50° Convegno ACLI - 14/16 Settembre

Incontro nazionale valore lavoro

Nel cinquantesimo incontro di studi delle Associazioni Cattoliche Lavoratori Italiani è stata presentata una ricerca sui giovani in genere, quelli espatriati e quelli con storie di migrazione.

Anche Maestri di Strada ha partecipato all'evento , con un intervento del nostro presidente Cesare Moreno, che ha parlato della solidarietà umana che non deve essere confusa con la solidarietà sociale e quanto occorrono genitori, insegnanti educatori resistenti, in grado di rinnovare ogni giorno tra loro e con gli altri la solidarietà umana, la comprensione delle difficoltà, la condivisione amorosa della cura nei confronti dei giovani. È su questa base bisogna costruire le nuove lotte sociali.

A tal proposito scrive: 

Ho avuto il privilegio di partecipare a tutti i tre giorni di studio e ho sentito cose molto importanti per il lavoro degli educatori che in seguito segnalerò. Sono stato chiamato a commentare l’inchiesta portando l’esperienza dei Maestri di Strada con i giovani delle periferie.
Qui riferisco di quello che ho detto. In realtà ho detto meno di un quarto di quello che riporto qui, ma il nucleo centrale coincide. La ricerca campionaria svolta da IREF è densissima di dati interessanti. Tra le tante cose i ricercatori hanno evidenziato che la precarietà o l’assenza del lavoro produce anche minore partecipazione alle occasioni offerte dalla città: i giovani che sono fuori del mercato del lavoro leggono di meno, usano meno il computer, sono meno presenti nell’associazionismo, fanno poco sport e sono poco soddisfatti delle relazioni familiari.
E’ un quadro che conosciamo bene che è componente essenziale di ciò che chiamiamo ‘o sfastirio’: condizione esistenziale di disfatta preventiva prima che di noia, è il nucleo iniziale di un ritiro sociale che se non combattuto può giungere all’autoreclusione.
Questi dati per tutti gli educatori – genitori, docenti, educatori sociali – sono più importanti dei dati strutturali perché questa condizione rende difficile qualsiasi intervento.
Anche i giovani che in qualche modo sono attivi hanno percorsi molto più complicati, entrano ed escono dal precariato, qualche volta non escono di casa neppure quando hanno trovato un lavoro. Instabilità e reversibilità delle condizioni hanno conseguenze anche sulla vita affettiva e di relazione, molti giovani hanno difficoltà a stabilire relazioni sentimentali stabili e comunque a creare una famiglia indipendente.
Sinteticamente possiamo dire che i percorsi di vita sono ‘labirintici’. La vita di molti giovani e giovanissimi non è lineare, somiglia da un lato a quella del ‘flaneur’, il dandy che girovaga per il mondo alla ricerca di emozioni e conoscenze nuove, dall’altro al vagabondo che trascina i suoi passi senza sapere cosa cercare, facendosi scivolare addosso qualsiasi esperienza. La scommessa che noi facciamo è riuscire ad attivare una pedagogia itinerante in grado di aiutare i giovani ad apprendere dalle proprie esperienze, diventando consapevoli delle proprie risorse; riuscire a far pendere l’equilibrio precario tra esplorazione e vagabondaggio dalla parte dell’apprendimento.
Un risvolto della precarietà messo in evidenza dalla ricerca è la scarsa propensione a ricorrere a difese collettive quali ad esempio il sindacato ma più in generale lo scarso ricorso alla cooperazione anche di fronte alle difficoltà. Anche questo lo sperimentiamo quotidianamente, isolamento e precarietà portano spesso ad una disperata chiusura difensiva che impedisce anche la possibilità di ricevere aiuto dagli altri.
Ma la cosa non riguarda solo i nostri giovani allievi, riguarda anche gli educatori.
Ho sperimentato su me stesso la difficoltà a trovare dei compagni di lotta per combattere ingiustizie, abusi, prepotenze. Per tre volte a distanza di anni, dopo aver lavorato insieme ad altri a costruire qualcosa, mi sono ritrovato solo quando ‘il gioco’ è diventato duro. Ho cercato di capire perché e credo di aver capito che le organizzazioni fondate su un interesse condiviso, su unire le forze contro un medico comune, o su un cosiddetto valore, non reggono quando in gioco c’è la necessità di condividere un impegno che mette in discussione la condizione esistenziale delle persone.
Ho cercato di fare tesoro di queste esperienze e quando mi impegno in qualche corso di formazione ai docenti o agli educatori pongo sempre la domanda: di fronte alle difficoltà e alle sofferenze connesse alla vostra professione a quale risorsa potere fare appello? Mai ho avuto come risposta ”faccio appello a quelli che hanno le mie stesse difficoltà”; sempre ho sentito invece invettive contro le assurdità del ministro di turno, i dirigenti, la società. Sempre di fronte ad una persona in difficoltà ho visto i suoi colleghi prodighi di buoni consigli che alla fine sottolineavano la sua inadeguatezza senza un gesto di condivisione.
E’ necessario un cambiamento culturale e capire quale forza ci serve per affrontare le difficoltà dell’esistenza, quali compagni di lotta cercarsi. La precarietà e l’incertezza del lavoro hanno anche questo risvolto: nella convivenza forzata della fabbrica o dell’ufficio, poteva nascere una solidarietà fatta da un coacervo di emozioni, interessi, idealità tali per cui la vituperata organizzazione dello sfruttamento, forniva paradossalmente anche un modello di organizzazione per la ribellione. In queste forme di organizzazione il nemico svolgeva un ruolo cruciale: si faceva fronte comune verso un nemico vero o immaginario e tutto il resto passava in second’ordine. Questo tipo di organizzazione non poche volte era minata dall’interno proprio da questa necessità di monolitismo che toglieva spazio ad ogni differenza e alla riflessività personale. Ad esempio spesso in queste organizzazioni il ruolo delle donne era altrettanto subordinato e secondario che nella organizzazione produttiva. In queste organizzazioni quando manca il nemico o quando il nemico è difficilmente personificabile c’è anche una crisi dei legami e fenomeni di sfaldamento.
Un altro modo di organizzarsi che pure è stato molto praticato è ‘la piattaforma rivendicativa”: una media ponderata dei bisogni individuali in cui la ponderazione viene data dalla ‘politica’ ossia dai pesi che bisogna attribuire a ciascuna richiesta “per mantenere gli equilibri”. Ma quando si sono ottenuti i risultati oppure quando i bisogni sono troppo complessi per essere raccolti in una piattaforma rivendicativa, l’organizzazione non ha nessuna coesione e si sfalda.
Una forma più elaborata della piattaforma rivendicativa è il programma politico: qui si prendono in considerazione gli interessi individuali e attraverso un percorso di successive mediazioni e sintesi si distilla “l’interesse generale”. In questo modo si costruisce un sapere speciale sintetico, che è molto distante dalla condizione esistenziale di ciascuno e che viene depositato in figure carismatiche che diventano le vestali di quel pensiero. Quanto facilmente questo sapere astratto venga rovesciato contro quelli che dovrebbe rappresentare è esperienza quotidiana di chi si trova ad interagire con persone che hanno questa forma mentis secondo la quale ogni problema particolare è un attentato alla purezza del pensiero generale e un atto di sfiducia nelle vestali: figure carismatiche che si pongono come garanti del processo. Queste organizzazioni in realtà sono molto fragili e crollano catastroficamente quando le figure carismatiche scompaiono o si fanno sorprendere a “razzolare male”.
Le forme organizzative che conosciamo sono queste e naturalmente sono tra loro intrecciate ed alleate a ostacolare un processo di responsabilizzazione e di presa di potere di ciascuno sulle proprie risorse interiori.
Queste forme di organizzazione e le correnti politico-culturali che se ne servono hanno enorme difficoltà o sono inabili a dialogare con la nuova antropologia che emerge dalla complessità della vita metropolitana.
Di fronte a questa difficoltà non trovo altra soluzione se non il ritorno all’origine, ossia ai motivi per cui gli uomini possono sentirsi tali, a quelle azioni e comportamenti che fanno dell’uomo un animale sociale, capace di relazioni e di reciprocità. Credo che dobbiamo rimettere al centro la solidarietà umana che non ha nulla in comune con la solidarietà sociale legata alla redistribuzione della ricchezza o con l’accoglienza dell’estraneo in una formazione sociale. La solidarietà umana si fonda sulla capacità empatica, ossia sulla capacità innata di sentire il dolore e il disagio dell’altro e di condividere il disagio o l’angoscia connessa all’incivilimento, ad una condizione che ci allontana dalle radici emotive dell’esistere e del convivere. Dalla solidarietà umana nasce anche la generatività sociale: quando le difficoltà della vita sono condivise, quando le emozioni circolano dall’uno all’altro si creano anche legami e cooperazioni che producono ‘ricchezza’ dove prima non ce ne era. Le buone relazioni al contrario delle cose possedute, più si distribuiscono più crescono. L’alimento della mente e del cuore si moltiplica quello materiale no. Se leggiamo in questo modo laico la moltiplicazione del pane e dei pesci, se il pane ed i pesci rappresentano il nutrimento della mente e del cuore è ovvio che la cesta da cui attingiamo non si svuota mai.
L’idea che la lotta non serva ad abbattere divinità false e bugiarde, che non serva per abbattere o prendere il potere, che non serva per ‘danneggiare’ lo sfruttatore, ma serve per generare qualcosa di nuovo è un’idea che introduce una discontinuità nei modi di organizzare i poveri, gli sfruttati, gli emarginati che vigono almeno dalla rivoluzione francese in poi (ma ci sono precedenti che giungono fino alla rivolta di Spartaco) ecco perché ha difficoltà ad affermarsi.
Un esempio per tutti: cinquanta anni fa occupavamo edifici, strade, ponti, ferrovie per contendere il potere decisionale a quelli che ritenevamo nemici o solo avversari, sfruttatori o prepotenti: i nostri corpi ‘ammassati’ facevano da argine al loro potere. Oggi simili forme di lotta sarebbero ridicole: abbiamo una quantità enorme di edifici, fabbriche, strade, terreni inutilizzati; piazze strade edifici che seppure utilizzati sono semplicemente spazi vuoti, deserti della relazione. Se si occupa non lo si fa per protesta ma per proposta, perché c’è un’idea di restituire questi beni all’uso comune. Costruire un progetto articolato è molto più complesso che fare fronte comune contro qualcuno.
La solidarietà non è inclusione, non è ‘sintesi’ dei bisogni ma coesistenza di progetti e di percorsi diversi è sincretica piuttosto che sintetica.
Mentre parlo i miei giovani collaboratori stanno organizzando una manifestazione piuttosto strampalata: costruiamo il macigno di Sisifo e lo portiamo per le strade per inaugurare un nuovo anno di fatica. Pensavamo che i nostri giovani allievi avrebbero potuto mandarci a quel paese ed invece hanno preso la proposta con molta serietà e hanno dato interpretazioni di questo mito veramente sorprendenti.
Una di queste fa al caso nostro: “forse Sisifo mentre spinge su per la montagna il suo macigno vede che sulla montagna vicina c’è un uomo che fa la sua stessa fatica e si stente sollevato perché a spingere in due si sente meno la fatica”. Ecco per dei giovani non già impregnati di forme obsolete di politica, la solidarietà umana affiora come prima risposta alla sofferenza. Noi dobbiamo ripartire da qui se vogliamo che le nostre periferie siano popolate da persone piene di iniziativa e generative.
Tutto questo ha importanti conseguenze sia rispetto all’istruzione-educazione delle nuove generazioni, sia per le professionalità impegnate nel lavoro educativo.
Nella scuola e nell’educazione la priorità assoluta deve essere data alla costruzione di legami tra le persone e allo sviluppo di capacità cooperative applicate a qualsivoglia impresa.
Occorre creare le occasioni in cui la classe e la scuola si comportino come collettivo maieutico in grado di generare nuovi legami, nuove solidarietà e alla fine nuova ricchezza sociale.
E’ necessaria una didattica ‘che non nasconda l’assurdo ch’è nel mondo’ che sappia seguire i giovani nei loro labirintici percorsi pronti a rialzarli, ad incoraggiarli, a sostenere lo sviluppo di nuove competenze ogni volta che cadono, ogni volta che vorrebbero arrendersi.
Tutta l’organizzazione scolastica invece di seguire l’utopia dominante di una società sempre in crescita, sempre in grado di soddisfare bisogni senza fine, deve sviluppare la prima competenza trasversale che è quella di saper affrontare le difficoltà, saper conservare se stessi oltre la crisi del mercato del lavoro, oltre la crisi delle forme di rappresentanza democratica. Da questa capacità di resistenza potranno nascere anche nuove organizzazioni e nuove solidarietà sociali, ma senza una forte resistenza umana nulla di buono potrà nascere.
Per fare tutto questo occorrono genitori, insegnanti educatori resistenti, in grado di rinnovare ogni giorno tra loro e con gli altri la solidarietà umana, la comprensione delle difficoltà, la condivisione amorosa della cura nei confronti dei giovani. Senza questo continuo rinnovarsi della propria umanità non è possibile curare lo sviluppo umano dei giovani. L’associazione Maestri di Strada da venti anni “cura chi cura”, sviluppa le capacità generative dei suoi educatori ed in questo modo essi resistono e crescono. Il modello di scuola che adotta l’intero occidente, non prevede alcuna cura per l’umano che vive o dovrebbe vivere nei suoi operatori e senza di questo nessuna iniezione di miliardi – che neppure ci sono - riuscirà a mettere la scuola all’altezza del compito umano che le tocca oggi molto più di ieri. Chi di noi crede nel ruolo che l’economia civile dovrebbe avere nello sviluppo della società, dovrebbe curarsi innanzi tutto della scuola, dovrebbe curare innanzi tutto che la scuola sia fondata sulle relazioni e non sul consumo di merci; e sono merci anche i pensieri quando sono pre-cofezionati e privi di legami con l’essere dei giovani come dei loro docenti. 

Cesare Moreno

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