Qualcuno è più speciale

Se tacessimo tutti alfine…

Per quaranta secondi ho taciuto, ma voi no, non avete retto 40 secondi e non avete potuto ascoltare quello che ho ascoltato io. Ora  provo a dire quello che ho sentito:

…se tacessimo tutti alfine tacessero madri e maestri tacessero profeti e savonarola tacessero i bambini e i loro cani e anche gli uccelli facessero silenzio e non ruggissero gli animali altrove se l’acqua si fermasse e il mare si acquietasse per  un solo momento non si muovesse foglia intorno non volassero api e calabroni non si intonassero inni nè canzoni potremmo ascoltare insieme finalmente l’universo che ride…. (Carla Collesei Billi)

All’universo non si addice la parola ma la contemplazione, quella che nasce dopo il naufragio della parola e fa in modo che siamo completamente invasi dalla realtà invece che distinguerci da essa: è ciò che i mistici chiamavano lo svuotarsi di sé per poter accogliere Dio. Bene.

Abbiamo sentito cose utili su possibili ‘strumenti’ di indagine e di intervento, su come compilare doverosamente nuovi documenti, sulle norme, su come si combattono le battaglie per l’essenziale e soprattutto avene appena ascoltato la professoressa Parrello il cui punto di vista è essenziale per capire come un gruppo di giovani professionisti possa affrontare le realtà difficili che i maestri di strada affrontano nella periferia di Napoli.  Ma ora vi dico che è il momento di mettere a tacere tutto questo e pensare che niente di quello che è stato detto è possibile se noi non adottiamo innanzi tutto un atteggiamento contemplativo nei confronti di tutti i nostri allievi, se noi non riusciamo a guardarli lasciandoci invadere da quello che sono, se non li conosciamo nel senso profondo indicato dalla contemplazione, se non stabiliamo per un momento uno stato fusionale.  Ripeto senza timore che la relazione educativa è una relazione d’amore; non è l’amore romantico, o il colpo di fulmine, o l’amore finto e melenso delle coccole, è un amore costruito che deriva dalla conoscenza. “Se lo conosci lo eviti”, e quante volte il primo moto di fronte ad allievi aggressivi e distanti è quello di evitarli, ma se andiamo oltre la barriera della nostra aggressività, se conosciamo in profondità l’altro non possiamo non provare amore, non possiamo non riconoscerci nell’altro. E ritorna l’universo che ride, perché solo se ci rendiamo conto che l’universo di noi non si interessa affatto, che gli siamo del tutto indifferenti, solo se ci rendiamo conto di essere smarriti, fragili e non amati possiamo capire quanto le fragili esistenze che ci sono affidate abbiano bisogno innanzi tutto di essere viste e considerate. Solo se ci rendiamo conto di essere impediti in qualsiasi movimento reale  in un universo incommensurabile possiamo capire come si sente una persona impedita nei movimenti essenziali.

Di queste cose, di questo modo di pensare se stessi si intendeva molto Leopardi, che la mia defunta sposa definiva il più solo dei poeti, che dalla solitudine - in cui si intrecciava la fragilità di fronte all’universo, il malessere fisico, la freddezza sperimentata nelle relazioni familiari -  lanciava un appello niente affatto pessimistico: quello della solidarietà umana senza della quale la vita civile non è possibile.

 Ripetiamo che la diversità è ricchezza, che i portatori di handicap sono ricchezza. Anche una miniera d’oro è ricchezza ma solo se l’oro viene scavato e faticosamente estratto dalle rocce. La ricchezza contenuta nelle vite delle giovani persone che crescono va coltivata.  Molti anni fa ho fatto a tempo a conoscere direttamente ‘lo scemo del villaggio’ un uomo affetto da un deficit mentale grave che si aggirava per le strade del rione emettendo mugugni e cercando di comunicare o chiedere qualcosa coi gesti. La sua presenza era rassicurante, io bambino lo incrociavo tutti i giorni quando andavo a fare le commissioni per mia madre ed era l’unica persona che riconoscevo e che mi riconoscenza nel rione. Anni dopo ricostruisco che la protezione sociale che c’era nei confronti di quell’uomo rassicurava anche me, che se era possibile per lui una vita accettabile lo era a maggior ragione per me. Quell’uomo era un ‘indicatore’ del clima sociale e rassicurava tutti quelli che per qualche motivo interiore dovuto all’età, ad un momento di sconforto,  si sentivano altrettanto ‘idioti’. Del resto la letteratura russa dove si respira spesso l’aria di comunità prima che appaiano gli individui, ha fatto dell’idiota una figura emblematica, quella che svela a tutti la verità profonda del mondo.

Dunque se noi ci curiamo di tutti e soprattutto di quelli che sono limitati fisicamente o funzionalmente, di quelli che sono limitati da dolori non elaborati, fragilità non viste, amore non ricevuto, se noi mettiamo al centro del lavoro educativo la cura, allora la cura di uno diventa la cura di tutti.  Come si fa a curarsi individualmente  di ciascuno in una classe di 28?  Se vi trovate in una classe con una parete di vetro esposta ad est, se tutti i bambini sono disturbati dal sole che si riflette sui banchi, se vi accorgete che uno solo addirittura viene colpito negli occhi, se lo invitate a ruotare leggermente il banco per evitare  questo, voi gli dimostrate che lo vedete e capite, che siete lì proprio per lui; che lui è più speciale degli altri. E gli altri capiscono che anche loro sono più speciali e possono essere visti come individui, che verrà il loro turno. E capita anche che un bambino a bella posta si faccia andare il sole negli occhi in modo da godere di quella speciale attenzione in precedenza riservata al compagno: sono gli effetti collaterali  dell’amore pedagogico che accettiamo con gioia. Dunque se abbiamo conosciuto e vogliamo conoscere i nostri allievi in modo profondo troveremo uno sguardo ed una parola speciale per ciascuno qualsiasi sia il numero degli allievi ed in più aiuteremo loro stessi a considerarsi speciali l’un l’altro. Il grande  assente da alcune delle proposte tecniche che abbiamo ascoltato è la relazione reciproca tra gli allievi di una classe.  Se la classe non è ricca di legami interni, se non è una piccola comunità, non esiste integrazione né dell’allievo portatore di difficoltà, né per quello demotivato: la ricchezza che associamo al disagio non è quella dello sguardo pietoso del docente, o delle risorse umane e tecniche che gli dedichiamo, ma è quella delle relazioni di cura che tessiamo intorno alla persona che vive il disagio. Se voi avete sperimentato questo sapete anche che i più generosi, i più determinati nell’aiuto, quelli che crescono nelle relazioni d’aiuto sono in primo  luogo i giovani che si sentono a loro volta deprivati, che curano l’altro per curare se stessi. Una classe in cui non sia possibile aiutarsi è una classe deprivata, che castra una facoltà umana fondamentale.

Se sparissero tutti i trattati di psicologia, pedagogia antropologia e restasse solo il principio della cura, avreste in mano tutte le carte per fare un buon lavoro educativo. Perché la cura è responsabilità, rende unico e speciale ognuno, e aiuta anche nelle scelte tecniche e logistiche perché un lavoro ben fatto non a caso lo chiamiamo accurato. E’ quello che all’inizio di questo incontro ho chiamato ‘esserci’ stare nella relazione educativa con tutto se stessi, essere una presenza.

Ma se questo accade, se veramente entriamo in una relazione profonda, se entriamo in contatto con il disagio ed il dolore esistenziale a nostra volta possiamo essere invasi e destabilizzati dal dolore, ed è per questo che noi Maestri di Strada riteniamo prioritario il sostegno alla persona del docente. Il benessere del docente è una ‘fattore di produzione’,  è un ferro del mestiere. Un docente stressato, scontento, deluso ed infelice  non può fare un buon lavoro, è lui stesso portatore di un bisogno educativo speciale.  Per questo motivo è tanto importante il lavoro che fa la professoressa Parrello con tutti i maestri di strada, e su questo non dico altro se non presentarvi di persona i maestri di strada. Le persone che ora sono alle mie spalle sono tutte giovani, qualche volta mi sembrano quasi minorenni, eppure queste persone nel giro di tre anni hanno fatto risorgere dalle ceneri una metodologia era stata distrutta dalla sottrazione di tutte e risorse da parte delle istituzioni (e ancora non sappiamo chi e perché lo abbia deciso) e dal lutto per la perdita della  persona più significativa del progetto.  Queste giovani persone senza esperienza e senza neppure una identità riconosciuta – cosa fa un educatore, uno che non ha nessuna disciplina da insegnare? – in questo momento stanno aiutando i docenti di circa trenta classi di terza media e soprattutto stanno aiutando almeno un centinaio di giovani che hanno difficoltà più o meno grandi a stare in classe e ad apprendere le discipline scolastiche. Hanno faticato ad essere accettati dagli allievi e dai docenti, ma alla fine sono riconosciuti e si riconoscono perché abbiamo tenuta viva la loro capacità di riflessione, la possibilità di rielaborare le infinite sconfitte che costellano il lavoro educativo anche quando ha successo.

E penso a migliaia di loro colleghi che hanno le stesse potenzialità e che sono ‘rottamati’, ridotti a problema sociale – la disoccupazione giovanile  - quando invece sono una vera risorsa. Noi abbiamo creato una occasione di mettersi in valore ed insieme di aiutare tanti altri a fare meglio il proprio lavoro, e lo abbiamo fatto usando innanzi tutto le risorse di pensiero, ossia quella stessa materia che pretendiamo di proporre alla generazioni più giovani.  I giovani che sono alle mie spalle sono la dimostrazione che è possibile tirarsi fuori dal pantano in cui autorità incapaci ci hanno gettato, che è possibile trovare energie vitali proprio la dove altri vedono solo problemi e bisogni.

 PS - Sono intervenuto in rapida successione alla giornata di studio Qualcuno è più speciale e alla apertura, nella sesta municipalità, del progetto di recupero della dispersione di una rete di scuole in cui è coinvolta l’associazione Maestri di Strada. Ho detto cose simili a pubblici diversi, in un registro diverso, ma non ricordo bene quello che ho detto in ognuna delle due occasioni, può darsi quindi che qui riporto alcune cose dette altrove.  
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