Calci alla maestra e calci all'educazione

Video dal TG 2

L’articolo pubblicato da “Il Mattino” on line ha ricevuto oltre 40 commenti, tutti all’insegna del “mal di stomaco”, ossia della reazione viscerale a base di galera, schiaffoni, espulsioni dalle scuole del regno e quant’altro. Solo alcuni reagiscono alle emozioni altrui con sdegno ma pochi argomenti e molti anatemi.

Ho visto al TG2 i commenti del marito e penso che questo da solo valga qualsiasi argomentazione. Se vi è capitato, forse avete visto anche il mio commento.

Leggo poi prese di posizione di amici vari.  Difendiamo la scuola, facciamo appello a chi sa trattare queste questioni, etc...

Quattro giorni prima un  educatore  - in tutt'altra situazione - è stato pestato duramente da un quindicenne  preda di furore scattato ancora più ingiustificatamente.

Colgo l’occasione per cercare di dire a un pubblico più vasto in cosa  è consistita – quando esisteva - la metodologia dei maestri di strada in questi casi.

Prima considerazione: fare una analisi della situazione per grandi categorie non serve. I commenti de “Il mattino”, senza sapere bene chi sia il ragazzo, argomentano che possa essere uno che vive in ambienti violenti e degradati, che abbia dei genitori che lo spalleggiano etc..

Probabilmente c’è del vero ma non sono affatto sicuro che sia così, potrebbe essere vero a egual titolo esattamente la situazione opposta, ossia che si tatti di un ragazzo educato e normalmente tranquillo.

Seconda considerazione: le prese di posizione politiche, morali, pedagogiche, di lotta, non servono.

Noi dobbiamo capire innanzi tutto la situazione, avere una descrizione dei fatti nel loro minuto svolgersi.

Ora poiché non ho nessuna possibilità di indagare dal vivo né avrebbe senso in una situazione in cui non ho possibilità di intervenire a migliorare lo stato di cose esistenti, ricostruisco sulla base degli elementi in mio possesso:

Era il giorno delle prove INVALSI, cioè di un esame molto temuto ed oggetto di polemiche, e comunque una prova durante la quale anche il più distaccato di noi si sente giudicato anzi si auto giudica.  Il giorno prima avevo casualmente visto la dirigente di quella scuola, era totalmente immersa nella lettura di carte che riguardano la prova. Mi sono affacciato a salutarla perché è una mia ex collega.  Tre volte le ho detto buongiorno, non sentiva proprio, alla terza alza la testa: «E’ proprio il momento sbagliato per farmi visita: prove INVALSI». « Sono in visita per questioni di segreteria. Buon lavoro». Conoscendo Rosa sono sicuro che abbia fatto svolgere le prove col massimo del rigore e della serietà, come occorre fare in queste occasioni. Nei mesi precedenti ci sono stati – anche questo l’ho appreso casualmente recandomi presso l’istituto professionale dal quale dipendevo – seminari con i valutatori INVALSI che avevano ad oggetto alcune singolarità statistiche delle prove a svolte a Napoli che forse dimostravano un non eccessivo rigore da parte di molti.Conoscendo questi dati ho subito immaginato che la maestra oggetto dell’attacco non fosse la maestra abituale del bambino. L’ho chiesto agli operatori video che pochi minuti prima avevano girato nell’ospedale e ne ho avuto conferma: la maestra era presente per la vigilanza sulle prove. Ed immagino, poiché questo non è un compito di per sé  entusiasmante, che si tratti di una maestra sensibile e motivata.La dinamica dei fatti: un bambino della classe dice una frase che un altro ritiene offensiva per sè e questo gli lancia un portapenne (un tempo erano in legno di faggio con un coperchio scorrevole, ed ho visto teste rotte per il loro uso improprio) che immagino fosse di quelli morbidi con la chiusura lampo.  Immagino che i ragazzi fossero distanti e che il lanciatore subito dopo il lancio, come è d’obbligo in questi casi, si sia alzato come una furia per raggiungere l’altro: è stato qui che la maestra è giustamente intervenuta scatenando una reazione di rabbia incontrollata.Dunque ho motivo di ritenere che ci fosse una situazione di grande tensione tra gli operatori scolastici ad ogni livello. E questo sarebbe stato vero comunque perché lo abbiamo sperimentato sistematicamente in prossimità degli esami:  docenti, educatori, coordinatori,  vanno in ansia: basta l’esistenza di uno sguardo estraneo o semplicemente ‘diverso’ dal solito (quindi anche una persona familiare che è presente in un nuova veste) per scatenare “un’ansia da prestazione” che si trasmette amplificata ai ragazzi. Naturalmente tutti dicono che sono i ragazzi ad essere in ansia; in realtà c’è una circuitazione amplificante tra i diversi componenti della piccola comunità  che porta ben presto l’ansia al parossismo finché qualcuno decide di spezzare la spirale con qualche atto che scioglie in modo esplosivo la tensione generale.

L’anno scorso, anche i nostri allievi, reduci da un anno scolastico che definire travagliato è un eufemismo, hanno dovuto sostenere la prova INVALSI.  Svolgendo un’adeguata preparazione – di cui dirò di seguito – nella maggior parte dei casi non ci sono state esplosioni, ma nei casi in cui ciò è avvenuto certamente c’era stata  inadeguata preparazione.

Dunque  sostenere una prova nazionale di valutazione è di per sé una fonte di forte ansia per adulti bambini e genitori; se poi si sa di essere osservati in modo speciale – il sud che fa brutta figura con il nord, i valutatori che ti hanno già criticato, le polemiche intorno alla validità delle prove, la scarsezza dei mezzi a disposizione per fare un buon lavoro educativo – ci si rende conto che l’esplosione del primo bambino è come la pistolettata di Sarajevo: fa precipitare in guerra aperta una tensione di cui l’aria era satura da un pezzo. E come sempre accade in questi casi i primi ad essere disponibili alla zuffa sono i più disgraziati, quelli che in quel momento sentono di più l’intollerabilità della situazione, e ne vogliono uscire costi quel che costi.

La differenza tra il nostro lanciatore di insulti e il regicida di Sarajevo è che quest’ultimo riteneva suo personale nemico l’arciduca, e questo il suo compagno di classe.

Che fare?

La prima regola quando si è nella merda è riconoscere che ci siamo, è condividere il disagio della situazione, ciò serve a dare un nome ad un’ansia che da un punto di vista razionale appare immotivata ed ingiustificata e di cui ci vergogniamo come se fosse la spia di cattiva coscienza. Quando avevo la possibilità di fare il mio lavoro di coordinatore la prima cosa era rassicurare i colleghi che una singola prova non poteva mettere in discussione la serietà e la dedizione con cui avevano lavorato per un anno intero. Certo che potevano esserci risultati inadeguati e questo sarebbe stato oggetto di discussione, ma in ogni caso non poteva essere messa in discussione la loro persona.

Questo è il primo punto: distinguere i risultati dalla persona; i risultati sono la conseguenza di una attività molto complessa e per certi versi imperscrutabile, la nostra reciproca stima professionale è basata sulla frequentazione e la serietà di un lavoro che si svolge per duecento giorni e 1600 ore.  Certo che se abbiamo risultati deludenti dobbiamo discuterne, ma è l’intera organizzazione, a cominciare dal coordinatore, che deve mettersi all’opera per individuare i punti deboli. Noi sappiamo che sono le sconfitte a spingerci verso nuove soluzioni. La cosa importante dell’esame è svolgerlo con la  massima serietà  e serenità in modo da essere pronti ad accogliere anche la sconfitta come fonte di crescita.

Fatta questa operazione con gli adulti essa va ripetuta pari pari con i ragazzi.  Un esame ed una prova hanno significati complessi:

 rendere visibile alle istituzioni che organizzano la scuola quali siano i risultati, e questo è importante perché in questo modo i giovani sanno che  contribuiscono a migliorare il sistema.  Si possono fare tutte le polemiche che si vuole su queste prove,  ma poi  bisognerebbe sostenerle senza riserve perché comunque sono uno strumento che serve al cambiamento, delle stesse prove, se necessario. Sostenere le prove è quindi anche  dire ai giovani che non sono semplici ‘oggetti di osservazione’ ma soggetti per possibili cambiamenti. Per noi che realizziamo un progetto forse è stato più facile dire “Lavoriamo con serietà, facciamo vedere che il progetto ha avuto un senso”.Rendere consapevoli i giovani del proprio valore.  I ragazzi spesso hanno scarsa autostima, hanno il timor panico di non sapere, spesso sottovalutano le cose che sanno. Esercitarsi in precedenza per dimostrare  a se stessi che le cose che si sanno alla fine vengono fuori è fondamentale. Aiutare i ragazzi a contenere l’ansia che può diventare debilitante e distruttiva è un compito importante a monte delle prove. Noi arriviamo a fare delle simulazioni d’esame il cui scopo è proprio  imparare a gestire l’ansia Addestrare i giovani e i loro educatori a sostenere gli esami, a considerarli una parte essenziale e ineliminabile del processo i crescita. Superare un esame significa sostenere la prova e saperne accettare ed elaborare le emozioni connesse. Partecipare a un esame con questo significato significa che, qualsiasi siano i risultati, io esco più grande. Più capace di gestire la mia vita perché  conosco i limiti delle mie competenze, e perché conosco meglio la mia capacità di gestire situazioni difficili o frustanti. Noi usiamo dire che l’esame non è solo un tirare le somme di un percorso, ma aggiungere al percorso qualcosa che retrospettivamente valorizza ogni esperienza precedente.Dunque se c’è stata un’adeguata preparazione su questi punti - e questo non si fa con una predica, ma si fa con attività concrete che mettano in condizione i giovani di riconoscere l’ansia, di impegnarsi al massimo delle possibilità, di riconoscere il valore formativo della prova - i risultati non mancano. Generalmente agli esami i nostri allievi hanno reso meglio di quanto si aspettassero loro e i loro docenti.  In un numero di casi significativo non ci sono state buone prestazioni e questo è stato oggetto di elaborazione da parte dei ragazzi e dei docenti, in pochi casi c’è stata una cattiva reazione nel senso di mancata accettazione dei risultati da parte dei giovani.

Pensiamo invece ad un altro tipo di preparazione agli esami: si cerca di scoprire in anticipo qual potrebbero essere gli oggetti della valutazione, i genitori mettono un preparatore privato, gli insegnanti si affannano a voler colmare le lacune più evidenti,  molti si affannano a trovare  o richiedere escamotage per godere di qualche aiuto  durante le prove,   molti si attrezzano a copiare e a fare quello che da che mondo è mondo si fa in vista degli esami.

Tutte queste cose non fanno altro che accrescere l’ansia, che moltiplicare il peso che sta sule spalle dell’esaminando: deve rispondere di sé, del genitore che ha speso i soldi, dell’insegnante che gli ha proposto un recupero dell’ultima ora, del preside che ci tiene a far fare bella figura alla scuola.

Bisogna sgomberare il campo da tutto questo e lavorare sul rilassamento, assicurare il giovane che qualsiasi cosa accada gli vogliamo bene e siamo lì a sostenerlo per uscirne al meglio. Nel passato anno scolastico per motivi che qui  non espongo, noi sapevamo che un certo numero di allievi sarebbero stati certamente bocciati in quanto i membri della commissione esaminatrice avevano espresso un giudizio inappellabile sulle esperienze pregresse.  Dunque il nostro compito di educatori e di docenti di un progetto di recupero è stato quello di assicurare la nostra massima disponibilità per stare ancora a fianco ai ragazzi e per continuare se possibile in altre forme l’opera cominciata.

Dunque se ritorniamo al caso in esame: sono sicuro che la forte tensione esistente ha avuto un ruolo decisivo, ed ha avuto un ruolo decisivo il fatto che non ci fosse una pregressa conoscenza dei protagonisti. 

Ora è certo  che le prove devono svolgersi con la presenza di estranei e che accettare questa presenza  è a sua volta una prova importante di maturazione; ma è altrettanto certo che l’estraneo non dovrebbe essere investito dagli esaminandi da angosce e emozioni che non lo riguardano. Favorire una conoscenza preliminare, fuori dalla configurazione ‘dura’ dell’esame può aiutare ad umanizzare una figura che diversamente viene percepita quasi come un nemico.

Dunque bisogna aiutare i docenti e la scuola a gestire queste situazioni, soprattutto bisogna aiutarli a pensare su queste cose, ad analizzarle nel dettaglio per trovare nuove strategie e quindi bisogna innanzi tutto dire che docenti ed educatori devono essere messi in condizione di difendersi facendo bene il loro lavoro.

Va da sé che ci vogliono mezzi e quant’altro, ma è altrettanto vero che finché non ci saranno i mezzi dobbiamo comunque  imparare a disinnescare queste dinamiche; se no, non ci saranno fondi ministeriali che basteranno.

Il punto di vista che devono adottare gli educatori è quello di voler aiutare se stessi e ogni altro operatore ad affrontare situazioni difficili ed impreviste.

Altri punti di vista sono molto più interessati a usare il caso come emblema di qualcos’altro, lasciando l’operatore là dove si trova. Io penso che una buona politica, e una buona cultura dovrebbero partire dalla premessa di saper fornire un aiuto a chi sta in mezzo al guado. Ma mi pare che l’atmosfera sia troppo avvelenata dallo scontro politico  e troppo  ideologizzata per ansia da schieramento per curarsi dei maestri e delle maestre che domani mattina andando a scuola potrebbero incappare in un calcio.

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