Assemblea Nazionale dell'Ala Elettorale DiEM25

17 febbraio - Roma

Si è svolta a Roma l' Assemblea Nazionale dell' Ala elettorale DiEM25 (Democracy in Europe Movement 2025).

Questo il programma della giornata:

ORE 9: Registrazioni all’ingresso dei partecipanti e delle partecipanti;

ORE 9.30:

- Saluti di Cesare Moreno, membro dell’Advisory Panel di DiEM25;
- Introduzione del dibattito da parte di Lorenzo Marsili (cc Europeo) e di due esponenti dell’Ala elettorale: riassunto degli ultimi mesi, situazione alleanze in Europa e in Italia, elezioni amministrative, sviluppo territoriale e nuove proposte.

ORE 10.30: interventi dei delegati dell’assemblea: apertura del dibattito. Moderano due esponenti dell’Ala elettorale. Come segnalato sopra, si darà priorità agli interventi dei membri dell’assemblea prenotati entro venerdì. Se le tempistiche lo permetteranno, anche membri esterni all’assemblea avranno la possibilità di intervenire.

ORE 13:30-15 PAUSA PRANZO

ORE 15-16: interventi delegati dell’assemblea (moderano due esponenti dell’ala elettorale);

ORE 16-17: Repliche cc Europeo e Ala Elettorale;

ORE 17: Chiusura dei lavori. 


Vi riportiamo l' intervento di Cesare Moreno e le sue considerazioni

Il sogno di una società pacifica

Ho partecipato come membro dell’Advisory Panel (comitato consultivo) ad un incontro di DiEM25 (Democracy in Europe Movement 2025) che si è tenuto a Roma il17 febbraio 2019, queste più o meno le cose che ho detto

Voglio condividere il sogno di una società pacifica.
Sono un Maestro di Strada e voglio spiegare per prima cosa perché son qui. Noi ripetiamo in ogni occasione che periferie del mondo, delle città e dell’animo sono strettamente connesse. Questo significa che ciò che accade alla frontiera del Messico, ciò che accade nel mediterraneo, quello che accade alla Centrale nucleare di Fukushima o nel deserto Libico arriva in diretta alle nostre coscienze e soprattutto a quelli che per vivere una sofferenza psicologica dovuta ad emarginazione sono particolarmente sensibili ai mali del mondo. E viceversa noi sappiamo che la somma di paura, rancori, odio che si va accumulando da decenni nelle nostre periferie è pronta a riversarsi sul mondo intero e sulle speranze di intere generazioni di giovani. E significa ancora che tutto questo nell’ombra lavora anche nelle coscienze di chi se ne sta comodo lontano da ogni sofferenza, salvo a farsi prendere dal panico quando per qualche motivo le realtà dolorose del mondo e delle città bussano alla sua porta. Ieri sera diverse centinaia di persone sono rimaste mute e senza forze quando sono calati i titoli di coda del film “La paranza dei bambini”: avevano appena visto il loro incubo.

Dunque il nostro lavoro consiste nel contenere tutto questo, nell’aiutare i giovani a elaborare il dolore piuttosto che riversarlo all’esterno, e ci serve di aiutare il mondo a raccontarsi in un modo in cui ci sia posto per i giovani. Sono qui per questo, per dire che in questo momento ci serve il racconto di un mondo in cui l’Europa possa essere, con tutte le sue infinite contradizioni, un luogo dove ci si incontra e dove le persone ragionevoli si contano, dialogano e dimostrano con i fatti che la convivenza pacifica e la cooperazione sono possibili.

Per questo condivido tutti gli appelli all’unità per queste elezioni europee, ma soprattutto vorrei invitare tutti a riflettere sui motivi per cui di fronte al naufragio ripetuto dei partiti o raggruppamenti di sinistra, gli ultimi rappresentanti di questi partiti – per molti versi gloriosi ma anche pieni di aspetti oscuri mai elaborati – non fanno altro che continuare a dividersi e a correre solitariamente corse perdenti; perché sono ciechi di fronte ai successi regalati a partiti nemici della convivenza civile.

Non voglio imbarcarmi in discorsi troppo complessi, ma sono sicuro che il senso di responsabilità è strettamente legato ai sogni, ad un fine che ci chiama e ci muove e ci orienta nelle scelte, nelle alleanze, nei compromessi, nel promuovere legami e profonde amicizie.

Qualcuno ha richiamato la storia di Alex Langer; di quell’esempio a me rimane la sua determinazione nel cercare un modo di convivenza tra diversi conservando la diversità, ed una capacità quindi di trovare le vie dei compromessi e delle alleanze senza aver paura di perdersi in questi. L’idea che mi resta è quella di una solidarietà che non è legata alla necessità della lotta e della battaglia – uniti si è forti, uniti si vince – ma è legata alla finalità stessa che si intende affermare: uniti e solidali si vive meglio, qualsiasi cosa accada. Non posso non pensare – ma non mi azzardo a pensare che questo pensiero corrisponda al vero – che nel sogno di una convivenza pacifica tra diversi Alex sia restato o si sia sentito infinitamente solo e stanco fino a levarsi la vita.

E dunque credo che sia necessario costruire l’alleanza più ampia possibile a patto di mettere in primo piano il sogno che spero possiamo condividere.

Ciò che si sta producendo oggi in Italia è il frutto di un lungo degrado della vita civile. Proprio così: della vita civile; la nostra convivenza è stata avvelenata da una lunga teoria di eventi non digeriti che continuano sotterraneamente a produrre danno all’umano. La responsabilità gravissima del discorso pubblico e di coloro che hanno occupato finora la scena del discorso pubblico è di aver voluto pervicacemente negare l’esistenza di fenomeni umani che contrastavano con una visione del mondo legata alle posizioni di potere di chi le professava. I vincitori di diverse battaglie storiche – dal risorgimento, alla resistenza, al sessantotto e tanto altro – non hanno mai voluto riconoscere ai vinti un briciolo di verità, ai vinti è stato imposto di sognare il sogno dei vincitori. Tutto ciò che ha minato la buona convivenza delle persone, la povertà, l’emarginazione, una urbanistica segregante, una scuola dove regnano il classismo e la selezione su basi arbitrarie, una scuola dove imperversa un verbalismo becero ed offensivo della ragione e della vita emotiva delle persone; il lavoro sregolato; l’illegalità diffusa; un potere criminale che governa intere zone… tutto questo non è mai stato assunto come impegno unitario e civile dei governi e delle forze politiche. Sono stati e sono temi di agitazione, temi divisivi per battaglie tutte interne alle élite di potere ma mai sono state proposte per una autentica mobilitazione finalizzata a rinnovare il patto di civiltà di un intero popolo, non ne è stata fatta occasione per stabilire nuovi legami tra i cittadini estranei ai centri di potere e di comando.

La situazione di oggi è che c’è una anomia diffusa per cui ciascun individuo diffida ed ha paura dell’altro ed è preda di chiunque sappia agitare e coalizzare queste paure verso qualsiasi nemico di comodo.

Io credo che ogni confronto con il fascismo sia improprio, fuorviante e porta a sottovalutare la gravità della situazione. Il fascismo fu un fenomeno che coinvolse innanzi tutto le classi dirigenti e coinvolse milioni di persone spiazzate dalla grande guerra, ma esistevano, anche durante il fascismo, nuclei di resistenza umana – talora inconsapevole – che in seguito sono venuti fuori nonostante 20 anni di regime. L’ondata di “panico morale” suscitata dagli attuali governanti poggia su una solida base di paure diffuse e su un atomismo sociale sviluppato in 70 anni di democrazia blindata. Chi ha aiutato, con manovre politiche insulse e maldestre, l’avvento delle forze che esprimono il peggio di una vita civile degradata ha una responsabilità storica che non può essere pagata solo dalla ripetute sconfitte elettorali.

L’unità di cui parlo non è quella delle “piattaforme rivendicative” dei dossier di obiettivi, un elenco di bisogni ma è quella che nasce dal sogno che ci può unire, che secondo me è molto semplice: sogno una società che non sia dominata dalla paura, che non sia dominata da un insensato individualismo, che non sia dominata ad ogni livello dalla corsa al potere su altri uomini. Una società pacifica.

Un sogno non è una utopia, non devo descrivere nei dettagli ogni cosa per poi ammettere o condannare l’altro a far parte o meno della mia città del sole. Nel mio sogno di convivenza è tollerabile un certo livello di diseguaglianza, un po’ di competizione, qualche conflitto, un po’ di cemento, un po’ di inquinamento e spruzzatine di cose antipatiche qua e là, ma quello che deve essere chiaro è che nessuna cosa antipatica deve mettere in dubbio la possibilità di convivenza. La parola convivenza significa vivere insieme a qualcuno, se si vive con l’identico non è vita.

E dunque il primo banco di prova per una politica di convivenza è l’Europa. Il sogno di chi ha promosso l’unione europea era una convivenza più grande. Non dimentichiamo che i più grandi ed insuperati massacri della storia sono venuti dal cuore dell’Europa, dai paesi più sviluppati sotto il profilo economico e culturale. Credere in un’Europa unita per me è sinonimo del cercare una convivenza più ampia, una dichiarazione di volontà di pace senza riserve. Sappiamo bene quanto questa idea di Europa si sia intrecciata con interessi economici, bancari, potere burocratico, ossessioni normative ma proprio per questo occorre rilanciare, occorre pensare ad un’Europa come la pensano ormai milioni di persone che costruiscono la loro vita muovendosi tra diversi paesi europei, sfuggendo alle gabbie sociali in cui, specie nel nostro paese, molti giovani sono imprigionati.

Bisogna andare a votare, bisogna convincere i diffidenti, gli indecisi, i rinunciatari che è importante votare, senza turarsi il naso, tenendo gli occhi ben aperti e vedendo con lucidità che questa è un’occasione per riconoscersi in un sogno anche da parte dei troppi ritirati sociali che sono giustamente delusi dal piccolo cabotaggio dei residui dei partiti sconfitti e dall’avanzare di forze distruttive. Superare le diffidenze, mettere da parte le delusioni, dimenticarsi i rancori è una lezione da dare a noi stessi per sviluppare un’autentica politica di pace.

In questo momento abbiamo bisogno di contarci e di resistere, dimostrare a noi stessi che nel paese esistono gli anticorpi all’isolamento, all’odio, al rancore, che non diffidiamo l’uno dell’altro, che abbiamo un sogno comune e questa occasione ce la da l’Europa che più di ogni altra sede politica rappresenta più il sogno che non un coacervo di piattaforme rivendicative. 

 

 

 

 

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