La frontiera della scuola

Bergamo - 9 Marzo 2017

Il 9 marzo c’è stato a Bergamo un bell’incontro delle SCUOLE DI FRONTIERA a cui siamo stati invitati anche noi Maestri di Strada

Articolo del Corriere della Sera


Giulia Gabrieli è morta di tumore a 14 anni dopo aver vinto la sua battaglia per restare viva fino all’ultimo e per studiare perché “mentre prima speravo in un malanno per non andare a scuola, ora vorrei togliersi una malattia per poterci andare”. I suoi genitori hanno fondato l’”Associazione conGiulia”, che non commemora ma celebra l’inno alla vita con tutti quelli che nelle difficoltà estreme ritrovano la forza e la volontà di esserci. Abbiamo sentito e visto Giorgia che a 12 anni combatte la sua battaglia ed è venuta in teatro a portare il suo sorriso e la sua idea: la vita è fatta per combattere. Samuele da tre anni lotta ed ormai da del tu al suo linfoma e gli dedica una poesia ironica. Samuele come gli altri, ricorda le persone che lo hanno aiutato e lo aiutano. Tra i suoi sostenitori c’è il ragazzo autistico della classe. Luigi studia in carcere perché vuole diventare una persona migliore e dare qualche soddisfazione a chi gli vuole bene: per problemi logistici ha allestito il suo studio nel piccolissimo bagno della cella: banco, scaffale dei libri una sedia anche per la prof.
Vincenza aveva cominciato bene la sua vita ma poi ha deviato parecchio fino a trovarsi in galera per molti anni. E’ grata ai suoi genitori e a suo padre e vorrebbe dare a loro e a se stessa la soddisfazioni di qualche cosa di buono. Prende la licenza media, il diploma e ora è al secondo anno di università. Ma soprattutto Vincenza è cambiata: la rabbia che aveva dentro, che la portava ad essere aggressiva e scostante anche con i docenti che volevano sostenerla nel suo percorso ora ha imparato a gestirla, ha imparato che lo sviluppo della mente serve a questo.
I filmati con queste testimonianze sono un raro esempio di assoluta autenticità e di parole che una per una sono ben legate alla vita di chi le pronuncia. Ma le parole che più mi hanno colpito sono quelle di Patrik.
E’ nato venti anni fa in Nigeria: aveva una piccola voglia e questo basta ad essere considerato figlio del diavolo e destinato ad essere ucciso. La madre lo salva affidandolo alla chiesa. Lui cresce e, quando la madre non può più mantenerlo, comincia al lavorare. Fa il controllo dei biglietti in una di quelle sgangherate corriere che attraversano la Nigeria da cima a fondo. Finché un giorno viene catturato da Boko Aram a causa di una piccola croce rossa dipinta sul cofano della corriera. Viene maltrattato, picchiato e durante uno scontro a fuoco riesce a fuggire. Attraversa il Sahara e giunge in Libia dove ‘lavora’ per pagarsi la traversata del Mediterraneo. Parte sul solito barcone che dopo due giorni resta alla deriva per mancanza di benzina. Qualcuno intorno a lui muore ma lui sopravvive fono all’arrivo dei soccorsi. Sbarca in Sicilia e di li dopo un po’ di tempo arriva a Bergamo.
Qui viene accolto e va a scuola. Ora è al secondo anno perché crede nell’educazione, “voglio diventare educato e una persona” … si inceppa e per un tempo lungo non trova la parola; alla fine , come se ricordasse quanto aveva meditato, dice: un uomo utile. Da quel momento tutti faranno riferimento a questa sua frase. Ma quello che più mi ha colpito è che Patrik considera l’Italia sua patria, nel senso etimologico del termine, in un modo che difficilmente chi è nato in Italia può sentire: lui sente di dovere la sua esistenza, il suo essere vivo a questo paese e vuole rendersi utile. Attraverso il modo con cui diceva queste cose ho sentito per la prima volta cosa potrebbe significare per il nostro paese una politica di accoglienza autentica, e di integrazione; cosa potrebbe significare avere milioni di persone che amano questo paese perché gli ha salvato la vita e dato i mezzi per essere se stesso. Altro che esami per accertare quanta ‘cultura’ abbiano assorbito, dovremmo sentire le loro storie non per avere un racconto che giustifichi lo stato di rifugiato, ma un racconto che ci faccia capire quanto la loro vita si è legata a noi ancora prima di salire sul barcone.
I miei amici che lavorano con gli immigrati mi raccontano che si stanno moltiplicando le storie di questo tipo: ragazzi che partono dal loro paese né per la guerra, né per la fame – che comunque sono sempre presenti sullo sfondo - ma per problemi affettivi: la presenza di un patrigno o di una matrigna che si comportano come i protagonisti di certe nostre favole. Insomma prima di essere migranti o ‘minori non accompagnati ‘ sono come tutti gli adolescenti alla ricerca di un’identità e alla ricerca di una ‘comunità che li sostenga realmente.
Dopo questi racconti e queste presenze è stato veramente difficile dire la nostra.
Tutti i ragazzi che hanno parlato hanno trovato la volontà di vivere e di impegnarsi di fronte ad ostacoli ben visibili e situazioni senza facili vie di uscita, hanno dovuto sviluppare un pensiero forte e combattivo pena farsi travolgere dalle difficoltà. Noi abbiamo in un certo senso una situazione invertita: non esistono ostacoli visibili allo sviluppo personale, e abbiamo migliaia di giovani che invece sembrano avviarsi verso un destino già scritto senza opporre resistenza. La costituzione Italiana all’articolo 34 dice che occorre rimuovere gli ostacoli sociali ed economici allo studio. A quel tempo non era ancora chiaro che ben più forti degli ostacoli esterni sono quelli interiori, che anche le peggiori condizioni socio-economiche non sono sufficienti a soffocare la naturale tendenza dell’uomo ad apprendere: è necessario che su quel terreno cresca la pianta dell’insignificanza esistenziale, della passività e della sudditanza. Il nostro mestiere è di trovare risorse strada facendo e la principale risorsa sono le giovani persone che incontriamo. La parte difficile non è fare i conti con la criminalità che domina il territorio, ma riuscire a scoprire il meglio di sé in giovani persone che hanno rinunciato ai sogni, che non sanno neppure cosa significa sognare.
Le scuole di frontiera hanno da dare indicazioni a tutta la scuola perché in condizioni estreme, in assenza di speranze immediate, docenti ed allievi hanno saputo trovare un motivo di impegno. La scuola – non lo ripeterò mai abbastanza – è innanzi tutto per sé, per essere vivi anche a pochi giorni da una morte certa. I docenti di queste scuole sono docenti che mettono il loro sapere al servizio di una esistenza buona che è tale non perché apra la via ad una qualche carriera o lavoro ma semplicemente perché la vita ‘è fatta per combattere’, la vita c’è solo quando la mente si apre. In più i docenti di Patrik, sanno che quello che loro fanno non godrà di grande popolarità in un paese e in una regione in cui non ci sono folle plaudenti allo sbarco degli immigrati, eppure proprio in questa condizione di minoranza e di resistenza forse hanno trovato anche loro la forza per proporre uno ‘studio disinteressato’, per sé.
Gentile – qualcuno sa ancora che è stato il grande riformatore della suola in epoca fascista e che l’impianto generale della nostra scuola è ancora quello? - e molti suoi tardivi ed inconsapevoli seguaci, pensava che lo ‘studio disinteressato’ fosse appannaggio delle classi ‘alte’ e che il popolo “basso” fosse interessato solo all’utile immediato. Da sempre una potente spinta ad apprendere viene proprio da chi non gode di alcun privilegio e può attingere alla cultura con la sola forza della propria intelligenza. I poveri prima ancora che aspirare ad una posizione sociale migliore, aspirano ad essere considerati e considerarsi uomini come gli altri. Questo è lo studio disinteressato ossia interessato soprattutto al suo valore umano laddove altri sono spinti dalla conservazione del privilegio e dalla competizione per fare scalate sociali. Proprio tra i più poveri e diseredati c’è chi vede lo studio e la conoscenza non come mezzo ma come un obiettivo in sé. E questo accade - lo dico a beneficio dei marxisti-licealisti, variante gentiliana del Marxisti-leninisti, - in corsi di formazione professionale, quelli che sono bollati – spesso a ragione – come corsi di serie B rispetto alla cultura ‘alta’ dei licei e degli Istituti di Istruzione Superiore.
Ogni scuola è di frontiera: sta sulla frontiera che separa le generazioni e rappresenta un varco di questa, un punto privilegiato per gli scambi e gli incontri. Questa frontiera sembrava attraversare ogni paese della terra in un precorso lineare per quanto tortuoso. Ma è almeno un secolo, è almeno dalla prima guerra mondiale che questi posti di frontiera sono restati a presidiare una linea che si era scomposta e aggrovigliata in molti punti: i ragazzi del 99 mandati al fronte nel 1917 non andavano li per incontrare i coetanei per quanto ne avessero voglia; i ‘minori non accompagnati’ che traversano il Sahara ed il Mediterraneo non stanno facendo il viaggio iniziatico dei giovani borghesi europei, quello che accade nelle famiglie distanti migliaia di chilometri dalla nostra scuola (che fine fa in questo contesto il concetto di ‘platea scolastica”?) e quello che accade nei territori selvaggi a ridosso delle nostre scuole non è meno complesso: famiglie che non sono tali, adulti che sono solo adolescenti attempati, istituzioni troppo deboli e con poca autorità, futuro quanto meno nebbioso. Dunque la scuola in genere è restata isolata mentre le linee di confine si sono spostate di migliaia di chilometri cosicché il mondo ci viene addosso. Dunque in questo momento gli insegnanti sono in grande difficoltà perché sono restati soli a presidiare ‘fortezze’ che non hanno senso quando la linea di demarcazione è altrove o non c’è più. Le ‘scuole di frontiera’ quelle che hanno preso coscienza del loro isolamento, della necessità di resistere ad un’onda montante di grande forza, possono essere di aiuto a tutte le altre perché sono un esempio di forza culturale in grado di fornire ai giovani un motivo per vivere pienamente la vita. Gli adulti che si sono riuniti nella sala del Collegio Sant’Alessandro sono una comunità che si è unita intorno al messaggio di Giulia, come ha ricordato commosso il padre, e la cosa più importante che possono fare e fanno è sostenere la fatica dei docenti e della scuola per educare anche quando le condizioni son difficili.
L’ambizione più forte dei Maestri di Strada non è quella di riuscire a recuperare alcune centinaia di allievi all’anno, quello già sappiamo che con molta fatica ci riesce, ma è quella di contribuire a cambiare, sia pure con gradualità e lentezza, l’idea dominante di scuola, ‘il paradigma pedagogico’ su cui si basa, e al momento non crediamo di avere molto successo. Ma insistiamo.  

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