Il caos, condizione sublime per la professionalità educativa

Avevo cominciato a scrivere queste righe come premessa ad una pubblicazione integrale della lettera al direttore di Maria Luisa Busi, ma ho preso troppo spazio e mi limito a mettere il link alla sua lettera.A lei attraverso questo blog faccio sapere che immagino quanto le sia costato questa lettera e quale prezzo altissimo le toccherà ancora pagare soprattutto in confronto a tutti quei professionisti che si sentono imbarazzati da questo gesto e che necessariamente prenderanno le distanze da lei, e saranno molli rispetto alle calunnie e allo svilimento di questa  assunzione di responsabilità. Dovrà pagare un prezzo alto anche rispetto a chi vorrà trasformare questo suo gesto in un 'passaggio di campo'  e su questo ci sarà accordo da entrambe le parti perché trasformare un gesto civico in un gesto partigiano è il miglio modo, per gli uni e per gli altri,  di usarlo per la propria fazione.

Per parte mia posso dire che i 'maestri di strada' esistono ancora anche grazie a buoni servizi della RAi e di vari giornali e considero questa sua battaglia per informare sul mondo reale e sulla carta igienica nelle scuole elementari la battaglia di tutti noi.La lettera di Maria Luisa Busi

Riproduco un brano dell'articolo "L’educatore professionale e la qualità dei servizi socioeducativi e sanitari"  di Andrea Canevaro pubblicato in Difesa Sociale N° 1 - 2001

Che cosa possiamo intendere per professionalità, in particolare degli educatori? Potremmo indicare alcune componenti della professionalità nel riconoscimento di uno statuto e quindi di un ruolo professionale. Il riconoscimento non ha unicamente una dimensione giuridica ma anche una dimensione sociale e culturale. Il riconoscimento deve essere dato dalle Istituzioni, da un atteggiamento che valuti ad esempio la possibilità di fare concorsi con l'indicazione del ruolo, di avere avanzamenti nella prospettiva di carriera, e di avere delle considerazioni da parte di altre professioni per lo specifico compito che ha un educatore, e non di far dipendere il compito di un educatore o di una educatrice dai voleri delle altre professioni. Il riconoscimento è importante. Nello stesso tempo il riconoscimento è tale se vi è una competenza, e la competenza è messa in un profilo professionale. Quindi non è solo un riconoscimento giuridico ma anche una capacità di realizzare. Un profilo professionale permette di capire come si formano quelle competenze, perché non siano legate a carismi o a tratti di personalità. Un buon educatore, una buona educatrice, nasce da un percorso formativo, a cui danno un contributo non irrilevante gli elementi di personalità; ma il percorso formativo deve essere chiaro, individuabile, trasmissibile, e deve essere corredato da strumenti, da tecniche. Il profilo professionale è un elemento costitutivo. Vi è poi, nella professionalità, una assunzione di responsabilità costante. Quello che può distinguere, soprattutto in certi compiti, la professionalità dal volontariato è la costanza. Senza far riferimento alle accezioni di un volontariato che si esprime per tutta la vita, il volontariato può essere, senza colpa, una fase anche breve della vita. La professionalità è una decisione assunta e tale da esplicarsi per tutta la vita, anche in modi diversi. C'è, nella professionalità, un dovere di far capire anche a coloro che si avvalgono della stessa professionalità, le multiformi possibilità di vivere questo lavoro. (Andrea Canevaro)

Ciò che mi colpisce di questa definizione di professionalità è che essa venga legata all'essere della persona e non confinata all'esercizio della professione, e che sia definita come assunzione di responsabilità.  Forse, pensandoci bene, questa definizione potrebbe riguardare qualsiasi professionalità, perché ogni professione per quanto distante dal quotidiano, rimanda in ultima analisi alla tenuta delle relazioni in una società civile. e quindi ad un contenuto umano e relazionale. Ma mi voglio limitare alle professioni che più direttamente mettono in contatto un professionista con altri esseri umani con i quali egli interagisce profondamente, in queste professioni non ci si può limitare a 'eseguire gli ordini', non ci si può limitare a rispettare le regole formali, bisogna assumere una responsabilità costate ed assumerla per tutta la vita, anche in modi diversi. Per me significa che un costume di dialogo, di accoglienza, di empatia, di aiuto competente non può essere messo o dismesso a comando, direi addirittura che che l'assunzione costante di responsabilità avviene anche contro la nostra volontà tanto profonda diventa l'adesione a un modello di comportamento e di relazioni. Certi comportamenti 'eroici' sono obbligati: si sentiva obbligato Korczac ad accompagnare i suoi scolari al forno crematorio, si sentono obbligati certi pompieri che rischiano e danno la vita per salvare altre vite, si sentono obbligati - fuori da ogni retorica - quei militari che in battaglia o in una ritirata difendono la vita dei compagni a rischio della propria. E' un obbligo che nasce dalla  competenza che è tecnica ed umana contemporaneamente e che ci mette in grado di capire ciò che è meglio, che è vantaggioso per le nostre relazioni in quel momento. Chi non sa non vede, chi non vede non sente, chi non sente non opera. Il sapere professionale è anche frutto di addestramento, ossia di azioni ripetute e riflesse che si trasformano in schemi d'azione obbligati, quasi automatismi. Quando si vuole avvilire una professionalità basta molto poco: eliminare la riflessione, eliminare l'addestramento, sottoporre le persone a piccole angherie che ne compromettano la responsabilità, che le mettano in condizione di interrogarsi non su se stessi ma su cosa potrebbero volere i capi in quel momento. Dunque la condizione sublime per un professionista è poter esercitare la propria professione laddove non viene accettata, laddove si fa di tutto per umiliarla, laddove si fa di tutto per scompaginarla, perché è in quella condizione che il professionista può o non può assumere pienamente la propria responsabilità, capire se la sua è o no, una scelta di vita.  Bisogna sapere come trasformare la propria professionalità in relazione a condizioni estreme e destabilizzanti. E come dice Canevaro - è una mia lettura forzata delle sue parole ma credo compatibile - a volte gli educatori devono anche educare i propri committenti con la forza di  un metodo, con la capacità di tenere legato ciò che sembra impossibile tenere assieme. Ci sono donne che continuano a essere umiliate dal marito, spesso picchiate e, anche se sono donne che non hanno alcuna sudditanza psicologica, restano a gestire una famiglia perché ritengono che ci sia ancora una possibilità positiva, probabilmente sbagliano, ma io capisco che è difficile capire quando arriva il momento in cui la sofferenza personale sia un prezzo inutile o addirittura dannoso da pagare. L'educatore che, come dice Canevaro, ha una pluralità di committenti, è continuamente dilaniato dal dilemma della madre vera di fronte a Salomone: entrambe dite di essere la madre di questo bambino. Ora lo squarto in due e ne do un pezzo a ciascuna. La madre vera dichiara subito di non essere tale e Salomone, nella sua saggezza, le consegna il figlio intero. Continuamente siamo messi nella situazione in cui la vita delle persone può essere squartata e noi ci sentiamo garanti dell'integrità anche a costo di subire una violenza.  Ma fino a che punto possiamo accettare tutto questo? Finché siamo soli a decidere è molto difficile, abbiamo bisogno di un gruppo di riferimento. di qualcuno che possa ragionare con noi e dal nostro punto di vista ma in maniera un po' più distaccata, da un punto di vista in grado di vedere il movimento nel suo insieme. Una comunità professionale dovrebbe servire a questo; così, se mi consentite di restare nella metafora - ma secondo me non è una metafora - della donna sottoposta a violenze fisiche,  è solo un gruppo di donne solidale che può aiutare la donna oggetto di violenza a decidere  ma anche a cambiare finché è possibile farlo. E' quasi un anno - più o meno dai primi giorni del luglio 2009 - che chi scrive sta cercando di capire  dove sta il limite. Ha fatto una marcia del gambero infinita fino al punto di doversi chiedere se era ancora in sé, fino al punto di rischiare la propria salute psichica e fisica.  Ho chiesto invano un aiuto almeno a capire se stavo facendo bene o meno. Poi ho capito di doverne uscirne da solo, di dovermi assumere delle responsabilità educative nei confronti del contesto, ho fatto alcune mosse, tra cui quella di organizzare una riflessione da parte di persone che in vario modo hanno sostenuto con il loro incoraggiamento  il lavoro collettivo di un gruppo di professionisti, e penso che mantenere salda la possibilità di pensare sia un imperativo categorico per questa professione e sono convinto che su questa strada si troveranno delle soluzioni. Ma nel frattempo la realtà continua la sua trasformazione, nodi importanti vengono al pettine e chi scrive si trova ancora una volta di fronte a dilemmi potentissimi.  E si trova a pensare che finora non è riuscito neppure a dire alla sua comunità di professionisti quali siano le condizioni in cui opera. Ogni volta che parla della realtà, del quotidiano vede imbarazzo, voglia di fuga: alle persone non piace ascoltare quello che accade al di la del muro, le nefandezze che si consumano tra le mura domestiche, vorremmo che queste cose non esistessero, ci rendiamo conto che il semplice ascolto ci obbliga a qualcosa  e non abbiamo nessuna voglia di farci coinvolgere in questo. Il racconto delle nefandezze ci sporca, ci angoscia. Un professionista si lascia sporcare perché è in grado di elaborare tutto questo; se fugge come gli altri non ho alcuna possibilità di dialogo con lui.Lo capisco, lo capisco, ma non lo accetto.E soprattutto non lo accetto dai professionisti, perché questo nostro professionismo deve sempre partire dall'assunzione del dolore altrui, la nostra distanza non è estraneità ma solo un punto di vista defilato che ci consente di inquadrare l'insieme comprendendo nello stesso quadro la sofferenza della vittima e quella del carnefice (il carnefice è sempre solo una persona che agisce la propria sofferenza infliggendola agli altri), le ragioni dell'operatore e la logica del sistema. Dunque vorrei che qualcuno mi rispondesse, non dandomi indicazioni, non suggerendo soluzioni pratiche, ma prendendo atto e condividendo la difficoltà di una situazione a cui forse non c'è rimedio se non quello della solidarietà. E vorrei che fosse chiaro a me stesso e agli altri interlocutori, quando ci incontreremo a pensare insieme, che questo pensiero ha senso e utilità se non dimentica che nasce dal dolore di una esperienza, dalla sfida della sconfitta.

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