Sogni e bisogni, pensiero e azione

Un incontro con don Roberto Sardelli

Ieri pomeriggio ho incontrato Roberto Sardelli e visto un bel documentario sul suo lavoro nelle baracche e nella Scuola Popolare 725. Un pezzo di storia importante alla presenza del suo protagonista. Una storia altrettanto significativa di quella di Don Milani e per noi ancor di più perché si svolgeva nei contesti urbani degradati. Anche Roberto Sardelli è un prete ed ha avuto molte difficoltà con la chiesa, non è diventato neppure parroco, ha dovuto respingere a lungo la carità pelosa di chi voleva – come diciamo noi – rispondere ai bisogni per impedire i desideri e quindi per impedire la presa di coscienza delle persone. Ha organizzato insieme ai baraccati dell’acquedotto Felice una grande occupazione di case che ha levato migliaia di persone da una condizione di degrado intollerabile.
Ieri sera tra molti antichi compagni di lotta ci si chiedeva come mai si è perso quello spirito di comunità che c’era al tempo delle baracche, forse che il benessere impedisce la socialità?

E’ una domanda vera a cui è difficile dare risposta.
Di storie così ne ho visto e vissute molte a cominciare dal vituperato 68. Ma ho sentito le storie di chi ha vissuto la guerra e le miserie del dopoguerra, le storie dei reduci dai campi di prigionia, degli operai con cui ho organizzato ‘epiche’ lotte negli anni settanta ed in tutte si verifica il medesimo fenomeno. Qualcuno incolpa la natura umana che sarebbe fondamentalmente egoista: una volta raggiunto l’obiettivo diradano le frequentazioni dell’altro. Bisogna star male per conoscere la solidarietà. Bisogna sperare di non vincere nessuna battaglia perché dopo saremo delusi? Qualcuno infatti evita a tutti i costi di concludere imprese importanti e si ritrae davanti al filo di lana del traguardo.

La mia esperienza mi dice che aggregarsi intorno ad un bisogno è una necessità ma al tempo stesso un pretesto per stabilire un contatto con l’animo dell’altro e trovare le ragioni di un impegno comune, di una reciprocità gratuita che fa profondamente bene all’esistenza di ciascuno perché interpreta l’umano, realizza il vivere sociale dell’uomo.

In tutte queste esperienze c’è al tempo stesso un sogno e un obiettivo politico-sociale: il sogno di una fratellanza umana e l’obiettivo di liberare se stessi ed altri da condizioni materiali degradanti, dall’oppressione della violenza, dalla subordinazione ai potenti. Tuttavia l’azione prevale sul sogno, molto poco ci si ferma a coltivare i sogni a sviluppare quella conversazione umana che è la vera forza dei movimenti. Spesso il sognatore, l’ispirato è uno solo o un piccolo gruppo, spesso il sognatore ritiene di aver ricevuto una illuminazione o direttamente dal padreterno o da qualche decisivo santo laico, difficilmente riesce a convertire l’illuminazione in una esperienza condivisa. Tutti quelli che sono stati protagonisti di queste lotte sono stati profondamente democratici ed umili relativamente agli obiettivi sociali, ma non sono riusciti, e non potevano riuscire nelle condizioni date, a condividere l’illuminazione o il sogno, cosicché alla fine dell’impresa restano sbalorditi e delusi di vedere pochi compagni a continuare la lotta intraprendere nuovi progetti.

Le descrizioni di don Roberto della vita della baracca 725 mi fanno capire che di giorno e di notte intorno alla stufetta che di calore ne distribuiva ben poco, ardeva il fuoco di un sogno che ciascuno poi portava nella sua baracca pronta a restituire con un invito a cena quel calore distribuito. Raggiunto l’obiettivo della casa quel luogo fisico di scambio non c’era più ed è stato difficile ritrovare altrove un luogo di scambio così intenso. Così come è stato difficile per tanti protagonisti di importanti lotte ritrovare quel calore dello stato nascente tanto che si sono trasformati ben presto in reduci piuttosto che continuatori.

So troppo poco della baracca 725 per sapere se questa interpretazione possa essere condivisa ma so invece per certo che questo è stato il processo che io stesso insieme a migliaia di persone che hanno sposato una qualche causa sociale negli anni settanta abbiamo attraversato e so per certo che oggi sono molti di più i reduci che non i continuatori.

Per parte mia cerco di tenere al centro il sogno e la solidarietà umana che nasce dal riconoscimento della intima fragilità di ciascuno di noi. C’è un metodo per fare questo, c’è un luogo dell’animo ed un luogo fisico in cui custodire il fuoco sacro dei sogni e pur districandomi ogni giorno, tra fatture contratti, accordi di rete, campagne di raccolta fondi e quant’altro, so che tutto questo è secondario e strumentale rispetto a tenere insieme un gruppo ampio di sognatori. Spero proprio che i giovani con cui lavoro sappiano raccogliere prima di ogni altra questa sola eredità.
 

 


 

 

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