BOOKCITY - Educare città: rigenerazione urbana e beni comuni

Milano 17 novembre 2017

Nell’ambito del Progetto per la valorizzazione e la gestione partecipata dei beni comuni e confiscati alla criminalità, promosso dall’Associazione Circola, sono state previste alcune iniziative nelle quali i protagonisti racconteranno, con modalità e da punti di vista diversificati, obiettivi e primi risultati dell’attività di ricerca e sperimentazione svolta e in corso di svolgimento. In questo contesto, in particolare, si intende dar voce, sia alle scuole che hanno già maturato esperienze significative nel campo della gestione dei beni comuni e confiscati alla criminalità, anche in ambito nazionale; sia a quelle che, con l’Associazione Circola, hanno da poco intrapreso specifici percorsi di studio e progettazione partecipata.

Il nostro presidente è stato ospite del convegno Milanese del 17 novembre, per parlare di "scuole per la progettazione condivisa e la gestione partecipata dei beni comuni confiscati".

Vi riportiamo il suo articolo....buona lettura!

"Ho parlato a una platea di alcune centinaia di studenti molto pazienti ma piuttosto stanchi dopo ore di ascolto, ho perciò abbreviato molto quello che qui riporto, che è comunque frammentario perché basato sul testo delle diapositive.

Collaboro con Circola intervenendo nelle classi con la metodologia dei maestri di strada. Ho lavorato in alcune classi di suola media a Rozzano cercando di partire dalla convivenza e dal dialogo in classe perché non è possibile occuparsi di un progetto di bene comune se non si vive in classe una buona convivenza. Non vi spiego quello che ho fatto ma cerco di farvi vedere come in genere sviluppiamo un progetto di rigenerazioni urbana.
La prima cosa è comporre una cartografia del desiderio nel territorio. Questa cartografia rappresenta i punti in cui si manifesta il desiderio delle persone, e dei giovani in primo luogo, di migliorare la propria vita attraverso la partecipazione, essendo presenti nei processi piuttosto che ponendosi in attesa. Così si prende coscienza di informazioni che vanno oltre la struttura fisica – ad esempio il valore sociale ed emotivo di un luogo o di un oggetto, la presenza di persone significative in quel luoghi.
Fa parte di questa esplorazione emozionale del territorio il percorso del macigno di Sisifo, ‘a preta ch’ cammina’.
Questo laboratorio di rigenerazione urbana è basato su un’opera completamente inutile: il macigno di Sisifo, quello che il mitico eroe era condannato per l’eternità a trasportare inutilmente su è giù per una montagna. Secondo Albert Camus, che lo ha scritto nel 1942 quando il nazismo dominava l’Europa, dobbiamo immaginare Sisifo felice.

Abbiamo chiesto ai giovani delle scuole di depositare in questo ‘macigno’ i loro pesi, ciò che grava come un fardello sulla propria vita e di trasportare il masso così caricato per le vie della città per raccogliere i fardelli di tutti. È stato così che un gruppo umano ha attraversato le dure frontiere delle zone criminali, ha percorso strade senza nome, ha ricucito per qualche ora un tessuto di relazioni lacerato da un quotidiano violento. Questa è stata la nostra metafora vivente per dire la nostra idea di città. Ho dato come titolo a questo intervento ‘Educare città’ perché in genere si dice educare i giovani, ma io penso che i giovani debbano educare la città perché le città sono piuttosto costrittive: le strade le case, gli uffici, i semafori, i regolamenti tutto ci dice che non dobbiamo uscire dalle righe, invece l’educazione consiste nell’uscire dalle righe, di inventare nuovi sé, nuovi legami. I giovani possono rendere viva la città.

Educazione e città Il bello, il buono, il giusto

l’educazione serve a sviluppare legami: la città sono i legami.
“La città non sono le solide mura o i cantieri navali che costruiscono le navi da guerra. La città sono gli uomini nobili che sanno utilizzare le occasioni che la città offre”. (Aristide il giusto)
L’uomo diventa nobile se riesce a utilizzare le occasioni della città. La grande occasione della città è il bello della città, che fa sentire di essere una persona bella, buona e pulita. Rigenerazione urbana significa per noi ritrovare il bello della città anzi seminare bellezza nelle sue strade.
Il compito dell’educatore è proprio quello di riuscire a vedere ciò che è bello, ciò che buono e ciò che è pulito, dentro persone che normalmente sono viste appunto come brutte, sporche e cattive.
Un ragazzo in carcere ha scritto: “A me piacerebbe avere un animo capace di pensieri buoni”.
Questa frase ci fa capire che molto prima che una persona finisca in carcere è il suo cuore ad essere prigioniero; secondo l’etimologia cattivo viene dal latino e significa appunto prigioniero. Un cuore prigioniero di ciò che vede di brutto, violento, ingiusto intorno a lui. Riuscire ad avere pensieri buoni significa poter coltivare il bene che è in ogni persona.

Partecipazione democratica e Partecipazione emotiva

Il termine partecipazione fa parte del campo semantico della democrazia parlamentare ma anche del campo semantico delle emozioni e delle relazioni. Noi Maestri di Strada lavoriamo su questo secondo versante, ed in generale la partecipazione politica è ben poca cosa se non si appoggia alla partecipazione emotiva.
Dalle emozioni e dai sentimenti nasce la partecipazione.
I processi di partecipazione emotiva alla vita della città, sono alla base dell’idea di “comunità educante”, che non è sinonimo di rete istituzionale, ma qualcosa che sta a monte e riguarda i legami amorevoli attorno alla persona che cresce, che sono quelli di cui si sente la mancanza; il resto sono dettagli di questo aspetto che è invece centrale.

La cura è possibile?

Come si può curare la relazione e i significati dentro una realtà urbana complessa e caotica?
Le parole che ci sono venute in aiuto sono “resistenza” ed “erranza”, la nostra è una Pedagogia della resistenza e dell’erranza.
L’erranza permette di apprendere e crescere camminando dentro la complessità iper-moderna delle nostre città.
La resistenza che ci interessa non è una manifestazione muscolare di forza, piuttosto è consapevolizza dell’umana fragilità e perseveranza nel difendere questo nucleo debole in un mondo in cui le esibizioni muscolari sono pane quotidiano.
Restare a contatto con il mistero dell’esistenza è ancora più importante oggi mentre razionalità e tecnologia celebrano l’apoteosi dell’umano forte, seppellendo l’umano fragile e tagliano fuori la dimensione della solidarietà umana perfino dal linguaggio.
Il massimo di cui è capace il cittadino politicamente corretto è di esprimersi a favore della solidarietà sociale che attiene più ad una ridistribuzione della ricchezza e delle cose che non al riconoscersi nella comune appartenenza al genere umano.

Il bene comune

Il principale bene comune è il nostro essere umani, legati alle emozioni e al mistero dell’umano, se ci occupiamo di questo “primo bene comune”, il resto viene di conseguenza.
L’acqua diventa un bene comune quando cominciamo a chiamarla “sorella acqua”, dal riconoscimento di questo legame viene il rispetto.
Alcuni studiosi individuano nella crisi di-garanti meta-sociali e metapsichici, ovvero nell’assenza di grandi narrazioni, un motivo di crisi profonda della convivenza civile e del cattivo rapporto intergenerazionale.
Ora se questo è vero, è vano il tentativo di voler ricostruire una narrazione unificante.
Noi sappiamo che qualsiasi narrazione oggi è necessariamente policentrica, multipla.
Significa che molto più importante della filiazione, dell’appartenenza ad una ceppo narrativo storico, diventa importante la narrazione che costruiamo oggi insieme. Conta più la fratellanza che non la filiazione, più i rapporti orizzontali che quelli verticali. L’essenza dell’educazione e di una nuova etica civile dovrebbe essere questa.

Responsabili del comunicare

Anche le nuove forme di comunicazione sono importanti perché consentono comunicazioni alla pari senza il filtro di una autorità sovraordinata e proprio questo è la base di una nuova responsabilità anche nella comunicazione che deve servire a sviluppare i nuclei di un nuovo civismo su base comunitaria.
Non dobbiamo cercare di costruire una nuova storia unificante, ma dobbiamo moltiplicare le storie già esistenti, che sono semplicemente diverse. In questo, il pluri-culturalismo ci viene incontro: il contatto con l’altro ci fa capire che una narrazione unitaria non è più possibile, né auspicabile. Abbiamo bisogno di una nuova coscienza che va oltre le barriere fisiche e le barriere dell’aggressività che si moltiplicano in una organizzazione sociale che è sempre più gerarchica ed escludente.

La città educativa, la polis o la civitas?

La città educativa, la città civile è quella che riesce ad ospitare in modo accogliente i nuclei di questa nascente nuova solidarietà umana.
La città è tale se riesce a riconoscere ed ospitare tutte le sue parti, se riconosce come proprie le sue parti periferiche, le sue parti degradate, i suoi abitanti poco ‘civili’.
Questa è la base di una ‘economia civile’ scambio interumano basato sulla reciprocità piuttosto che sullo scambio di merci. Nel valorizzare i beni comuni dobbiamo mettere in primo piano questa capacità di creare nuovi significati, di rigenerare le cose investendole di nuovi significati, Questa operazione lascia nella città un’eredità che va oltre le cose: il bene comune, ossia la reciprocità nelle relazioni benevole.


Per approfondire il tema dei beni comuni, può essere interessante leggere quest'altro articolo del nostro presidente, che tratta il tema del bene comune non tanto come luogo fisico, ma come relazioni e legami, che sono la base della convivenza civile e l’unico motivo per cui vale la pena vivere in una città piuttosto che in un casolare isolato.

 

 


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