Cosa resta dei prof?

Incontro di riflessione a Novara

L’associazione “Attivalamente e… il corpo” ha organizzato il 20 giugno a Novara, un’interessante giornata di studio a cui abbiamo partecipato anche noi Maestri di strada. 
Abbiamo parlato insieme dei docenti e di come si sentano sempre più Zigzaganti nelle ricerche di senso dell’agire quotidiano in contesti precari, liquidi e marginali tra dialoghi, narrazioni e metafore generative.

Ecco le riflessioni espresse da Cesare Moreno e Federico Zaccaria, intervenuti al dibattito.


Del prof non resta niente.

Se il prof è colui che conosce una disciplina e conosce dei buoni metodi per trasmettere in modo più o meno coinvolgente i fondamenti, tutto questo viene egregiamente sostituito dalle tecnologie solo a saperle usare bene.
Se il prof è colui che ex cathedra gode di un requisito di infallibilità come il papa, anche questo è finito da molto tempo
Se il prof è un “maestro di vita”, uno che dall’alto delle sue competenze specialistiche riesce a dare indicazioni su quale potrebbe essere una ‘vita buna’ forse potrebbe essere rimasto qualcosa.

Quando penso al “maestro di vita”, penso ad un tipo di letterato umanista che sapeva fornire ai propri allievi gli strumenti ‘critici’ per contrastare le ‘opinioni’ diffuse dai media e le propagande del potere.
Penso anche a scienziati ed artisti, che in nome dell’autonomia della ricerca, hanno saputo opporsi a imposizioni di qualsiasi tipo, ma penso anche alle parole di Tullio De Mauro e di Clotilde Pontecorvo e di tanti altri che hanno ripetuto in ogni luogo, che i paesi più ricchi di cultura hanno aperto le porte al fascismo, al nazismo ed alle politiche di sterminio.

Forse per molto tempo questo mito seppure infondato ha avuto un valore trainante per qualcuno, ma oggi non può avere alcun seguito, se non quello del rimpianto nostalgico per una figura forse mai esistita ma almeno immaginabile.

C’è nella nostra cultura qualcosa che ha minato la credibilità delle sue vestali e dei suoi sacerdoti da molto tempo.

Per non andare troppo indietro nel tempo mi fermo all’affondamento del Lusitania.

Ciò che ci manca da quel momento non sono le spiegazioni storiche, economiche, politiche, complottiste, ma ci mancano le spiegazioni umane, ossia comprendere quali siano i meccanismi che mettono le persone in condizione di uccidere programmaticamente, di negare programmaticamente i diritti dell’altro.

Che io sappia gli unici tentativi di spiegazione umana si trovano negli studi sulla personalità autoritaria di Adorno Horkeimer e soprattutto nella banalità del male di Hanna Arendt ed in tempi più recenti nell’effetto Lucifero di Zambardo, negli scritti di Tourain e Kaes riguardanti i garanti metasociali e metapsichici.

Parallelamente io vedo persone che hanno cominciato a fare i conti con i meccanismi psichici che scatenano la belva sepolta nel fondo biologico di ciascuno di noi. Penso alla rivisitazione del mito di Sisifo fatta da Camus in piena guerra mondiale, penso a Danilo Dolci e alla su poesia sull’educazione
Ma ancora di più penso ad esperienze mistico poetiche ai margini del mondo: Saint Exupery e prima di lui Charles de Fooucolt, Teilhard de chardin, lo stesso Don Milani. Costoro, in modo diverso, hanno esplorato il farsi dell’uomo partendo dalla solitudine e dalla fragilità. Avendo la capacità contemplativa di amare l’uomo, identificandosi con gli stati primigeni della condizione umana in balia degli elementi.

Una fragilità resistente:

dunque quella del ‘maestro di vita’ mi pare più un mito - forse un mito fondativo di un tipo di professore – che non una realtà. Questi maestri di vita hanno fallito la loro missione già nella prima guerra mondiale e soprattutto nella seconda. Non hanno fornito agli allievi la forza per contrastare i totalitarismi. Sia chiaro che qui non parliamo di abbracciare le armi e combattere, ma usare la mente per non farsi contagiare da movimenti di grandi masse mosse da emozioni elementari, usare la mente per contrastare la banalità del male.

 

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