Le attività dei Maestri di Strada

Gruppi di pensiero .....gruppi di multivisione

Il cuore della metodologia dei Maestri di Strada è il “gruppo riflessivo” che qualche volta chiamiamo anche “gruppo di pensiero”. Secondo il punto di vista che adottiamo e che deriva da una lunga evoluzione storica da ‘antenati’ lontani nel tempo, il pensiero deve poter accadere, ossia esistono delle condizioni psichiche e relazionali che lo rendono possibile. Le cattive condizioni relazionali e psichiche impediscono di apprendere dall’esperienza, impediscono quei movimenti di pensiero che servono a ‘farsi una ragione’ per ciò che accade, e soprattutto a ‘farsi una ragione ‘ per le sconfitte, per le frustrazioni, per le contrarietà. Sto semplificando molto, ma alla fine questa è la condizione di tantissimi adolescenti e giovani che a scuola “non hanno voglia di imparare”.La cosa interessante è che questa difficoltà a riflettere e ad apprendere dall’esperienza appartiene a noi tutti, perché capita sempre l’occasione in cui non abbiamo spazio per pensare e questo accade soprattutto quando ci troviamo di fronte al dolore dell’altro, all’ingiustizia, all’impotenza di fronte a chi esercita un potere gerarchico. La nostra difficoltà a sostenere i giovani deriva in gran parte dal fatto che noi stessi abbiamo difficoltà a essere “presenti a noi stessi” quando la situazione è difficile.

Gli educatori – di tutte le specie: insegnanti, educatori, formatori, tutor etc... - sono esposti al rischio del “non pensiero” più di ogni altra categoria professionale, perché hanno a che fare minuto dopo minuto con il mistero costituito dall’altro essere umano e dai processi psichici che lo coinvolgono e sono esposti ad una organizzazione gerarchica che pretende di governare la loro mente governando le loro prestazioni (l’orario, le classi in cui deve andare, le carte da compilare, lefirme da apporre, le riunioni a cui partecipare etc..)

Dunque la riflessione di cui parliamo è l’espressione di una funzione vitale essenziale dell’essere uomini, la capacità di usare la propria mente per stare al mondo nel migliore dei modi, per apprendere dall’esperienza, per crescere attraverso le relazioni. Per ‘contenere’ noi stessi, ossia per governare la relazione tra la complessità della psiche e quella del mondo, per stabilire un confine – per quanto mobile e mutevole – tra il sé e ciò che accade. Senza capacità di contenimento c’è un' invasione incontrollata di “non pensieri”: paure, timori, interdetti, divieti, odi, rancori e quant’altro ‘fissa’ la mente impedendone i movimenti. I gruppi di riflessine si dispongono in cerchio perché intendono ‘intrappolare’ il pensiero in quel cerchio, perché a ciascun membro tocca il compito dimettere al centro le preoccupazioni ed i desideri e insieme agli altri trovare un filo, un senso, una ragione a ciò che accade. I gruppi riflessivi non consistono nel mettere a confronto i puri pensieri, le “opinioni” prodotte come automatismo da poteri ed interessi, ma nello stabilire connessioni tra l’esperienza emozionale della vita ed il pensiero discorsivo che è decisivo per governare il nostro essere nel mondo. Per tutto questo nei nostri gruppi riflessivi “è vietato” (nulla è vietato in realtà, ma si cerca sempre di negoziare ciò che appare più opportuno ai partecipanti) parlare partendo da affermazioni generali, fedi, ideologie, credo, ma si parte sempre da osservazioni concrete, da narrazioni di eventi e situazioni che non riusciamo a ben contenere, a comprendere,
Tutto questo è la nostra ‘formazione professionale permanente’ è una “pedagogia errante”, che raccoglie risorse strada facendo, e che rende capaci di aiutare i più giovani perché offre loro il sostegno di adulti solidi, capaci di usare il pensiero per affrontare situazioni difficili. Ciascuno può raccontare, nel modo più ‘personale’ possibile, un’esperienza difficile, avendo chiaro che il focus non è mai l’allievo, ma l’allievo dentro la relazione.
Il gruppo, guidato da uno psicologo, offre vari punti di vista (gruppo non di supervisione bensì di multivisione), ma non dà vita ad una mera discussione: crea un contenitore emotivo, nel quale è possibile affrontare anche le proprie difficoltà senza eccessivo timore di giudicarsi ed essere giudicati…


IRVIN VAIRETTI, esperto musica

Sono ormai quasi cinque anni che lavoro con l’Associazione, anni in cui ho imparato tanto ed ho conosciuto anche meglio me stesso ed alcune nuove dimensioni che contribuiscono a rendermi felice. È inutile dire che siamo un grande gruppo (a volte quasi una famiglia semi patriarcale), in cui si riversano anche tantissime ansie personali e collettive, ma dove si ha la consapevolezza di poterle affrontare insieme. Le multivisioni, siano esse plenarie o dei gruppi territoriali, sono sicuramente il punto di forza di tutta la nostra azione, confermando l’intenzione di avere uno spazio in cui sentirci liberi di condividere le nostre esperienze e parte di quelle altrui. (…)

Riunione dopo riunione, lo sviscerare le proprie ansie, i propri dubbi o i propri dispiaceri ad un gruppo disposto ad accoglierli, non ha trovato “soluzioni” da condividere, ma sguardi e sentimenti per poter sorridere (spesso dopo aver pianto) e sentirsi parte di una storia comune, di cui si palesano mille incertezze e contraddizioni, ma che si ha sempre più il coraggio e la voglia di vivere pienamente.

 

ANTONIA CUCCIOLI, educatrice

La struttura di quest’anno delle multivisioni credo sia stata una concreta risorsa in più, a supporto della complessità del lavoro svolto. Quando si è assorbiti in ciò che si sta facendo, facendolo con amore ed empatia, non sempre si riesce a conservare uno sguardo critico, riflessivo, servono altri due occhi, altre due orecchie, un’altra testa, se ne sono ancora di più tanto meglio.

 

CHIARA CARLOMAGNO, educatrice

Per sua natura la multivisione è esplorativa, lesiva, invasiva ma anche riparatrice, esplicativa… dolore e crescita, io piango e rido nelle multivisione. Sono pazza e siamo un gruppo un po’ di pazzi. Ma pazzi belli e coraggiosi. E’ lo spazio di cui il
gruppo ha bisogno per crescere, elaborare i fantasmi e le paure, ridere degli errori dopo averli analizzati, e soprattutto affrontare/elaborare/digerire il dolore, ma è anche il luogo dove impari che le cose si possono fare, cambiare, e credi in te e nelle tue forze, impari a non aver paura del cambiamento che il tuo agire (e del gruppo) può provocare. Il gruppo ti aiuta a riconoscere la direzione del tuo agire.

 

SARA FERRAIOLI, esperta arte

A volte, il fardello, le scorie negative sembrano davvero troppe. A volte non provengono solo dai luoghi, dalle storie, dai volti, ma da noi stessi, dagli operatori, dai nostri rapporti. Le multivisioni ci servono a questo: torniamo al centro e ci liberiamo di questo sporco e a rifornirci di ossigeno da portare nelle periferie. 

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