Pinocchio: un' odissea senza abecedario

PINOCCHIO NEL CUORE DI NAPOLI - Mostra all' Annunziata

Se invece che in Toscana Pinocchio fosse nato a Napoli, avrebbe piantato i suoi zecchini d’oro sotto un pino di Posillipo e, invece che da una balena, sarebbe stato ingoiato da una carpa gigante della Stazione Dohrn? Chi lo sa.

Un Pinocchio napoletano, sarà visibile da sabato 8 aprile alle 17 nel Complesso monumentale della SS. Annunziata, dove si apre la mostra “Pinocchio nel cuore di Napoli”. Perché quel burattino dissacratore e ingenuo, truffatore e truffato, alla fine è piaciuto molto anche a sud, e così l’associazione Semi di Laboratorio in collaborazione con l’assessorato alla Cultura del Comune di Nino Daniele ha pensato di offrire alla città una rassegna che è anche un laboratorio e che mette in primo piano i lavori di un designer architetto geniale e generoso come Riccardo Dalisi e l’artista, anche lui architetto e professore universitario Aldo Capasso, che esporranno il primo i suoi “Totocchi” e l’altro i collage-assemblaggi della serie “Intorno a Pinocchio”.

Ci sono stati anche una serie di incontri di riflessione, tra cui quello del 26 maggio di Cesare Moreno, che ha proposto un'immagine di Pinocchio come maestro di strada, come un protagonista de "la mappa e territorio" che si muove per le strade della vita senza il suo abecdario, senza quindi avere gli occhi fissi su una mappa, ma fidandosi ed affidandosi a coloro che incontra per strada. Ciò che crediamo è che faccia bene a fidarsi, anche se apparentemente sembra che gli altri si approfittino di lui. Viaggiando così sembra che possa perdersi per strada; in realtà lui non solo non si perde, ma ritrova la strada e la fa ritrovare anche a tutti quegli adulti che durante la sua vita l'hanno voluto sfruttare, ma che alla fine si commuovono, lo aiutano e imparano a camminare come lui, senza una mappa, senza un abecedario.


Nella vita di Pinocchio ci sono tutte le cose che deve imparare un ragazzo di strada per diventare un uomo: truffatori che gli offrono ‘la luna nel pozzo’ a basso costo, agenti di spettacolo che vogliono sfruttarne l’immagine, adulti giudicanti che lo fanno impappinare, un padre che si perde, una mamma assente ma idealizzata, un compagno che gli offre un viaggio magico e animalesco. Alcuni incontri molto simili a quelli di Ulisse: il paese dell’oblio dove ci si trasforma in animali, mare adirato e mostri marini, dèi malefici travestiti da mendicanti che lo mettono alla prova, Polifemo, la dolce e accogliente Nausicaa che lo indirizza verso casa.
Ma di tutte le scene quella che domina su tutte, il capolavoro nel capolavoro, così come straordinariamente la recita Carmelo Bene, è la scena del processo: Pinocchio elenca le sue vicende in modo frammentario, incoerente, contraddittorio mescolando le accuse al gatto e alla volpe, le sue ingenue speranze, le sue disobbedienze in un pasticcio che finisce per accusarlo. Sembra l’interrogazione di un ragazzo impreparato che non capisce bene neppure su quale materia è interrogato, capisce solo che dall’altra parte viene giudicato e mescola continuamente esposizione, giustificazioni, dialoghi con se stesso. La colpa di Pinocchio è di aver venduto l’abecedario, di aver rinunciato alla parola organizzata, di avere - come scrive Carla Melazzini a proposito dei giovani emarginati - frammenti di pensiero che non riescono a diventare comunicazione efficace.

E’ un bambino gettato nella vita senza guida, che passa negli eventi senza che diventino esperienza; e senza la parola non sente neppure la colpa. Pinocchio comincia a raccogliere l’eredità del padre quando incomincia a sentirsi in colpa per lui e comincia a cercarlo. Pinocchio diventa buono, perde l’insensibilità del legno per acquistare quella della carne nel momento in cui sente il dolore dell’altro.

Geppetto è un padre privo di rilievo sociale, sconfitto dalla miseria, deriso dai colleghi, senza una compagna, incapace di usare l’autorità per indirizzare quel figlio di legno che lui stesso si è fabbricato, dà al figlio con generosità le poche cose di cui dispone ma inadeguate all’ingordigia di lui. Ma all’inadeguatezza dei beni disponibili corrisponde una riserva sconfinata di affetto che Geppetto offre senza risparmio credendo in lui e continuando a cercarlo: Geppetto nella sua dimensione familiare è invece un uomo forte che continua ostinatamente a sognare Pinocchio ‘come oggi non è’. I nostri ragazzi difficili riconoscevano in noi ‘Maestri di strada’ quelli che ‘non smettono proprio mai’ che sono capaci di credere ostinatamente nei giovani in una situazione difficile e complicata.

Forse dovremmo ricordarci di Geppetto, della sua ostinata sapienza di modesto artigiano nel tempo in cui i padri socialmente autorevoli scarseggiano, nel tempo in cui le autorità morali non si manifestano e quelle istituzionali non hanno comportamenti responsabili.
Forse i ragazzi resi insensibili come legno perché anestetizzati da un eccesso di informazioni, disorientati da una povertà di relazioni e limiti, possono essere riscaldati da un amore modesto ma ostinato.
 

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