Educare allo sviluppo promuovendo la crescita personale

Educare allo sviluppo promuovendo la crescita personale

L’educazione è indivisibile, possiamo guardarla da angolazioni sociali diverse e immaginare molte educazioni, ma se stiamo al centro della relazione educativa, se stiamo a fianco della persona che cresce, l’educazione è unica ed indivisibile. Questo il messaggio che chi scrive, Cesare Moreno - qualificandosi a ragione di una vita spesa in tal modo, come ‘Maestro di Strada’ - porta qualsiasi sia il contesto o l’occasione in cui viene richiesta la sua testimonianza. Quella che segue è la declinazione che ne aveva dato in occasione del seminario di formazione per docenti

“Ruolo dell’Educazione allo Sviluppo

nell’offerta formativa per la formazione di cittadini più critici e consapevoli”

che doveva svolgersi a Napoli per il 14 dicembre 2009 e rimandato a marzo per difficoltà burocratiche. Lo riproduco con qualche modifica per ricordare a me stesso e tutte le persone che si stanno impegnando in una nuova difficile impresa, quali sono le ragioni elementari del nostro impegno

Educare allo sviluppo o produrre sviluppo, agire lo sviluppo?  

Questo interrogativo si può ripetere pari pari per ogni “educazione a… “ . Educare alla pace o agire la pace? Educare alla democrazia o agire la democrazia?   E più in generale dovremmo porci la domanda se sotto il profilo filosofico e linguistico sia lecito aggettivare l’educazione o indicare un campo di applicazione limitato ancorché nobile e universale, e se sia lecito usare per l’educazione la forma plurale ‘le educazioni’.

Educazione significa tirarsi fuori e uso di proposito la forma riflessiva perché per definizione l’educare riguarda l’attività del soggetto rispetto a se stesso. Possiamo anche chiamare l’educarsi come l’attività di uscire fuori dalle cornici preesistenti. Basterebbe questo per includere una serie infinita di educazioni: l’educazione allo sviluppo, alla pace, all’intercultura, alla convivenza, al rispetto del genere etc…

Se consideriamo che una delle definizioni di educazione allo sviluppo riguarda la promozione di sensibilità verso la cooperazione internazionale con il sud del mondo vediamo subito che anche in questo caso l’educazione riguarda innanzi tutto la crescita di sé, la maturazione di una capacità di vedere se stessi in un processo globale di interazioni vicine e lontane. L’individuo non è negazione o opposizione al gruppo e alle comunità (da quella vicina alla più vasta comunità globale), l’individuo  è invece l’espressione più alta della relazionalità: la capacità di essere se stessi in quanto collegati e sostenuti da una rete ricca di legami. E questi legami sono tanto più ricchi quanto più cresce la capacità della persona di raffigurarsi l’altro.

La capacità di sviluppare relazioni si collega al possesso di competenze chiave che mi consentono di gettare lo sguardo molto oltre i limiti del visibile.  E’ necessario che io sia capace di raffigurarmi l’altro e di conoscerlo e considerare il suo punto di vista prima ancora di incontrarlo. Dunque è necessario uno spazio nel pensiero, una possibilità di manovra all’interno della mente che consenta l’ingresso e l’accomodamento – addomesticamento  - di pensieri nuovi. Questo è educazione: uscire fuori dalle cornici esistenti che è la stessa cosa che accogliere nuovi pensieri; però significa anche uscire fuori da se stessi e dal quadro di sicurezze esistenti.

L’educazione porta con sé una dimensione di rischio e di pericolo perché richiede sistematicamente di abbandonare posizioni sicure e consolidate. E’ quindi indispensabile che accanto alla persona che cresce ci sia qualcuno che rassicuri, che indichi cammini sicuri, è indispensabile che esista una relazione di fiducia negli altri, o almeno in alcune figure di riferimento.

Lo spazio per pensieri nuovi deriva dalla possibilità di sentirsi protetti da persone che sono già cresciute, che consideriamo abitanti di zone sicure. E qui in un certo senso si chiude un cerchio, perché uscire fuori dalle cornici è possibile avendo fiducia nell’altro, ma per avere fiducia nell’altro ho bisogno di uscire da me e questo mi spaventa.

Come stabilire una comunicazione, qualcosa di comune, prima ancora di potersi conoscere e parlare?

Per quanto possa apparire stravagante, la prima risorsa comunicativa di cui disponiamo è l’espressione del dolore.  Esprimere uno stato doloroso comunica immediatamente all’altro una richiesta di collaborazione alla quale siamo naturalmente sensibili per immediata e irriflessa identificazione. Ogni altro comportamento umano - costruttivo, fattivo, benefico -  è figlio diretto o indiretto della aggressività e come tale condannato a infrangersi contro le barriere difensive altrui.  Il dolore, la posizione depressa di chi sente bisogno di aiuto, è anche la posizione dell’accogliere pensieri nuovi, nuove raffigurazioni dell’altro. 

Dunque l’espansione del sé, la capacità di considerarsi abitanti del mondo coincide con la possibilità di vedere accolti i miei timori e i miei dubbi circa la possibilità di inoltrarmi nel mondo. L’educazione allo sviluppo dipende strettamente dalla crescita di sé. E viceversa una assenza di sensibilità al respiro del mondo, alla sua buona salute fisica, al benessere dei suoi abitanti è l’indicatore di una speculare sofferenza nella persona.

Questa visione consente di stabilire una stretta connessione tra ‘periferie’ del mondo, periferie del sociale, periferie dell’animo.  Ci sono zone di esclusione e di interdetto dove non desideriamo trovarci o recarci, sono le zone della sofferenza senza speranza, quelle in cui ci si perde come uomini.  Gran parte del ‘disagio della civiltà’ deriva dal tentativo di tenere fuori della nostra identità ciò che sfugge ad una razionalità lineare: emozioni e sentimenti che agiscono - e ci agiscono - a nostra insaputa e fuori controllo; e teniamo fuori e distanti da noi le zone della città – periferie e ghetti – dove pensiamo che le emozioni elementari la fanno da padroni, e le zone del mondo che sono in preda alle emozioni causate dalla insoddisfazione dei bisogni più elementari.

Ciò che ci spaventa della povertà, della fame, della esclusione sociale sono le emozioni incontrollate che possono scatenare che sono le stesse che noi a mala pena controlliamo.  Tutti gli adolescenti che scoprono in se stessi pulsioni sconosciute e ne sono spaventati, sono i più radicali a confondersi o a tenersi compulsivamente lontano dall’orrore che immaginano governi queste zone del sociale e del mondo.  Gli adolescenti che vivono fisicamente immersi  nelle zone di esclusione e di degrado possono far coincidere la loro voglia di educarsi – di tirarsi fuori dalle cornici esistenti – con un rabbia e un odio violento verso coloro che personificano le pulsioni elementari; o viceversa possono acquietarsi immedesimandosi nel  degrado.

E’ molto difficile quindi riconoscere in un adolescente aggressivo – oppure depresso e  chiuso in una sorda opposizione al mondo – una volontà di cambiamento, una spinta ad identificarsi con quelli che condividono – in ogni angolo del mondo e in ogni angolo delle coscienze – la sua sofferta realtà.  Una persona  troppo preoccupata del proprio dolore, troppo invasa dalla rabbia non ha spazio per accogliere altro ed altri.

Il nostro lavoro di ‘maestri di strada’ consiste allora proprio in questo, riuscire a stabilire una relazione e quindi uno spazio di pensiero per elaborare il proprio dolore e quindi per potersi aprire in quello stesso momento alla comunicazione con l’altro.

In questo senso noi facciamo in modo esplicito ‘educazione allo sviluppo’  ossia cerchiamo di stabilire una sistematica corrispondenza tra la crescita di sé e la crescita delle relazioni, tra crescita delle conoscenze e crescita della capacità di sentire il respiro del mondo.

Concretamente questo significa compiere un percorso di cittadinanza che non è educazione alla cittadinanza ma pratica della cittadinanza: insieme di occasioni conoscitive e pratiche in cui si realizza  - qui ed ora - l’essere cittadino.  L’educazione infatti non è - e non può essere - una disciplina scolastica, ma è una attività praticando la quale essa stessa diventa immediato apprendimento, mutamento nei comportamenti.

La cittadinanza è un laboratorio e non una lezione, sono tutte le occasioni in cui si prende in mano il proprio destino, si attua una ‘sorveglianza’ sui propri comportamenti e sul proprio pensiero.  Partecipare a un  “circle time” dove si discute delle relazioni ed dei comportamenti reciproci tra allievi, una pratica apparentemente autocentrata è in realtà la prima delle pratiche di cittadinanza, quella in cui la capacità di pensiero e di parola si confronta con l’esistenza  di altre persone. Bisogna aver realizzato questa pratica, aver visto quanta resistenza e difficoltà hanno i giovani ad entrarci per capire invece quanto essa sia importante in un processo di appropriazione di sè e delle relazioni con il mondo. Ci sono giovani che non riescono neppure a partecipare ad una simile elementare pratica e dobbiamo considerarli seriamente malati, non certo di una malattia organica o psichica, ma certamente di una grave patologia della socievolezza che non porta niente di buono né a loro né alla comunità in cui vivono.

Da questo punto elementare ed immediato si dipartono i sentieri della cittadinanza: i giovani sono chiamati a partecipare alla progettazione del proprio percorso attraverso ‘focus group’ e momenti di assemblea; sono chiamati ogni giorno ad autovalutare la propria presenza, sono chiamati sistematicamente a provare a se stessi di cosa sono capaci.  Infine sono sistematicamente impegnati in attività di comunicazione sociale (mostre, incontri, manifestazioni etc..) sono chiamati ad incontrare gli altri (incontri con giovani che sono impegnati nel volontariato sociale, incontri con comunità altre ospiti della città …); sono chiamati a conoscere le istituzioni incontrandole nella città  e nei luoghi propri; sono chiamati ad assumere responsabilità attraverso pratiche di educazione alla pari. E tanto altro che trasforma gli apprendimenti di tipo scolastico in competenze professionali e sociali da spendere nella vita quotidiana, nella cittadinanza attiva, nell’esercizio di professioni.

In proposito è sempre bene rileggere alcuni documenti fondanti, ad esempio  la raccomandazione europea per lo sviluppo di competenze chiave. In quel documento ad esempio, viene stabilita una connessione tra apprendimenti disciplinari e competenze per la vita – crescita personale, cittadinanza attiva, inserimento professionale – che dovrebbe essere sempre presente in ogni momento del nostro lavoro di istruzione e formazione. In quel documento viene richiamata la fondamentale differenza tra conoscenze e competenze ricordando che queste ultime sono ‘appropriate al contesto’, che - aggiungiamo noi - è un contesto fatto di relazioni, di culture, di eventi e fatti che richiedono interazioni, elaborazioni, mediazioni  piuttosto che apodittiche affermazioni.

“Maestro di strada” esprime nel modo più sintetico ed immaginifico l’idea di una stretta interazione con i contesti di vita, e la necessità di spendersi per i giovani partendo da dove si trovano. In questo senso esso rinvia da un lato ad antichi maestri di strada, esempi di sapienza non arroccata che esistono in tutte le culture, dall’altro  al più moderno ed avanzato quadro di riferimento per i sistemi educativi.  E in entrambi i sensi postula una nuova professionalità educativa che occorre sia sostenuta da un sodalizio professionale che noi cerchiamo di rappresentare con l’associazione Maestri di Strada.

Il punto chiave per promuovere i tre aspetti dello sviluppo personale è un gruppo adulto, costituito di professionisti con competenze differenziate, che si comporta come gruppo accogliente di riferimento, in grado di offrire ai giovani quella certezza di guida e di competenza di cui hanno bisogno. Chi è accolto impara ad accogliere, chi è compreso impara a comprendere, chi è aiutato a crescere  aiuta lo sviluppo.  Il gruppo adulto, attraverso la reciprocità – rispetto reciproco, scambio cooperativo, collaborazione creativa - attiva un processo circolare di crescita che si estende ‘al mondo intero’.

Questa è dunque l’indicazione semplice ed insieme difficile per poter praticare una educazione allo sviluppo: aiutare ciascuno a crescere, a diventare padrone di sé sentendosi parte di una vasta comunità; ciò conferisce alla giovane persona in crescita la possibilità di ‘restituire’ alla comunità che lo ha cresciuto quanto ha ricevuto attivando comportamenti solidali e rendendosi capace di collegarsi la ‘sud del mondo’ perché si è collegato al sud suo proprio.

Tutto questo è stato sperimentato per 11 anni nel progetto Chance e custodito e diffuso dalla associazione professionale  che unisce docenti, educatori, formatori. Attualmente è in corso un nuovo esperimento consistente nel portare queste pratiche in dodici scuole della provincia di Napoli. Questo esperimento, finanziato interamente dalla Regione Campania, sta verificando la possibilità di far funzionare una delle classi delle scuole prescelte in modo sperimentale e finalizzato a recuperare i giovani che hanno trovato particolarmente difficile inserirsi nel funzionamento scolastico ordinario. Dall’interazione della scuola con questo esperimento dovrebbe nascere una riflessione sulle pratiche educative che può aiutare la modifica delle metodologie educative dell’intera scuola.

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