani menti possono cercare – trovare? – una via di verità. Per nostra fortuna siamo figli della cultura giudaico cristiana in cui il corpo – tra mille contradizioni – è presente in modo ponderoso: “ecce homo”, ecco l’uomo, è il corpo piagato dalla tortura ed è quel corpo che testimonia la verità dell’uomo. Noi non possiamo imparare niente senza il corpo e senza tutte le ferite e le fragilità di cui il corpo è testimone.
La scuola a distanza è una scuola che si è ritirata dai corpi e non può essere testimone di verità.
I nostri giovani e le loro famiglie non possono essere bombardati a tutte le ore del giorno e della notte da messaggi di terrore, da devastanti oscillazioni di tecnici e politici, senza avere un luogo in cui confrontarsi, esprimere dubbi e paure, trovare consolazione non nelle certezze scientifiche ma nella fragilità dell’altro, nel sentire la condivisione di ciò che sentono nel più profondo.


Abbiamo un gigantesco compito di realtà a cui l’istituzione scuola si è sottratta e continua a sottrarsi dietro il paravento di ordinanze tecnico-scientifico-politiche. Abbiamo il compito di realtà di fornire consolazione e sostegno a milioni di giovani che stanno vivendo nell’incertezza e nella paura quando noi stessi viviamo quella incertezza e quella paura, quando le loro famiglie stanno vivendo incertezza e paura, quando le maggiori autorità mondiali danno palesi segni di squilibrio.
La cosa che più ci spaventa è che l’intero genere umano sia arrivato a una svolta. La stessa sensazione che si diffondeva durante le grandi epidemie nei secoli passati, la sensazione che la pestilenza sia una risposta - degli dei o del Dio unico - a qualche terribile colpa del genere umano. Molti pensano così, ma in ogni epoca la rinascita è partita da quegli uomini e quelle donne che, tenacemente attaccati alla vita, hanno continuato a coltivare i campi, a coltivare sé stessi e a non dimenticare la propria umanità.


Oggi non possiamo affidarci alla spontaneità dei piccoli gruppi perché da tempo il confronto sociale è stato confinato in luoghi speciali e la scuola è il principale di questi se non l’unico in un tempo in cui le comunicazioni di massa sovrastano la conversazione umana. La scuola non è solo un pilastro costituzionale, un pilastro della società ma forse è un pilastro di una intera civiltà. Per questo non può chiudere, e non può imperterrita continuare ad operare come se il suo compito fosse solo quello di trasmettere quei frammenti di patrimonio di conoscenza che sono le discipline scolastiche - cosa che si può fare anche con il web - ma deve affrontare come primo compito di realtà la pandemia stessa. Non può considerare la pandemia un ostacolo alla sua attività, una parentesi che attendiamo di chiudere, ma è l’oggetto stesso della sua attività.
Ci sono urgenti compiti cognitivi a cui assolvere. È stato fatto un lavoro serio per diffondere informazioni adeguate sui modi di trasmissione, sul modo di svolgersi dell’infezione? Sul modo di utilizzare i dispositivi di protezione individuale? Sull’igiene collettiva, su come si promuove la salute di tutti?
E c’è un ancor più urgente bisogno di entrare nel merito di sconvolgenti processi psichici. Sappiamo quanto tra i docenti e i giovani allievi sia diffusa la cultura del probabile e dell’incertezza versus quella del possibile e del certo? Siamo consapevoli del fatto che quando “tutto è possibile” è aperta la strada alla paranoia? Sappiamo aiutare un ragazzo in preda alla fobia dei virus? Sappiamo aiutare un ragazzo che si è rifugiato nel negazionismo perché non riesce a fronteggiare le ansie?


Sappiamo indicare ai nostri giovani allievi i modi per mantenere allenata la propria intelligenza pur nel necessario isolamento, sappiamo aiutarli a contenere l’aggressività infrafamiliare che si sviluppa nelle situazioni di clausura?


Per tenere aperte le scuole, almeno aperte alla frazione più fragile della popolazione scolastica, è necessario affrontare le ansie seminate a piene mani ogni giorno da una comunicazione di massa che gareggia irresponsabilmente a diffondere allarmi, e dobbiamo affrontare i dubbi e le incertezze che l’organizzazione scolastica ha su sé stessa e sui suoi singoli componenti.
Per tenere aperte le scuole, e per gestire in modo accorto la didattica a distanza, bisogna tener conto che troppi docenti sono allo stremo, che i continui fermi e ripartenze hanno lasciato il segno, che troppi sono doppiamente stressati dal fare lezione da casa e dal dover tenere i figli a casa.
Sono necessari segnali forti ed evidenti che la scuola sa curare la salute fisica e psichica di tutti i suoi interlocutori: docenti, personale ausiliario, allievi e famiglie.
Noi abbiamo fatto piccoli esperimenti: una tenda tipo “croce rossa” un segno di riconoscimento noto, uno strumento medicale all’ingresso della scuola rassicura ragazzi e famiglie. Bisogna fare questo ovunque: che ci siano volontari della protezione civile, che ci siano forze dell’ordine o militari non importa, ci vuole un segnale forte e chiaro che la scuola è prioritaria e che lo Stato e la società civile stanno facendo il massimo sforzo perché operi in sicurezza. Credo che la misura più seria sarebbe stabilire che segue a distanza solo chi ne fa esplicita richiesta, solo chi per mille motivi si sente particolarmente esposto se viene a scuola, a tutti gli altri occorre fornire rassicurazioni concrete e curare la comunicazione in un modo efficace e responsabile.
Se non ce la facciamo con le strutture ordinarie occorre un piano straordinario di mobilitazione civile. La scuola in presenza è chiusa da un anno e in questo periodo si sarebbe potuto affrontare il tema per preparare psichicamente e tecnicamente centinaia di migliaia di persone per affrontare la pandemia. Ora realisticamente nonostante le lente vaccinazioni e a causa di continui procurati allarmi ne avremo per più di un anno – ammessa l’efficacia della ‘”immunità di gregge” per questa pandemia – per smaltire ansie e paure che vanno oltre il corona virus.
Chi ha affrontato su scala internazionale epidemie gravi sa che le strutture ordinarie sono sempre inadeguate ad affrontare il problema, specie nei paesi poveri. E hanno imparato a mobilitare, istruendoli e governandoli, operatori ausiliari, spesso giovani e giovanissimi. Niente di tutto questo è all’orizzonte e gli stessi adulti, quelli che dovrebbero insegnare agli altri, sono ridotti a dover dipendere da un comma dell’ultima ordinanza, a doversi confrontare con l’altro non sulla base delle conoscenze ma sulla base dell’ermeneutica delle ordinanze.


Non basta “infarcire” la scuola con nuove figure: psicologi, pedagogisti, terzo settore etc.. Serve che il governo dell’Istituzione scuola e di ogni singola scuola sia basato sul pensiero e non sulla paura, che i diritti non siano garantiti dalla forma ma siano ‘esigibili’, che l’istruzione non serva a essere accumulata in funzione del futuro ma serva qui ed ora a fronteggiare una crisi di civiltà. Le figure specializzate hanno un senso e possono operare se c’è una mobilitazione generale per far funzionare la scuola, se c’è un piano credibile per conciliare una consistente didattica in presenza con la didattica a distanza se e quando è indispensabile.


Cesare Moreno e i Maestri di Strada
 

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