Niente di nuovo sul fronte orientale

Cari amici, vorrei scrivervi a lungo delle cose che stanno succedendo all’est, - Napoli est - ma non ho il tempo, devo occuparmi di riprendere una contabilità di cose fatte tre anni fa: le istituzioni inadempienti hanno trovato il modo di rigettarci addosso la palla; devo occuparmi di inventare qualcosa per avere la liquidità necessaria a pagare con regolarità gli operatori: tutti i lavori che facciamo prevedono di ricevere le somme stanziate dopo che abbiamo già pagato gli operatori, cioè dobbiamo anticipare e se qualcuno ritarda si sballa tutto il meccanismo. Devo occuparmi di inventare nuovi progetti senza dei quali la macchina si ferma. I progetti di fatto sono una forma vessatoria di subappalto di manodopera inventata dallo Stato e dalla Unione Europea per realizzare servizi che per vari motivi non intendono organizzare in proprio.


Cominciamo dunque dall’uccisione efferata di un diciottenne: una morte di cui sappiamo i particolari più osceni perché uno degli autori ha confessato, “si è pentito” , mentre le armi fumavano ancora. Una morte alla cui origine ci sono parole - dette o non dette, vere o non vere poco importa - voci che corrono nell’ombra che dicono cose ancora più oscene circa gli intrecci amorosi – ma cos’è l’amore al tempo dell’odio - che si sviluppano sul fronte orientale.
Ma, quando l’erba è asciutta e lo sono anche le polveri, una scintilla incendia la prateria ed esplode la santabarbara: ora abbiamo viaggiamo al ritmo di un morto al giorno, più gambizzazioni e sparatorie di avvertimento. Ma tutto questo lo saprete dai giornali e dai TG.
Quello che non sapete è quello che stanno soffrendo i giovani e chi cerca di stargli vicino.


Dodici anni fa, quando con soldi statali, facevamo il progetto Chance affrontavamo ogni anno almeno un’uccisione tra i parenti prossimi dei nostri allievi – padri, fratelli, cugini, zii - questo un brano di quanto scrivemmo nel 2004 quando fu ucciso il padre di Gennaro:
“Poco dopo Anna fa uno scatto dalla sedia, scappa fuori e va nel bagno; mamma Patrizia le va dietro, e rientra dicendo che Anna ha chiesto di parlare con la sua tutor. Annamaria va incontro ad Anna che sta piangendo a dirotto, la abbraccia e la porta in sala docenti: “Anna, cosa è successo, all’improvviso?” “Professoré, ho paura che pure mio padre fa la stessa fine”. “Anna, ma che dici, papà non sta in carcere?” “Sì, ma quando esce lo aspettano, e sicuramente lo uccidono”, e continua a piangere a dirotto.
Annamaria ammutolisce, si sente addosso il peso di una responsabilità troppo forte: deve calmare la ragazza, ma non può negare, tanto meno sottovalutare ciò che sta dicendo, che è la verità: è la prima volta che un ragazzo dice così chiaramente e con tanta angoscia il pericolo a cui è esposta la sua famiglia. La tutor timidamente avanza una ipotesi di via d’uscita: “No, professorè! Non se ne può più uscire, ormai l’ha fatta la scelta, quelli lo aspettano. Ci doveva pensare prima a non mettersi dentro, non ha scampo”
. E continua a piangere.
La tutor è sempre più in difficoltà, sente che la sua impreparazione è totale, ma questa ragazza si sta affidando, non si può disilluderla: parla di un cambiamento di città. “E’ difficile, lui aveva avuto la possibilità di farlo, ma non ha voluto trasferirsi; ora anche mamma non se ne vuole andare”.
Quello che dodici anni fa avveniva tra un gruppo ristretto di docenti ed educatori, in uno spazio ‘speciale’ e protettivo, oggi avviene nel vivo della vita scolastica; i nostri educatori stanno assistendo in questi giorni a decine di scene come questa, i docenti che incontriamo stanno subendo lo stesso violento attacco emotivo, tutti sentono il peso dell’atmosfera di morte; tutti, e soprattutto coloro che con il crimine non hanno nulla a che fare, temono per la vita dei cari. Nel giro di una settimana la parola amico assume un significato sinistro: Patrizia, nostra ‘madre sociale’ che vive nelle ‘case gialle’ in coabitazione con criminali assortiti, confessa di aver fatto una scenata del tutto irrazionale al figlio trentenne che “era uscito con gli amici”: è tornato tardi e non rispondeva al cellulare che era fuori campo.
Francesca andando a scuola è scivolata: aveva messo il piede su un proiettile, ma era orgogliosa di non essere caduta, e noi con lei. Dice il manuale del buon educatore a pagina 47: quando inciampi nei proiettili l’importante è restare in piedi.


Ieri 9 marzo i nostri educatori e le nostre educatrici, nel corso della ‘multivisione del mercoledì” hanno parlato del loro 8 marzo a scuola: scoppi di pianto improvvisi, rabbia, ragazzi molto nervosi, insegnanti attenti, insegnanti disperati, insegnanti che “non riescono a pensare tutto questo”. Un senso di impotenza e di inutilità serpeggiava nelle parole di tutti. Abbiamo parlato di come siamo riusciti ad accogliere le lacrime, di come ‘accompagniamo’ famiglie in fuga da Napoli. Ed abbiamo parlato di come un gruppo di ragazzi ritenuti - con qualche ragione – ingestibili, si siano dedicati per due giorni e per molte ore a costruire delle casette di cartone e di come questa attività, e quella del laboratorio di ‘cinema’ , di teatro, di orticoltura, di ‘giornalismo’ contribuisca ad elaborare una situazione tanto complessa e tanto carica di dolore.
E ancora una volta siamo usciti da quella stanza con il sorriso di chi sente una profonda condivisione con l’altro nell’affrontare una situazione difficile. Per l’ennesima volta ci siamo detti che la cosa più importante di tutte è restare in piedi, restare vicino, far sentire ai nostri ragazzi che è possibile non farsi travolgere dal dolore e dalla violenza.
A chi ci chiede in cosa consiste il lavoro dei Maestri di Strada è solo questo: testimoniare la forza dell’umano di fronte alle forze disgregatrici che lo attaccano dall’interno e dall’esterno. La tecnica che usiamo per resistere e crescere ha origine lontana nell’esperienza dello psicoanalista Wilfred Bion, che durante la seconda guerra mondiale, nell’ospedale militare di Northfield, era incaricato del supporto ai militari colpiti da shock psichico in combattimento.
E noi chiediamo ancora una volta alle nostre autorità, a coloro che in vario modo fanno cultura ed opinione quanto ancora dobbiamo aspettare perché chi è incaricato di aiutare i giovani a crescere, a pensare e ragionare, sia sostenuto a sua volta a poter pensare l’impensabile, riflettendo e restituendo significato alle cose che insegna. Noi sappiamo che è possibile, ormai si contano a decine le esperienze in cui siamo riusciti ad innescare un processo riflessivo, a restituire ai docenti il senso creativo della loro professione anche nelle situazioni più difficili: l’8 marzo dodici docenti che in vari modi interagiscono con quella classe della periferia della periferia che sembra ingestibile, sono stati tre ore oltre l’orario di lavoro a cercare di “pensare” quel gruppo di giovani vite che sono state affidate loro, che prima non riuscivano a pensare. Qualcosa è cambiato: una realtà così complessa non può stare nella mente di uno, era ed è necessario un gruppo solidale. Chiediamo perché questa elementare e decisiva esperienza non debba diventare una prassi normale, una parte fondante delle professioni educative: chi deve educare il pensiero deve poter pensare.  

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