Come crescere da Cittadini?

Convegno Cantiere Educare, Parma - 20/23 Novembre

Si può insegnare la partecipazione? Come si impara a vivere insieme? Come crescere da cittadini?
Da questi temi è partita la terza edizione del CantierEducare, svoltosi dal 20 al 23 novembre a Parma.

L’evento, a cura della LUdE – Libera Università dell’Educare con il contributo della FONDAZIONE CARIPARMA, dal 2015 indaga, intrecciando esperti ed esperienze, le principali questioni educative, provando a formulare proposte pedagogiche.

Quest’anno, per celebrare i settant’anni della Costituzione della Repubblica Italiana, il CE ha provato a rispondere alle urgenze educative connesse all'educazione civile, con il contributo di educatori, famiglie, ricercatori e di tutti coloro che condividono responsabilità educative.

Se è innegabile che siamo per nascita e al tempo stesso diventiamo con la crescita cittadini, non è altrettanto chiaro a chi spetta il lavoro educativo perché il soggetto possa farsi cittadino e fare cittadinanza: alla famiglia, alla scuola, alla comunità, a ciascuno di noi? Ma soprattutto quando, dove, in quali occasioni?

Un Convegno dedicato alle questioni educative, prevalentemente rivolto a coloro che operano con una qualche responsabilità educativa (insegnanti, educatori, psicologi… ma, anche, pediatri, amministratori, economisti…). Ciascuna delle 3 giornate è stata dedicata ad un tema portante: potere, giustizia, solidarietà e patrie.
Cesare Moreno ha partecipato alla terza giornata, sul tema quindi della solidarietà e su come sia possibile costituire insieme una città in cui emergano i giusti valori.

Vi lasciamo qui le sue riflessioni....buona lettura!


Fare Città

Ho incontrato a Parma, nei Cantieri Educare gli operatori della Libera Università dell’educare, una realtà che da trenta anni raccoglie educatori formatori assistenti sociali intorno ai temi dell’educazione. Nel ricco calendario della manifestazione (www.cantiereducare.it) ho partecipato ai laboratori “come si fa la città”. Dai vari gruppi di lavoro sono venute molte significative domande. Questi sono i mei appunti rielaborati nel treno del ritorno che invio con gratitudine a tutti quelli che hanno creato questa bella manifestazione.

La città è la gente
“La città non sono le solide mura o i cantieri navali che costruiscono le navi da guerra. La città sono gli uomini nobili che sanno utilizzare le occasioni che la città offre”. (Aristide il giusto)
(Dal discorso pronunciato da Aristide contro l’espansione della flotta da guerra di Atene)
La città è la gente (Shakespeare)

La città esiste se offre possibilità di vivere una vita accettabile attraverso la molteplicità delle relazioni e delle occasioni che offre.
Luogo dei desideri che si intrecciano piuttosto che luogo di domanda ed offerta di servizi, di botta e risposta tra bisogni e provvidenze
La città esiste se è capace di rigenerarsi continuamente, ossia se si rinnova restituendo significato al contratto sociale, alle alleanze umane su cui è fondata. Una città esiste se è mutabile cioè se è giovane, è aperta al cambiamento come lo sono i giovani quando noi adulti non gli abbiamo rovinato il desiderio consegnandogli il mondo nel modo più sciatto e accompagnando il passaggio intergenerazionale con maledizioni assortite.
Tra città e giovani c’è una reciprocità generativa: la città che non si offre ai giovani come luogo del cambiamento possibile e del desiderio non è una città ma un accampamento e le periferie sono la sua discarica umana.

Educarsi a sentire l’altro?
Per sentire l’altro bisogna sentire se stessi, entrare in contatto con il nucleo emozionale dell’esistenza , con la parte fragile di sé: l’educazione e la crescita devono essere un processo di appropriazione di sé piuttosto che processo di irreggimentazione, sottomissione alle necessità e alle convenzioni sociali come condizione per l’inclusione. Il termine inclusione, anche se son costretto ad usarlo, non incontra il mio favore lo trovo entro certi limiti aggressivo, unilaterale: diventare cittadini non significa essere inclusi ma significa poter realizzare un incontro, un dialogo: incontri e dialoghi non sono possibili senza la reciprocità. . La città è per me e io sono per la città quando la città mi si offre come esperienza emozionale ricca, fornisce un nome condiviso ad una esperienza molteplice. La città è di chi riesce a raccontarla e a raccontarsela, una città senza anima non è una città. Questa è la base per rigenerare la città, che non è una operazione urbanistica -anche – ma è ri-significazione, operazione emozionale, mentale ed educativa che rende città gli uomini e le giovani persone; non cittadini di una città, ma città essi stessi: la città è la gente.

Empatia
La conoscenza di sé è la base dell’empatia e del legame con l’altro,
L’empatia non si educa ma si scopre nel fondo dell’esistenza umana, nel fondo della nostra stessa esistenza biologia, nasce prima della socialità e ne è fondamento. Tempo fa scrissi da qualche parte che l’empatia è l’attrezzo professionale più importante per gli educatori e dissi tra l’altro che si trova naturalmente tra i bambini. Qualcuno obiettò: come può essere un attrezzo professionale una cosa da bambini? Rispondo per soprammercato che molti mammiferi hanno particolari capacità empatiche, per esempio gli asini; percepiscono le vibrazioni negative o positive dell’altro e sono particolarmente adatti ad aiutare la socializzazione di bambini che per qualche motivo si sono ritirati o hanno difficoltà nella relazione. Quindi bisognerebbe imparare dagli asini! Faccio notare a chi non lo avesse notato, che gli asini non parlano, che l’empatia è silenziosa, che spesso le parole rovinano il contatto empatico. I nostri amici brasiliani del progetto Axé avvicinano i ragazzi di strada in silenzio, mettendosi ripetutamente accanto a loro e aspettando di essere interrogati, che l’altro abbia sentito la loro disponibilità empatica.
Dunque l’empatia si scopre attraverso l’empatia: posso scoprire le mie capacità empatiche se queste risuonano con quelle di chi sta intorno a me. Per questo noi maestri di strada sosteniamo che per crescere un giovane ci vuole la città intera, è necessaria un’alleanza educativa che attivi il desiderio di apprendere quando questo è nello stato nascente oppure quando è debole o addirittura danneggiato da esperienze frustranti. L’alleanza educativa non è la rete, non è l’accordo tra ‘agenzie’ educative, ma è la disposizione empatica ed amorosa del mondo adulto verso i giovani; l’utero nutriente che alimenta la seconda nascita dell’uomo: quella culturale. Questa idea si chiama anche ‘scaffolding” termine inglese per dire semplicemente impalcatura; la descriviamo anche come ‘contenitore” in grado di esercitare la funzione psicologica di contenimento che consiste nel fornire “un limite che sostiene” specie quando per età o per esperienze pregresse la giovane persona non riesce a trovare un indirizzo. Infine l’espressione che preferisco per descrivere questa funzione è quella poetica di Danilo Dolci: ciascuno cresce solo se sognato.
Con questo prendiamo in considerazione il punto centrale per la trasformazione educativa della persona: il desiderio. Il desiderio è ciò che motiva, muove l’apprendimento e la crescita basandola sulla consapevolezza delle proprie risorse

Desiderio
La giovane persona impara a conoscersi quando il mondo adulto riesce a costituire intorno a lui un contenitore che lo sostiene ed aiuta nell’azione. Ciascuno cresce solo se sognato, solo se desiderato. Due sono gli aspetti del desiderio che ci interessano: primo che esso è un prodotto sociale ed un motore sociale, nasce in un contesto gruppale, ossia quando un gruppo umano coopera per crescere esso stesso facendo crescere ciascun suo membro. Un gruppo diventa cooperativo quando riesce a superare i propri ostacoli interni, gli assunti di base, le dinamiche di difesa e dipendenza che impediscono di cooperare e di apprendere e questo come diciamo comporta una cura per chi cura che è il cuore pulsante del lavoro educativo.
Il secondo aspetto è che l desiderio è alla base della responsabilità: si diventa responsabili di sé quando si possiede qualcosa, quando c’è un talento da valorizzare. La responsabilità di sé è la base della responsabilità sociale, del desiderio di restituire ciò che il sociale ci ha dato. Esiste un diritto all’agire che è stato oscurato dal “diritto al lavoro” che altro non è che il desiderio di sentirsi utili e significativi. L’insignificanza sociale è all’origine dei comportamenti antisociali così come l’emarginazione interiore è la madre di ogni altra emarginazione.
Qui vorrei aprire una parentesi sul rapporto tra sociologia, psicologia ed educazione: la sociologia per quello che qui ci interessa ci dice come si distribuiscono le persone con certe caratteristiche, ad esempio le persone povere o “educativamente povere” e ci dice anche quali dinamiche sociali possono influire nel rafforzare o meno certe tendenze (pensiamo al classico studio di Durkeim sul suicidio) ma non ci dice quali processi psichici attraversano le persone che si sono accumulate in un punto della società, non ci dicono quali emarginazioni interiori li bloccano, non ci dice quali ostacoli psichici ci siano al cambiamento. L’analisi psicologica è indispensabile per capire quello che succede nella psiche che non coincide mai con ciò che è visibile; il lavoro educativo è un lavoro sperimentale, una pratica che consiste nella faticosa ricerca dei dispositivi visibili e sociali che aiutano a superare gli ostacoli al cambiamento. È un lavoro difficile perché alla stessa condizione psichica non corrisponde lo stesso dispositivo pedagogico. I concetti di prescrizione terapeutica e di somministrazione sono estranei all’educazione e sono persino dannosi nella misura in cui ostacolano l’attività di ricerca educativa. Ogni volta che sento di ‘prescrizioni’ fornite da uno psicologo della ASL o da in neuropsichiatra infantile mi viene da sorridere – da piangere – per l’ingenuità e la rozzezza delle proposte pedagogiche che non possono che essere sbagliate – anche quando sono apparentemente corrette e collaudate – perché nascono dietro un camice bianco piuttosto che in un gruppo che viene tenuto assieme dal legame con la giovane persona, Il principale mezzo terapeutico – se di terapia si può parlare – è il gruppo stesso e non le tecniche che pure può e deve usare. E tenere insieme un gruppo educativo è oggi una delle cose più difficili. ( detto tra parentesi anche il concetto di ‘buona pratica” è inadeguato e fuorviante, noi non cerchiamo la buona pratica imitabile e riproducibile, non serve a nulla, noi cerchiamo la pratica buona, adatta alla giovane persona in quel luogo ed in quel momento e questo è frutto di una faticosa ricerca e non di una applicazione di modelli,)

Politica e volontariato
Vi siete chiesti del rapporto tra politica e volontariato.
Per tutto quello che ho detto finora dovrebbe essere chiaro che l’impegno politico non è un’aggiunta ma il fondamento del lavoro educativo. Il lavoro educativo serve a costruire e ricostruire continuamente la città, serve a rifondare e risignificare il contratto sociale, Nell’educazione si costruiscono legami umani solidi e solidali, resistenti alle ondate di paura e di odio che per tanti motivi risorgono continuamente nelle nostre società colte ed opulente. Con l’educazione alimentiamo il desiderio di creare legami e di agire nella comunità, che viene a monte della militanza associativa per una causa. Oggi l’impegno associativo dei partiti che agiscono nella società italiana non deriva dalla volontà di realizzare al meglio l’ideale di una società dove è possibile una vita buona, ma dalla volontà di affermarsi contro, di creare barriere invalicabili con le posizioni avverse. La politica associativa da troppo tempo in Italia è la prosecuzione della guerra con altri mezzi e ci ha portato, come accade nei paesi di guerra sul campo, a produrre una massa crescente di ‘profughi’, persone che fuggono dalla guerra. La politica associativa nel suo complesso ha perso seguito, molte persone non vedono in nessuna delle associazioni che si contendono la scena della politica legata alla gestione del potere qualcuno in grado di dare risposta al desiderio di società che viene da una società troppo frammentata. Le forze politiche in crisi non sanno fare altro che riproporre formule che sono già state sconfitte, le forze politiche vincenti non fanno altro che alimentare il clima di odio e di paura che le hanno portato a guadagnare un ruolo dominante da una parte della barricata. La scena è bloccata da molto tempo, variano solo i costumi indossati dagli attori. Il lavoro educativo è a monte di tutto questo. Ciò non significa che si debba escludere qualsiasi rapporto con chi gestisce il potere, ma significa farlo dall’alto di una posizione che promuove legami piuttosto che affiliarsi al migliore degli eserciti in lotta. Le associazioni politiche di oggi hanno tutto da imparare da chi fa educazione piuttosto che il viceversa. Se ci si vuole assumere un ruolo in questa vicenda dobbiamo lavorare per cambiare gli scenari, per promuovere la discesa in campo di nuovi attori.
Allo stesso modo il volontariato non è un’opzione ideologica, una mossa altruistica. Quanto abbiamo detto a proposito di inclusione sociale significa proprio che il volontariato civile non è un’opzione ideologica ma è una necessità, finalità della crescita e della significanza sociale. Ciò che ordinariamente si chiama volontariato è proprio l’impegno dei buoni nei confronti dei bisognosi, ma questo ci interessa poco, molto di più ci interessa l’impegno di persone competenti – educatori – che sostengono i giovani nel loro prendere posto nella scena sociale. Nei progetti educativi dei maestri di strada lo sviluppo di azioni di ‘animazione territoriale’ costituisce l’esame pubblico dei giovani che sono cresciuti, quello che anticamente era il “ballo delle debuttanti”.

Economia civile
Infine voglio dire qualcosa sul rapporto tra economia civile ed economia politica.
Questa distinzione risale ai tempi dell’illuminismo da un lato Adam Smith che pose i rapporti di produzione e di mercato anche a fondamento delle relazioni tra persone e dell’ordine sociale e politico, dall’altro dagli illuministi napoletani, primo fra tutti Antonio Genovesi, che dettero priorità allo sviluppo civile, ai rapporti di scambio tra persone come fondante dell’ordine sociale a monte dei rapporti economici. La visione di Genovesi in un certo senso poteva includere quella di Smith mentre quella di Smith escludeva quella di Genovesi. Oggi a distanza di secoli quel dibattito è ripreso ed è ripresa una contrapposizione che echeggia anche in molte posizioni demagogiche dei nostri governanti secondo cui i vuoti numeri dell’economia non vanno presi in considerazione.
Vi invito a riflettere sul fatto che il predominio dell’economia politica si è estesa gradatamente a tutte le funzioni sociali fin dentro questioni che avrebbero dovuto restare campo d’azione delle sole relazioni. Penso ad esempio al modo in cui la crescita dei bambini piccoli, l’educazione dei giovanissimi e tante altre attività incentrate sulla relazione si esercitano sempre di più nella forma dello scambio monetario; vedo che molte persone che ritengono di militare nel campo della rivalutazione delle buone relazioni auspicano una espansione di questo ”modo di produzione capitalistico” dei servizi alla persona piuttosto che una sua riduzione.
I dati di esperienza dimostrano che le buone relazioni civili non sono contrapposte all’economia politica, al contrario dove esistono “beni relazionali” è possibile anche lo sviluppo di nuove imprese di capitali.
L’economia civile non sta a fianco o contro l’economia politica ma in un certo senso ne è il fondamento. E’ la rete delle buone relazioni e degli scambi che si trasforma in creatività sociale ed economica. La cooperazione educativa è la madre della cooperazione sociale e dell’invenzione economica. Ed oggi cominciano a moltiplicarsi quei luoghi di coworking, che non sono altro che luoghi di cooperazione, dove l’invenzione creativa è centrata sulla moltiplicazione degli scambi, luoghi che si dimostrano economicamente molto più vitali dei classici investimenti di capitali monetari.

Welfare
Tutto questo riguarda anche il welfare.
Se welfare significa ben-essere, il welfare sociale è il benessere sociale, non è il rimedio a basso costo per erogare servizi che costano troppo, ma è la pratica di cura fondante dei servizi che non siano invasivi ma di supporto. Significa stabilire che nessuna cura affettiva o specialistica, nessuna provvidenza, può attivarsi ed ha senso se la persona non ha cura di sé, se chi promuove le alleanze sociali non sogna l’altro come oggi non è. Significa che i centri propulsivi della città capace di rigenerarsi sono le comunità educanti, significa che i luoghi cooperativi, i cantieri sociali, sono le cellule germinative di città che crescono, che ritrovano significanza. 

Cesare Moreno

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