Segugi di periferia

Cesare Moreno ha messo insieme un po' di scritti e considerazioni offerti dagli educatori di Maestri di strada:

Silvia, Claudia, Antonia, Barbara, Laura, Sara, Mena, Rosa, Chiara, Cira, Gabriele, Nicola e Peppe tra venerdì e sabato di pasqua hanno distribuito circa 180 pacchi viveri per la mente. Stanotte Mena ha scritto un testo che è una cronaca del viaggio nelle periferie dell’animo e della città che riproduco in questo blog. Premetto come dedica a tutti i maestri di strada e a tutti gli educatori che in questo momento stanno riannodando in mille modi i fili di relazioni spezzati dalla quarantena un breve testo che avevo scritto in occasione di una presentazione del libro “la mappa e il territorio”.

Periferie, sogno, caos
Alla periferia della mente c’è il sogno che confonde i contorni, i colori, i significati e fa balzare alla coscienza ciò che essa stessa voleva tenere nascosto; alla stessa maniera l’unico modo di scoprire le periferie è confondersi in esse per ritrovare l’umano che la città nasconde a se stessa. Come un segugio – stalker - segue le tracce dell’animale braccato in mezzo ai mille odori della foresta, così l’educatore, segue le tracce dell’umano che, nella desolazione delle periferie, tuttavia vive un’esistenza autentica.


Narrazione dalla strada di Mena Carillo ed altri

PREFAZIONE: “DISPERSI”, di Gabriele Gigante
“Ma chi te lo fa fare?”, questa fu la domanda al termine di un’intervista che mi fu fatta qualche tempo fa. All’epoca (all’incirca due anni fa) cercai di rispondere allontanandomi quanto più possibile da una facile retorica. Ma il mio tentativo fu vano, in me era ancora immatura la consapevolezza rispetto al mio percorso all’interno di Maestri di Strada.
Così ho continuato ad interrogarmi senza arrivare ad una risposta soddisfacente per molto tempo. Fino a quando, come una folgorazione, sono stato travolto dall’evidenza e la semplicità della risposta. Semplice non vuol dire facile, pretendere in un tempo troppo prematuro di capire il senso delle proprie scelte è impossibile. Spesso si arriva alla fine di un percorso, per capire quale significato ha avuto prendere quella determinata scelta di vita. E così, nel corso delle multivisioni, analizzando il percorso attraversato dai ragazzi incontrati a scuola e nei laboratori territoriali, ricostruendo le loro storie e i loro comportamenti, ho capito che ero (e probabilmente sono) un disperso come loro. La dispersione a cui faccio riferimento è così diversa quanto identica a quella dei nostri giovani.E’ diversa perché le condizioni “di partenza” sono dissimili: famiglia piccolo borghese, discreto livello scolastico, contesto abitativo dignitoso. Queste le condizioni materiali, per così dire, che sappiamo avere una forte incidenza. Ma il loro apporto può essere prevaricato da una condizione mentale in preda al disorientamento. Così diviene difficile razionalizzare i propri sentimenti di incertezza, dubbio, che possono tramutarsi in apatia e tristezza.
All’inizio del mio percorso come tirocinante ho accusato l’esperienza a tratti come obbligatoria, pesante e indesiderabile. L’impatto è risultato traumatico, la mia prima osservazione è durata due ore in una scuola di “trincea”, nella quale si percepiva fortemente la disintegrazione e il dolore assordante dei ragazzi. Ne uscii con il mal di testa e la sensazione di essere nel posto sbagliato. Una sensazione che mi è rimasta appiccicata addosso per molto tempo, e che è persistita anche quando ho cominciato a collaborare come educatore per Maestri di Strada.
Letteralmente buttato nella mischia, con pochi punti di riferimento, non mi raccapezzavo sul motivo della proposta ricevuta e sul perché io l’avessi accettata. Forse ero convinto che presto ci saremmo ravvisati tutti e le strade si sarebbero di nuovo separate come giusto che fosse. Ma l’assidua frequentazione al gruppo plenario di riflessione mi ha assicurato gli strumenti necessari per una lenta evoluzione umana e professionale; è stato il gruppo a permettermi di avviare la mia personale trasformazione.
Tollerando le mie “deviazioni”, i miei atteggiamenti ambivalenti, le mie “fughe” e i miei “ritorni”. Se non avessi sperimentato un gruppo capace di contenere la mia incertezza, la mia incapacità di adattamento, e mi avesse semplicemente “punito”, probabilmente non sarei stato capace di ricomporre il mio percorso e crescere.
I maestri di strada mi hanno permesso di percorrere una traiettoria di crescita dolorosa, ma tale da uscire dall’insignificanza. Mi hanno permesso di accedere, tollerando la mia fatica, alle mie risorse e a riconoscere le mie potenzialità. E su questi punti che il mio percorso e quello dei nostri giovani convergono. Io e un qualsiasi giovane, necessitiamo di sperimentare il senso di autoefficacia, di riconoscere le nostre potenzialità e difenderle. Di sentirci riconosciuti da una comunità che ci aiuta a superare i nostri limiti, che ci sogna e ci trasforma. Sono convinto che i miei colleghi, oltre ad essere degli indiscutibili professionisti, siano un gruppo di dispersi, proprio come me. E da questo che probabilmente deriva la capacità di relazionarsi autenticamente ai giovani che incontriamo, attraverso un processo di rispecchiamento totale. E’ per questo che essere al loro fianco significa sostenere noi stessi. Questo è il motivo che “me lo fa fare”.CARI MAESTRI…
Stasera ho una strana inquietudine addosso… ascolto “Madonna Disperazione”, di Lucio Dalla e per la prima volta dopo molto tempo non riesco a mettere da parte l’urgenza di scrivere e dare ordine ai tanti pensieri e alle varietà di emozioni che in queste settimane stanno attraversando me e il gruppo… “C’è molta poesia a stare zitti se non si ha niente da dire” dice la canzone …Ma io stasera ho qualcosa da dire…più d’una in realtà.
Ho ripreso, per sua gentile concessione, uno scritto molto significativo di Gabriele Gigante dove affrontava un tema cruciale che in diverse forme sta tornando in questo periodo nei gruppi riflessivi, nelle riunioni operative, nella nostra quotidianità, nel mio modo di rispondere quando mi chiedono come sto o come sta andando il mio lavoro.
Mi sento “dispersa”, smarginata, scontornata, senza confini. E mi sembra paradossale sentirmi senza confini dentro una casa di 40 metri quadri. Mi sto chiedendo con costanza se il lavoro educativo possa generare di per sé un tale senso di frammentazione e dispersione in un operatore, se l’operatore è un disperso esperto di navigazioni in mare aperto e dei segni di infinito o se tale condizione è specifica e relativa a questo particolare momento storico, che mi fa spesso disperdere pensieri, energie, parole, mi fa sentire sfocata, come una fotografia venuta male perché non può cogliere i movimenti rapidissimi che ci fanno sfrecciare da uno stato d’animo all’altro in pochissimi secondi. La scrittrice Elena Ferrante la chiama “smarginatura” questa forte emozione che non riusciamo a nominare, che non ci fa focalizzare l’obiettivo e ci fa sentire in alcuni momenti distanti da tutto e tutti, come anestetizzati. Ad una delle protagoniste del suo romanzo succede quando si trova a confrontarsi con un’immagine molto forte di suo fratello in preda a un delirio di rabbia e disperazione che non è in grado di riconoscere…Ecco che si sfocano le immagini e senti di non poter raggiungere il nucleo vivo delle situazioni, come se ti sfuggisse sempre qualcosa. Mi viene in mente il dubbio classico di chi uscito di casa non può tornare più indietro per controllare se ha effettivamente chiuso il gas. Deve tollerare la frustrazione di non avere risposta certa a questa domanda e correre il rischio di “perdite e fughe di gas” … Pensando al covid19, forse non è casuale la metafora sul gas e l’impossibilità di respirare.
A volte mi sembra che siamo sempre stati in emergenza, da prima di questo virus, che lo sapevamo tutti ma non siamo riusciti a soffermarci così a lungo su cosa significasse.
Disperso in questo istante, per me, è sicuramente l’ordine naturalizzato e confortante delle cose che conoscevo. Mentre la terra prova a curarsi le ferite che il virus_uomo19 le ha procurato, qualcosa scava da dentro e lascia solchi di senso che il fare riempie senza mai colmare davvero, per questo non ci si riesce calmare.
Così capita che un pomeriggio ascolti la voce di un bambino alla radio, Silvestro, che ti legge un tema in napoletano, un tema lucido, forte, pieno di coraggio. In napoletano coraggio lo puoi leggere pure come “aggio’ core”, ho a cuore. Ascoltando la sua voce cedi sotto il peso di una forma comunicativa sincera, leale, universale, così potente che delle tue abitudini fintamente naturali non sai più che fartene.
Disperse sono le capacità di concentrazione, dispersa è la velocità della memoria a breve termine. Dispersa è la privacy e il senso di intimità nelle proprie case.
Disperso è il colore verde, la percezione di un corpo che non ha spazi dove camminare per pensare meglio, non ha corpi da sfiorare per sentirsi.
Disperso è il calore di una carezza e l’autenticità di uno sguardo. Quanti occhi curiosi o intrusivi sono entrati nella mia camera? Quante volte sono entrata io nelle stanze altrui senza incontrare davvero quella presenza?
Quando sento i ragazzi spesso noto che guardano se stessi nello schermo, non si riesce a farne a meno… ci si aggiusta i capelli, ci si mette in una posa distratta, disfatta, bislacca o si sceglie di non farsi vedere se il disagio è dirompente.
Ci si specchia dentro se stessi, spariscono gli altri, o si sparisce.
Arrivano video col buioi, audio biascicati, si sceglie di parlare a telefono o disegnare. Ci si vergogna di una casa, un balcone, una finestra, alcuni si vergognano anche di quel piccolo pezzo di cielo se lo si riesce a vedere…e del blu non bisognerebbe mai vergognarsi.
Vi lascio stasera un po’ di pensieri miei e vostri…provo così a iniziare un diario di questa impresa che stiamo compiendo…magari viene voglia di scrivere qualche pagina anche a voi.


ALLA RICERCA DEL NUMERO ZERO, di Stefania Notaro
C’era una volta un Numero Zero che passeggiava sulla spiaggia tutto triste e disperato perché nessuno lo considerava. Un bel giorno lo Zero incontrò Simone sulla spiaggia disteso al sole mentre leggeva un giornale dal titolo “I numeri zero”. Lo Zero restò stupito, si fermò e con le lacrime agli occhi chiese a Simone: “Chi ha pensato di intitolare un giornale proprio a me che non valgo nulla?”, Simone rispose: “Come non vali nulla? Tu sei il numero più importante! Tu stai a’ copp’ a tutt quant’! Il titolo a questo giornale l’ho scelto io con l’aiuto dei miei compagni!”
Lo Zero incredulo disse: “Ma davvero? E chi ti ha detto questa cosa?”, Simone: “Nessuno, t’ho dic io e ti puoi fidare!”
Mentre Simone e lo Zero discutevano sulla spiaggia, arrivò dal mare una barchetta con tanti numeri 1-2-3-4-5-6-7-8-9 e con in vista un grande cartello: ALLA RICERCA DEL NUMERO ZERO!!!
Simone indicò allo Zero la barchetta e nel frattempo tutti i numeri scesero per andare ad abbracciare lo Zero gridando in coro: “ Eccolo… finalmente”.
E lo Zero disse: “Perché mi cercate? Cosa volete farmi? Io non ho fatto nulla di male.”
Il numero 1 disse: “Ti cerchiamo perché per noi sei importantissimo, fondamentale, senza di te io resto sempre Uno e non potrò mai diventare 10, 100, 1000 ….. e così anche gli altri numeri.”
Lo Zero sorrise e felicissimo abbracciò Simone per avergli dato tanta fiducia e partì insieme a tutti i numeri per un lungo viaggio nel mare infinito.


LA DISPERSIONE DEL NUMERO 0
Se esiste una solitudine dei numeri primi inizio a ipotizzare possa esistere anche una dispersione del numero 0. Ci vuole poco a disperdersi…Le cifre lievitano. Lievita il budget di un progetto, il numero dei morti, il conteggio dei malati, la somma delle riforme, i dispersi in mare, i feriti in guerra, le fatture, le tasse, i partecipanti ai concorsi pubblici, il capitale di un’impresa. Gli zeri lievitano, si riproducono e si moltiplicano, generano perdite e ferite, smarriscono le singolarità. A questo tipo di scenari siamo abituati, purtroppo: cifre tonde senza nome al plurale.
Lo zero è un numero appartenente all’insieme dei numeri naturali ed è l’unico numero reale che non è né negativo né positivo. In matematica lo zero annulla un risultato (nel caso della moltiplicazione) oppure non viene considerato (nel caso dell’addizione x+0=x). Alfred North Whitehead disse: “(…) per le normali attività quotidiane, lo zero non ci serve affatto. Nessuno va al mercato a comprare zero pesci.” Quella di A.N. Whitehead è un’affermazione giusta fino ad un certo punto; lo zero non è strettamente necessario nella vita di tutti i giorni, questo è vero (nessuno conterebbe mai le proprie monete a partire dallo zero), ma se si scava un pò più a fondo nel significato dello zero, si scopre che lo zero è la base, il fondamento dal quale tutte le cose partono; per esempio appena si accende una bilancia elettronica, la prima cifra che vediamo è lo zero.
I maya intendevano lo zero come ordine numerico vuoto, lo zero fu creato probabilmente per cause religiose: i sacerdoti necessitavano dello zero come segnaposto per i loro calcoli astronomici. La rappresentazione dello zero maya può avere diverse interpretazioni: un guscio vuoto, un occhio chiuso, ecc…
In informatica la numerazione binaria ha dato una nuova vita allo zero, un segnale elettrico sul livello zero rappresenta comunque uno stato significativo del segnale stesso. Comunemente un dispositivo elettrico impostato su zero, significa che è spento, ovvero, non passa corrente per alimentare il circuito.
In conclusione: lo zero può essere il nulla o l’infinito perché se si moltiplica un numero per zero il risultato è zero, invece dividendo un numero per zero il risultato è infinito. Quindi probabilmente lo zero è l’alfa e l’omega: il principio e la fine.” (Fonte: https://www.festascienzafilosofia.it/2013/04/lo-zero-3/)
Nella favola di Stefania lo zero resta zero finché qualcuno non va a cercarlo… così gli altri numeri gli restituiscono un significato perché uno zero, non può pensarsi da solo. “Non esistono” allora “persone disperse, esistono solo persone che aspettano di essere raggiunte”, come nel gioco del nascondino: alcuni bambini nascosti aspettano di essere ritrovati… Ma chi li ha nascosti? Credo che come Maestri di strada dovremmo continuare a lottare per i numeri 0 come numeri dalle infinite possibilità che non riescono a vedere da soli…
“Anche i pensieri cadono talvolta immaturi dall’albero...” (Ludwig Wittgenstein, Pensieri diversi, 1937)


TUTTI PROMOSSI! LA SCUOLA E’ FINITA?
“Ciao ragazzi, oggi scrivo perchè sto cercando di resistere con tutte le mie forze...ma la confusione che regna nella scuola mal si adatta al mio stato d'animo! io credo che essere insegnante è più che essere un POSTINO che consegna compiti e poi li ritira. Se noi adulti stiamo così, immaginiamo i nostri ragazzi. Hanno bisogno di noi, di un sorriso, di una voce!!! continuano a dirmi che le chat sono illegali ma io continuo a pensare che siano l'unica porta, l'unica possibilità. I ragazzi mi cercano, mi chiedono, riusciamo anche a sdrammatizzare, come può essere illegale tutto questo?” (messaggio di una docente)
Nei primi incontri prevalevano le preoccupazioni su una legge imposta da un potere cieco, di un’impotenza rispetto alla legge. Abbiamo discusso di tutte le possibilità che si hanno di piegarla e tramutarla in qualcosa che abbia un senso. Il rischio è che nelle situazioni di emergenza la legge non ne abbia. “Io vorrei una legge che mi dica delle cose, che s’imponga ma abbia anche un senso” … Ma è difficile tenere il senso di queste regole che ci sono piovute addosso. Quali sono le regole e i limiti che ci stiamo dando laddove non contengono o falliscono quelle ufficiali?
La recente comunicazione del Ministro che la scuola non riaprirà (in presenza) quest’anno è stata quasi da tutti i media riassunta in questa frase: “La scuola non riapre e saranno tutti promossi, ma chi merita otto avrà otto e chi invece merita quattro avrà quattro”.
La comunicazione recepita e restituita da molti ragazzi è stata: “che studio a fare, tanto passano tutti!”.
Solo l’Italia non si sta davvero attrezzando per la non chiusura?
Torna il tema della dispersione di senso. I voti ci stanno ma siete tutti promossi.
Sembra che la scuola nelle sue comunicazioni ufficiali abbia creato un lasciapassare al disinvestimento e rafforzato la disaffezione degli studenti e lo svilimento del lavoro dei docenti.
Proprio perché c’è disaffezione diventa difficile pensare e poter vedere l’Altro.
La scuola è finita però ci sono i voti, questo crea un abisso insormontabile e sottolinea ancora una volta un messaggio paradossale di perdita di legami. I docenti rischiano di diventare generatori automatici di compiti a casa e non attivatori di idee e sostegno nei passaggi di crescita e di cambiamento. Il ministero li rende detentori di un potere, che è quello di mettere i voti, ma sono voti vuoti dove l’unico feedback è quello della tracciabilità delle proprie azioni, manifestazioni di una macchina statale inadeguata.
Per un docente dare un voto è anche restituzione di un valore…Vige ora la confusione di dover fare il proprio lavoro senza poter restituire al ragazzo il proprio valore…ma di quale valore stiamo parlando? Il voto può essere dato solo se il docente sta facendo qualcosa…quindi ora è una questione solo del docente, non della relazione. E’ attestazione della fatica di dare, non di ricevere e restituire.
Questo è dovuto alla percezione dell’”esiste solo quello che si vede” …in una dimensione di non presenza fisica, ancora una volta il voto diventa l’unico indizio tangibile. Ma cosa resta della scuola se crolla anche la didattica…?
Quella che per gli insegnanti è in parte la manifestazione di un potere in realtà rivela l’assenza di una presa di coscienza… L’abuso di potere non viene mai considerato come tale dal sistema… sarebbe assumersi la responsabilità di chi l’istituzione la fa con il corpo. Ma il sistema si fonda sulla deresponsabilizzazione dei singoli a fronte dell’autorità.
“Preoccupazione per i ragazzi della terza media, e dell’assenza del supporto del gruppo classe nella fase di passaggio da medie a superiori. Di come l’esame di fine anno abbia il valore simbolico di sancire il passaggio ad un'altra fase della vita del ragazzo, e che senza questo la sensazione di spaesamento vissuta dai ragazzi potrebbe essere molto forte, la mancanza della ritualità potrebbe essere un elemento critico. E se ci inventassimo noi un rito da fare con i ragazzi che possa sancire che un anno è finito e che quindi sono pronti a passare all’anno successivo? Potrebbe il lavoro di maestri di strada aiutare la scuola a transitare verso la fine in modo da potersi ritrovare a settembre con nuova vitalità, e avendo riconosciuto ai ragazzi il passaggio da un anno all’altro?”
“Rispetto a questo, penso che la scuola abbia distrutto la fiducia che gli insegnanti hanno in se stessi. L'ansia della valutazione che prima potevano riversare sui ragazzi, ora si sta riversando solo su di loro. Questa cosa è così potente che ha annullato addirittura l'umano. È assurdo che nessuno di loro si sia preoccupato di impegnarsi a sentire ogni alunno salutato…”
“Questi dispersi scolastici, ignorati in primis dalla scuola, perché se non erro non si prendono le presenze durante le lezioni on line (se si fanno)...mi ha fatto pensare ai bambini dispersi dopo lo Tsunami...sopravvissuti e poi spariti…”

Quanto sta accadendo in questo momento può farci veramente dire che la scuola sia finita, o forse apre ad un momento di dialogo con l’Istituzione Scuola che abbiamo interiorizzato?
Come si può ancora pensare di scindere lo sviluppo naturale dei ragazzi con quello della scuola, non sono due percorsi che vanno paralleli?
Dove sono i docenti ora? Questa assenza che risuona nella nostra rabbia ma che non trova sfogo nel corpus docenti, cosa comporta?


MAPPE SOLIDALI – ALI SOLIDE PER VIAGGIARE MEGLIO
“Bello essere riconosciuti come portavoce di un’istituzione dalla comunità in cui venivano consegnati i pacchi: “quello non è il cibo, è la scuola”; inoltre il nostro non essendo un pacco come gli altri invita la partecipazione di chi lo riceve, è un simbolo all’attivazione, al pensare modi per partecipare e resistere, il nostro è uno scambio di senso tra due membri di una relazione di cura. L’andare come associazione e come porta voci di un’istituzione in quei luoghi significa portare l’attenzione di una socialità che li ha relegati all’anonimato, al non essere visti, alla periferia del senso. Quei luoghi così deserti davano l’impressione di camminare sulla luna, di essere distanti dalla civiltà, basta guardare le strade fatte a buchi, l’assenza di nomenclatura delle strade, la sensazione di stare in luoghi inesistenti. Essendo questa la prima esperienza abbiamo potuto raccogliere il vissuto di una comunità che pensa di non esistere, che è abituata a vivere nell’ombra della civiltà; con la nostra iniziativa abbiamo portato una prima rottura simbolica con il senso di marginalità dell’esistenza che caratterizza Napoli Est, e abbiamo la possibilità di condividere una ri-significazione di quei luoghi. Questa iniziativa è stata portata a termine perché si è mossa un’organizzazione e non un gruppo di individui, non è eroismo né altruismo, è empowerment, è una comunità professionale che interviene su una comunità di cittadini.”
Un ulteriore elemento che ha reso davvero difficile la consegna è stata la difficoltà di trovare quelle case, in cui persino google non sa che pesci prendere, strade i cui nomi non combaciano, spazi di luoghi che non sono ergonomicamente presenti nella mappa cognitiva ed emotiva di coloro che dovrebbero occupare dell’urbanistica. Uno smarrimento fisico che si trasforma in uno smarrimento esistenziale e un caos abitativo e narrativo, le viene in mente che per lei e per i suoi ricordi avere un nome della via dove ha vissuto e dove ha fatto esperienza è fondamentale, è un bisogno esistenziale quello di essere padroni dei propri luoghi. È stato bello, dice S., vedere la solidarietà di chi quei luoghi li conosce per esperienza nei momenti di smarrimento; si avvicinavano incuriositi e ci proponevano la loro esperienza come naviganti di qui luoghi dimenticati. Le piacerebbe, ora che anche lei ne ha fatto esperienza, di riscrive la toponomastica, mettere in quelle strade senza nome dei cartelli che permettano a chi quei luoghi li abita di mettere un’etichetta ufficiale a ciò che è solo spazio indefinito.


APPARTENERE E RESTITUIRE
vuole sottolineare quanto importante sia andare fino le case dei ragazzi, perché li si va a riconoscere nella loro intimità, e questo gesto ha un valore inestimabile nello sviluppo di una relazione, è quel superamento del limite che ponendo tutti in una situazione di fragilità porta a rafforzare la relazione che c’era. Sconfinando nei luoghi dell’intimità di una persona ti metti nella condizione di scoprire la sua verità. In più questa occasione ci ha permesso di rafforzare anche il nostro senso di appartenenza ad un gruppo, vista l’accortezza di coloro che sono andati a consegnare di mantenere costantemente informati gli altri, grazie a foto, a video, e anche il lavoro di Gabriele di darci proprio una narrazione completa di tutto il processo ci ha permesso di sentirci pensati nell’azione della consegna anche se eravamo a casa.
Per la prima volta ha potuto esperire il lavoro fatto da un altro educatore, vedere i ragazzi di cui tante volte aveva sentito parlare, ed è preziosa questa condivisione per la costruzione di un gruppo di Maestri di strada effettivamente unito e non diviso per settori.
Ci dice che ha partecipato a questo progetto, anche se spaventata, perché aveva bisogno di riappropriarsi del proprio corpo professionale, che sentiva sbiadire, sperimentare invece il muoversi, il pensare e il sentirsi come unico gruppo, le ha fatto provare un senso d’efficacia che l’ha ricaricata. Inoltre, ricontrare i colleghi e finalmente uscire per lei è stato importante perché è stato un modo per sperimentare la normalità, che per via del contagio stava cambiando e anch’essa stava diventando quasi un’illusione o come dice N. un’ipnosi d’acquiescenza.


VIVERI PER LA (NOSTRA) MENTE
Crede che questa attività ci abbia ridato molta energia, è come se finalmente il gruppo avesse trovato il modo di battere questa inattività costringente, e anche a lei vedere tutta questa bellezza le ha smosso la voglia di iniziare a pensare al dopo.
La cosa positiva del consegnare i pacchi è l’effetto che questi hanno provocato, il sentirsi pensati, il vedere come si può andare avanti e l’essere attivi e presenti anche in situazioni difficili, ha portato a ragazzi che erano già in uno stato di inattività a muoversi, ci racconta di Daniele che ha deciso che anche lui vuole rimettersi a studiare. Questo nostro gesto è un seme di speranza, che sprona a fare qualcosa, e spinge i nostri ragazzi a non lasciarsi andare.
Ma questa consegna dei pacchi è stata un’azione benefica anche per noi, è stata una spinta al fare, e un’occasione di sperimentare la fiducia nella possibilità di ricostruire una normalità del dopo, che fino ad ora sembra così lontana, vista l’ipnosi dell’inattività da quarantena che aveva afflitto tutto il gruppo
I ragazzi sono rimasti disarmati di fronte a questo gesto da parte nostra perché l’hanno vissuto come un atto d’amore, ed è l’amore che comporta trasformazioni emotive nei nostri ragazzi, il segno di questo cambiamento si ritrova nei sorrisi che nascono sui loro volti.
ritornare in strada è stato molto emozionante il rivedersi in sede e l’incontrare il corpo dei suoi colleghi. Crede che sia stata molto importante per noi tornare in strada e sperimentare questa nuova modalità di fare che ci ha permesso di fortificare anche la nostra rete sul territorio
Forcella pullulava di gente: mamme che diventavano guide esperte e che coglievano l’occasione per fare due chiacchiere con loro. C. ha percepito un gran bisogno d’attenzione, che fosse espresso con la volontà di far salire la maestra a casa, o che venisse da altre mamme del quartiere che chiedevano perché non ci fosse nulla per il proprio figlio.
Sempre con quel sorriso nello sguardo che la contraddistingue ci racconta di quanta felicità emanassero i bambini rom padroni di quei luoghi, in quanto erano gli unici ad essere in giro per la strada a giocare.


PACCHI-BOMBE
Sta facendo dei guai nel quartiere, ha fatto dei furti a scuola e in una merceria, la mamma è disperata, non sa più come fare e sta cercando un luogo dove chiuderlo. Se già era preoccupata per S. vedere questa situazione le ha fatto passare il sonno, dorme molto male. In più un'altra difficoltà straziante è stata quella di lottare per non farsi abbracciare dai ragazzi, M., le ha detto che poteva fidarsi che non aveva incontrato nessuno; questo per C. è stato come un colpo al cuore, vedere i ragazzi giustificarsi per una colpa, per un pericolo di contagio è stato straziante. G. aggiunge che non sempre il pacco è stato percepito come una cosa positiva, anzi alcuni si vergognavano di essere visti prendere un pacco perché potevano essere giudicati come economicamente in difficoltà, lo scarto di percepire il pacco come elemosina invece che come un dono…


LE VEDETTE
La comunità territoriale che abbiamo incontrato in quei giorni era curiosa, ci ha monitorato, in quanto elemento estraneo, e sicuramente di rottura rispetto ad altri incontri con istituzioni ufficiali, per molti noi eravamo la scuola. Ci aspettavano, le voci si muovevano più veloce del nostro furgone, quando cambiavano zona erano già pronti ad aspettarli, inizialmente un po’ ritrosi e vergognosi, poi curiosi e vogliosi di poter ricevere anche loro un pacco, come un segno di un’organizzazione che li pensasse che non li lasciasse nell’anonimato di quei luoghi dimenticati. In generale sono stati giorni in cui abbiamo vissuto una tensione emotiva positiva e negativa allo stesso tempo, e ne portano ancora lo strascico.


SENTIRSI UTILI
L’elemento che fa da conduttore a tutte queste esperienze è da una parte la dimensione dell’imprevisto che solitamente caratterizza la nostra vita di tutti i giorni, ma che si è persa con la quarantena e con la necessità di programmare altrimenti risulta impossibile raggiungere l’altro, invece lo scendere in strada a permesso di riappropriarsi dell’imprevisto che da la possibilità di confermare il legame che si era già costruito. Il secondo elemento è il sentirsi utile, nel racconto dei nostri operatori come sentimento vitale nelle professioni di cura ma che è centrale anche nella vostra vita quotidiana, e che senza quello ci sentiamo inesistenti… Importante permettere alle persone di sentirsi utili per gli altri: nell’atto del prendersi cura entrambi gli attori vengono curati…


MI VEDI?
Rispetto allo sguardo, C. ci dice che ha notato come le mascherine ci costringano a guardarci negli occhi, e li non si possono nascondere le emozioni. Inoltre, aggiunge, che questa esperienza d’incontro la fatta riflettere su come in questi momenti in cui siamo invitati a rimanere distanti, siamo più portati a pensare a chi non vediamo più da tempo, la sensazione di perdere il contatto, ci porta a chiedere che cosa succede quando non ci sentiamo più? Scompariamo per l’altro?


IL VALORE DELLA DISOBBEDIENZA
Questa presa della responsabilità di fare, ci permette di tracciare un percorso che ci porta fuori dalle settimane di confusione e ci rassicura che qualcosa si può fare e noi la sappiamo fare. Anche se le condizioni situazionali sono ostiche e fanno male, come l’incubo di una scuola che continui a rimanere chiusa in maniera illimitata, abbiamo la fiducia di sperimentare la costruzione di un’azione educativa che porti sollievo ai nostri ragazzi, e produca in noi un senso di efficacia grazie alla partecipazione, che combatta la condizione d’ubbidienza a cui al momento il nostro Stato ci sta invitando…


EMOZIONI VIOLENTE
Non poter partecipare, ad esempio ha attivato un senso di invidia e frustrazione iniziale, poi però quando è riuscita ad accettare il gesto d’amore, tutto è cambiato.
Ci sono anche emozioni disperse che non riusciamo a contattare, giocano a nascondino anche loro, come la fatica e la rabbia…
Consigliare caldamente di stare a casa… mi sento trattato come un bambino, dice G. Il messaggio è chiaro ma infantilizza, ed ha un portato di violenza.
Siamo vittime di narrazioni molto violente.


LE CARAMELLE (ci sono anche se non si vedono)
*questo contributo è senza parole* 

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