Emozioni violente in classe

Fallimenti e sensi di colpa

Il Fatto: 1 Febbraio 2018 - Caserta un 17enne accoltella la docente in aula durante le lezioni sfregiandola al viso perchè non voleva essere interrogato.

La prof: "Non punitelo, è un mio fallimento".


Cara collega Franca De Blasio,
diversi giornali ti attribuiscono la frase: quel ragazzo è un mio fallimento. Probabile che sia una forzatura dei giornali, ma non stento a credere che tu ti senta in qualche modo responsabile. Succede ogni giorno che i docenti più impegnati a cercare un dialogo vero con gli allievi si sentano falliti, per molto meno di quello che è accaduto a te, quando le loro attese ed i loro sforzi vanno delusi.
Carla Melazzini, mia compagna di vita e di lotta per 40 anni, ebbe la sua più cocente delusione quando una nostra allieva -recuperata alla scuola dopo che l’aveva abbandonata, brillante ed impegnata per quattro anni – non prese l’imminente titolo di studio perché madre e fidanzato le avevano chiesto di lasciare la scuola. Non sapeva farsene una ragione. In seguito abbiamo capito che il nostro errore con questa ragazza e con tanti altri, era di proporre loro cose belle ed importanti senza tener conto degli ostacoli interiori di ciascuno. Ma ora non parlo di questo, mi interessa molto di più il fatto che Carla come tanti altri nostri colleghi non fu lasciata sola, che non l’abbiamo scansata imbarazzati come quando qualcuno fa una gaffe tremenda. Abbiamo cercato di capire insieme, e cercando insieme, forse non abbiamo trovato il senso vero dell’accaduto, ma abbiamo aiutato lei e noi stessi a non sentirci in colpa.

Condividere il disagio e i fallimenti e le assurdità è il motivo principale per cui è importante un’attività riflessiva di gruppo nelle scuole. Col senso di colpa non si va da nessuna parte; se non capiamo bene cosa è successo attribuiamo a noi stessi una colpa che ci impedisce di pensare e rinforza ciò che allora battezzammo come “onnipotenza pedagogica”.

Riferiscono che tu intendevi spronare il ragazzo a fare meglio, a impegnarsi di più. Non c’è nulla di male in questo. Riferiscono che tu fossi a conoscenza della tristezza dovuta alla malattia della nonna e questo certamente c’entra con uno stato di tensione da lui vissuto, tuttavia la classe non è il luogo in cui si possa mettere a nudo i sentimenti più intimi. Dunque anche qui non vedo colpe. Piuttosto vorrei riferirmi in generale a quale sia la condizione di un adolescente o preadolescente in una classe: si trova in mezzo a coetanei ciascuno preso da pensieri e tristezze tutte sue, in un contesto in cui deve studiare per rispondere alle interrogazioni anche se la sua testa sta da un’altra parte. Noi usiamo la metafora ”insegnare al principe di Danimarca” per dire che quando la mente di un diciassettenne – come quella del diciassettenne Amleto – è presa da altro, è molto difficile fare scuola. Forse in questi casi sarebbe necessario poter fare altro, potere sospendere per un momento tutti i dover essere, tutte gli imperativi ministeriali ed anche tutti gli impeti altruistici, tutte le ambizioni pedagogiche e rispettare nel modo più profondo e silenzioso il dolore dell’altro.

C’è qualcuno che ci ha insegnato come fare, cosa pensare in questi casi? Incontro spesso docenti che mi raccontano quanto si siano impegnati per dialogare con il tale allievo e quanto questi abbia reagito male. Anche pochi giorni fa a Milano. E la mia risposta è sempre la stessa: ti è mai venuto in mente che un adolescente possa cercare tutto tranne un adulto estraneo che lo interroghi su di sé? Hai mai pensato che quel ragazzo o quella ragazza possa considerarti intrusivo? In una scuola in provincia di Firenze una quindicenne di fronte alle insistenze al dialogo ha apostrofato la prof dicendole: ma per caso ti sei drogata?

Ci troviamo sempre più spesso di fronte ad emozioni violente portate a scuola per il semplice fatto che non possono essere portate da nessuna altra parte, per il semplice fatto che i docenti – che siano dialoganti o freddi poco importa – sono gli unici adulti che comunque ci sono. Nessuno ci aveva preparato a questo, una intera organizzazione sociale è impreparata di fronte all’ondata di ritorno di un disagio giovanile che affonda le radici nel cattivo comportamento di una intera società.

Troppi insegnanti si sentono in colpa per cose che sono completamente fuori della loro portata E’ “colpevole” invece una organizzazione che li lascia soli, che pensa di risolvere un problema così complesso chiamando i carabinieri a scuola o comminando una sospensione. Fai bene tu a dire: non fategli del male (non so se risponda al vero questa fase) ma il nostro problema è come aiutiamo lui e tanti altri che non sono arrivati ad esercitare la violenza, a venir fuori dal malessere che li colpisce. Un atto repressivo – peraltro necessario – non risolve, ma neppure un atto di bontà personale.

Quando un docente incontra questo tipo di difficoltà, quando si trova impreparato ad affrontare tempeste emotive di cui non può essere responsabile e neppure abilitato a risolvere, la prima cosa da fare è esprimere tutta la solidarietà umana necessaria, è condividere il dolore di questa ferita all’animo che non si guarisce né con 32 punti di sutura né in quindici giorni.

Ed ancora più dolorosa è la solidarietà falsa di chi invoca misure drastiche e punizioni esemplari perché queste non solo non cancellano il senso di fallimento di Franca, ma le dicono ancora una volta che è sola nel suo tentativo di educare la ragione piuttosto che esercitare la vendetta.

“Siamo tutti Franca Di Biasi”, è una frase che si ripete in questa occasione come in tante altre come un refrain, per sottolineare la voglia di reagire virilmente. Invece voglio dire che sono stato come Franca, che, lungo gli anni, sono svenuto due volte in classe sotto i colpi psichici che i miei stessi allievi hanno dichiarato essere come coltellate, che tutti noi ci sentiamo profondamente feriti e soli quando i nostri allievi ci gettano in faccia dolori indicibili ed inguaribili. Che ci sentiamo feriti e soli quando monta la canea della vendetta e dell’odio, quando sentiamo che paura e rabbia impediscono di usare ciò in cui crediamo: la possibilità di affrontare in modo solidale e civile le difficoltà dell’esistenza umana. Questo è il vero fallimento educativo che non è privato ma di un’intera società che sembra aver voglia di perdere se stessa.

 

Questo post è stato pubblicato su Facebook da Cesare Moreno ed ha avuto una serie di commenti che sono stati ulteriori spunti di riflessione:


La relazione viene prima di qualunque contenuto

Ci sono reazioni alla mia lettera per la docente Franca, ferita al volto con una coltellata. Le riporto e cerco di fornire ulteriori elementi di riflessione. Nell’immagine Carla Melazzini, in un’aula con i vetri rotti e senza riscaldamento, legge un articolo recante l’intervista ad un giovane carcerato di Barra, fratello maggiore dei presenti, in cui descrive gli orrori della galera ad opera dei capi clan.

Salvatore PirozziDocente di lettere nelle scuole di Napoli. Ha partecipato per dieci anni al progetto Chance (in pensione) Mi pare perfetto e andrebbe esibito anche quando si invoca la formazione come panacea. Una bella formazione non ha mai fatto male a nessuno. ma in questa richiesta c’è altro: si continua a pensare al docente come un singolo e non si ribadisce che insegnare o educare è un gioco di squadra. e si continua a alimentare una visione difettiva dei ragazzi (che hanno mille difettività, ma nel senso in cui lo dicono alcuni sociologi, che l’individuo per difetto è tale perché gli vengono negate o sottratte le risorse) e/o del contesto.

Questa riduzione del problema alla polarizzazione individuale tra docenti “bravi” e non esclude il mondo adulto, anche quello istituzionale, da una visione relazionale del problema, tende a “obnubilare la funzione patogena”(parole di Carla Melazzini), non la colpa, di adulti e scuola.

Diceva Bateson: la relazione viene prima, prima di qualunque contenuto, di qualunque offerta (perciò è un po’m ridicola questa rincorsa a offrire contenuti appetibili ai ragazzi). Qui non si tratta di buona volontà o buon cuore, qui si tratta di re-immaginare una istituzione a partire da questo compito, e da una sua trasformazione strutturale, creando spazi di parola anche per i docenti e gli educatori.

Sofia Amendola – docente di matematica nelle scuole romane (in pensione) Hai proprio ragione ma penso che gran parte dei docenti non si lasci neanche scalfire dai sensi di colpa emettendo giudizi sugli alunni superficiali e pesanti!

Lucifero e la banalità del male
Cesare Moreno Molti docenti non si lasciano scalfire: lo so troppo bene. Io aggiungo che lo fanno per sopravvivere. La grave “responsabilità di sistema” è che lasciando i docenti soli di fronte a problemi più granfi di loro, i più fragili tra loro, proprio per non farsi scalfire da sia pure vaghi sensi di colpa, scaricano tutto sulle ‘colpe’ degli allievi, delle famiglie e del contesto sociale.

Il ruolo ‘patogeno’ degli adulti e delle istituzioni descritto da Carla Melazzini, oggi ha anche un nome ed una anamnesi. Si chiama ‘effetto Lucifero’ e dice: se prendo delle persone inadeguate al compito, le metto in una organizzazione scassata, che in ogni momento li costringe ad affrontare compiti angosciosi perché in contatto con la sofferenza umana, nel giro di poco tempo queste persone si trasformano in aguzzini nei confronti di chi soffre visto come responsabile del proprio star male.

L’effetto Lucifero accoppiato con ‘la banalità del male’ ossia con quel meccanismo di parcellizzazione delle responsabilità che impedisce al singolo di prendere coscienza che il risultato finale del suo frammentario operare sia un male per l’uomo, fa in modo che nel degrado dei comportamenti caratterizzanti una istituzione si configuri una responsabilità dell”’architetto di sistema”, ossia del disegno complessivo dell’istituzione, del suo sistema di regole. (di queste riflessioni sono debitore a Clelia Bartoli, docente di Diritti Umani a Palermo).

Dunque per uscire fuori da una logica colpevolizzante occorre capire quali sono i meccanismi patogeni del sistema e quali sono i sintomi che denotano un ambiente patogeno.

Il primo sintomo è il manifestarsi di malattie a carattere epidemico.

L’alternativa a comportamenti degradati, fermo restando l’isolamento e l’assenza di riflessione, sarebbe un abbassamento patologico dell’autostima e del senso di efficacia. In alternativa: malattie fisiche originate dallo stress lavorativo che tra i docenti sono sempre di più; “esaurimento emotivo”: un numero spaventoso di docenti ne manifestano i segni.

In una scuola romana, neppure tanto problematica, ho condotto personalmente una indagine sia con test standardizzati sia con una interazione diretta con l’intero collegio dei docenti: è risultato che 49 docenti su 102 presentavano consistenti segni di esaurimento e 17 segni gravi. Quando ho presentato i risultati, il dirigente ha detto: facciamo cinquanta, mi aggiungo al conto. Nelle scuole di periferia che noi frequentiamo ogni giorno i segnali di disagio conclamato, grave e dannoso sono innumerevoli. Non ho dati perché la situazione è talmente grave che una qualsiasi indagine non farebbe altro che aggravare la situazione.

Il secondo sintomo ancora più importante è la negazione: sia chi dirige una organizzazione malata, sia i singoli operatori negano il proprio disagio ed il proprio dolore. E’ talmente enorme dire che l’istituzione per cui si lavora possa generare dolore a se stessi e agli altri che questo pensiero viene semplicemente censurato, abolito: non lo si lascia affiorare alla coscienza.

Numerose volte ho tenuto conversazioni con i docenti in cui ho visto affiorare questo meccanismo a “cielo aperto”. Un docente descrive la situazione della sua classe come caotica ed ingestibile, quando gli restituisco questa idea per cercare di capire cosa fare, nega, dice che non è così. Interi collegi dei docenti di scuole che operano in “zone a rischio”, con grande dispersione scolastica, votano contro i progetti di lotta alla dispersione perché questo sarebbe lesivo per l’immagine della scuola.

Se penso all’esperienza di Sofia Amndola e alla mia esperienza penso che entrambi abbiamo ricevuto dalla nostra comune famiglia una riserva di energia e di fiducia che ci ha consentito di attraversare tutto questo con qualche ammaccatura, ma sostanzialmente in modo accettabile. Tuttavia nè i nostri studi nè le nostre istituzioni ci hanno aiutato molto.

Altri hanno ricevuto una carica di energia e di consapevolezza dalla partecipazione a movimenti politici e culturali i quali – checché ne vogliano dire quelli che “a me mi ha rovinato la guerra”, paradigma di tutte le fissazioni onnicomprensive – hanno lasciato una energia ed una capacità riflessiva duri a morire.

Chi non ha goduto dei nostri privilegi come deve salvarsi?

La nostra ricetta, sperimentata e perfezionata in venti anni è una sola: l’unica risorsa di cui dispongono i docenti, sono i docenti stessi a patto di sviluppare una riflessione professionale centrata sulla solidarietà umana, ossia centrata sulla condivisione del dolore, dei disagi, delle angosce. Se non ci riconosciamo nel disagio, nell’insuccesso, nella fragilità di chi ci sta accanto non c’è cura che tenga. E’ per questo che, sempre, quando c’è il docente che sbaglia, che inciampa, che cade rovinosamente, la prima cosa non è dire: a me non è capitato e non può capitare, ma riconoscere che siamo egualmente fragili, che per tutti viene il momento di incontrare ostacoli insormontabili. Un gruppo che sia accogliente verso tutto questo, verso se stesso, può dare a ciascun suo membro forza ed energia per rialzarsi dopo la sconfitta, per sognare mete impossibili. Noi non crediamo nell’individualismo, quella degenerazione dell’individuo che consiste nel mettersi al centro e nell’isolarsi, ma crediamo fortemente nell’individuo che esiste e cresce se e solo se riesce a nutrirsi e a nutrire attraverso relazioni, interdipendenza, cooperazione.

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