METIS: poter pensare

Metis in greco è l'ingegno, per noi è stata l'impalcatura per sostenere pensieri complessi e difficili

Alcune idee dopo la conclusione del corso METIS a Roma
Abbiamo organizzato 15 gruppi di discussione e solo ascoltare i loro report ha richiesto alcune ore. Si è trattato di una impresa azzardata come del resto quasi tutto quello che facciamo, ma è andata in porto perché c’era una struttura ed un pensiero che la sostenevano, il frutto più importante di questa esperienza è stato il consolidarsi di un gruppo - in origine eterogeneo - in un gruppo di lavoro capace di contenere il grande gruppo.
Tra il primo e il secondo seminario i gruppi hanno avuto perdite in alcuni casi notevoli, ma non abbiamo voluto ‘accorparli’: è importante per noi non dimenticare gli assenti, sentire la presenza della loro assenza. Ogni processo di inclusione non è l’esito di un processo ma il suo inizio. Tenere dentro gli assenti, gli oppositori è per noi un principio fondante.

In molti gruppi si è notato al penultimo incontro l’urgenza di raccontare e raccontarsi. Non è accaduto subito. O meglio all’inizio abbiamo avuto dei racconti, ma erano racconti ‘blindati’, esposizioni di ben congegnate esperienze, racconti da parata finalizzati più a sbalordire ed intimidire l’altro che non a comunicare. Alla fine ci sono state le narrazioni vere, aperte all’altro ed aperte a se stessi, a volte con voce tremante, a volte accompagnate da lacrime, esperienze dolorose anche antiche. A volte un peso di cui liberarsi.

Il gruppo è stato utilizzato come ‘luogo scenico” e mi ha fatto tornare in mente un brano del principe di Danimarca in cui Carla Melazzini assimila il progetto Chance ad un teatro:

Teatro o scuola?
Il capannone dove si svolge la tumultuosa vita di Chance dovrà accogliere Mimmo la sua sorella minore Pina, l’intera famiglia che in qualche modo ha percepito tutta quanta di avere trovato uno spazio (compresa la madre con amante e figlioletta al seguito, le cui esibizioni, per restare nel paragone letterario, non sfigurerebbero in un dramma elisabettiano). Il capitolo che nelle scuole perbene si intitola “rapporti scuola - famiglia” culmina nella giornata in cui un maldestro intervento dei servizi sociali sottrae a Mimmo e Pina i due fratellini più piccoli trasferendoli d’autorità in un centro d’accoglienza: è il momento in cui Mimmo fugge da scuola dichiarando di voler uccidere la madre, poi torna per piangervi tutte le sue lacrime; Pina invece si assenta per parecchi giorni, e non mangia più, forse per punirsi di aver trascurato il suo ruolo di madre per essere, a Chance, una ragazza come le altre. E gli altri ragazzi e ragazze piangono e soffrono insieme a Pina e Mimmo, perché si riattivano in quella mattinata tanti vecchi traumi.
Questi e altri episodi hanno fatto somigliare molte volte Chance più a un teatro che ad una scuola: sarebbe stato opportuno stabilire confini più netti? Forse: ma se non si fosse offerta la scena per il dramma della sua famiglia, Mimmo avrebbe potuto sentire la scuola come uno spazio insieme di accoglienza e di protezione? (A sua madre è stato fisicamente impedito l’ingresso a scuola, alla terza incursione) E, quindi, avrebbe accettato di svolgervi le attività “didattiche”, che sono consistite prevalentemente in una continua rielaborazione della sua storia in diversi generi narrativi, e nella produzione di oggetti, dalla pagina scritta ai fiori di ceramica, concepiti ed eseguiti come doni per le persone a lui care? Nessuno sa dire che cosa scattava in lui quando improvvisamente smetteva le sue attività “di disturbo” e si ritirava da solo con il suo quadernone; certo è che quelle pagine erano messaggi diretti ad un interlocutore.
Lo spazio insieme accogliente e protettivo della scuola gli ha permesso di sperimentare che la piena delle emozioni può essere trattenuta e dominata quando le si dia una rappresentazione simbolica anziché tradurla in azioni: è troppo poco, come programma di terza media?
Mimmo è rimasto sempre a Chance, totalizzando uno dei più elevati indici di frequenza. E’ rimasto anche dopo l’episodio più violento di tutta l’annata, che lo ha visto protagonista insieme ad un compagno. La risposta é stato un “allontanamento” di due giorni, di più non avrebbe tollerato. E’ interessante a questo proposito il paragone con l’andamento scolastico “normale”, e cioè la diffusa pratica di sospendere questo tipo di ragazzi “con obbligo di frequenza”, resa necessaria dal fatto che la sospensione è vissuta in genere dal punito come la desiderata autorizzazione a stare a casa: l’attaccamento dei ragazzi Chance alla loro scuola era dichiarato nel modo più plateale quando minacciavano, se li avessimo cacciati, di “appicciare tutto”. Questa impossibilità di cacciarli, risultata evidente da subito, è stato il problema più tormentoso, che ogni giorno riproponeva in nuove forme una medesima domanda: fino a dove?
Un anno dopo, è stato possibile riconoscere senza difficoltà che l’unico limite da osservare era quello della capacità del gruppo docente di reggere l’urto senza disgregarsi.

Dunque questa è una lezione, come voi avete sentito il bisogno di mettere in scena, in uno spazio di mediazione i vostri drammi piccoli e grandi, così ne hanno bisogno i nostri adolescenti a scuola.

Cosa è che ha reso possibile questa ‘messa in scena’?
Innanzi tutto il fatto che voi avete esperito che il gruppo costituiva una ‘rete da circo’ che non vi lasciava cadere in terra, e questo non è avvenuto subito e non è avvenuto per caso; la missione dei nostri ‘conduttori di gruppo’ era appunto questa: fare in modo che il gruppo vi meritasse e che voi meritaste il gruppo; c’è una reciprocità forte tra gruppo ed individuo, tra gruppo e suo conduttore che tesse legami forti ed offre a ciascuno la fiducia di poter essere sostenuto. Questo è avvenuto perché la missione del lavoro di gruppo era il gruppo stesso, non sarebbe accaduto se la missione fosse stata quella di produrre un qualsiasi prodotto. E quando il gruppo è stato forte sono venuti fuori - copiosi - i prodotti. Come noi diciamo, per poter apprendere dall’esperienza occorre che il campo di forze complesso in cui operiamo sia bonificato da emozioni distruttive, da azioni senza pensiero. E’ come nei campi minati: occorre che le mine siano ritrovate per essere disinnescate; finché stanno sepolte sono fonte di angoscia paralizzante e di disperata difesa dell’immobilità.

Per poter pensare è stato necessario liberarsi di alcuni “fantasmi persecutori” : MIUR, INVALSI, PISA, PEI, PIP, PEP, BES, DSA, …. Ad un certo punto c’è stata un’orgia di sigle che veramente dava l’idea di un caos ingestibile, di una catena persecutoria da cui è impossibile liberarsi. Queste paure sono state accolte ed insieme respinte, confinate dove non potessero far male, quasi tutti i gruppi sono stati capaci di vincere questo attacco riscoprendo se stessi e la forza delle proprie esperienze.
In realtà questi fantasmi rappresentano contenitori rigidi che impediscono il pensiero; solo attraverso il gruppo, che ha aiutato a vincere il senso di solitudine e di impotenza di ciascuno, questi contenitori rigidi hanno cominciato ad incrinarsi per lasciare spazio al pensiero che è tale solo quando è autenticamente creativo.

Una seconda gabbia che si è dovuta aprire è quella del senso comune. Il linguaggio riflessivo e scientifico estrae i termini dal contesto quotidiano per farne un uso specializzato produttivo di nuovo senso. Ma per poter operare questa distinzione occorre separarsi dal senso comune. Abbiamo visto come solo a nominare certe parole un brivido percorre le menti di tutti: portfolio, valutazione …. ma anche ‘face book’, auricolari, cellulare, tablet etc… Il nostro Irvin ci ha fatto vedere come è possibile utilizzare conoscenze frammentarie, inconsapevoli, comportamenti coatti per rimetterle insieme e costruire un senso. Ricomporre un “quadro di civiltà” rimettendo dentro la trama degli eventi le emozioni che vi hanno circolato e riscoprire in questo modo il senso che hanno per noi oggi gli eventi del passato; interrogare il passato con le domande del presente è una “operazione storica” ossia operare con la storia per contribuire a costruire i nostri significati. Ed altrettanto avviene nel nostro laboratorio di matematica o in quello Terra Terra: sono laboratori per la costruzione di senso e non semplicemente luoghi in cui si trasmettono meglio delle nozioni. Così i seminari METIS dovevano servirci - e forse sono serviti - a ritrovare il senso che lega tra loro frammenti di esperienza e li trasforma in vera esperienza attraverso una narrazione condivisa. La ricomposizione di un quadro narrativo e poi anche cognitivo è avvenuta dopo che attraverso il gruppo abbiamo osato allontanarci dai contenitori rigidi che invece di proteggerci generano caos.

In questo modo si scopre un nuovo senso anche alle cose ‘spaventose’. Ad esempio possiamo scoprire che il portfolio molto prima di essere un oggetto dannato ed inquinato dalla bocca di una ministra odiata poteva essere invece un oggetto buono, utile a sostenere gli studenti nella loro traversata di ambienti di apprendimento e discipline le più diverse. E’ anche chiaro che il portfolio di cui parliamo è un oggetto nuovo e diverso rispetto a quello che ci fu presentato. E così oltre la valutazione persecutoria dei test pretesi oggettivi dell’INVALSI c’è la famosa ‘valutazione formativa’ che invece serve come il pane allo studente che cresce e che deve essere consapevole di come sta entrando in possesso delle sue facoltà e del suo progetto di vita.

Se tutto questo è realmente accaduto e non è frutto di una mia fantasia interpretativa allora da questo seminario ci portiamo via questo, che tutti i nostri sforzi devono concentrasi sullo sviluppo degli spazi di pensiero perché da questi viene la libertà necessaria a progettare, ad apprendere dall’esperienza, a lavorare in modo cooperativo e soprattutto la forza per poter accompagnare e contenere lo sviluppo tumultuoso e caotico di giovani che vivono oltre alla crisi tipica degli adolescenti anche la crisi di adulti che hanno smesso da molto di esercitare in modo adeguato la propria funzione nei confronti dei giovani.
 

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