L’anima del progetto Chance

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Tempo fa uno scienziato cattolico integralista (appena un po’ !!) andava dicendo che i comunisti valevano poche centinaia di lire perché a tanto ammontava il prezzo delle materie prime di un corpo umano levata l’acqua che ne costituisce una gran parte, ma soprattutto levata l‘anima in quanto i comunisti sono senz’anima.  Una bella trovata. Sono secoli che c’è gente che ogni tanto si pone il problema della sede fisica dell’anima e fornisce risposte più o meno metafisiche. Io ho un problema ancora più complicato: mi sono convinto che il Progetto Chance abbia un’anima e devo scoprire dov’è per poterla salvaguardare dal peccato e dal diavolo.

In questo momento il Progetto, come previsto è finito: continuano alcune funzioni vitali essenziali, ma entro venti giorni verrà staccata la spina. Molti sono pronti a farlo vivere, a rialzarlo, ma noi abbiamo paura che nel frattempo l’anima sfugga.

 Giovedì 24 settembre 2009 nell’agorà (nome nobile ed impegnativo) di Istituto professionale Ponticelli c’erano cinquanta persone tra “genitori sociali” educatori, psicologi, pedagogisti, docenti. Abbiamo preso atto delle attività che stanno funzionando, abbiamo sentito in modo acuto la difficoltà di persone che stanno cercando di produrre il massimo di serenità ed equilibrio in una situazione in cui sentono che non solo sta finendo il progetto, ma anche  una loro fonte  - precaria  - di reddito.

Dunque era al centro dell'agorà l’anima del progetto. Gli studiosi delle organizzazioni la chiamano ‘comunità di pratica’; gli studiosi delle organizzazioni scolastiche la chiamano ‘comunità di apprendimento’.

Che cosa è? è un luogo di scambio umano tra professionisti  che confrontano sistematicamente il lavoro che svolgono con la propria struttura mentale e psichica, che apprendono il mestiere di educatore mentre lo fanno, che devono tenere ogni giorno un ‘dialogo di vita’ difficile e doloroso per il dolore che sono costretti a vedere e tollerare, per il dolore che gli viene inferto da attacchi al ruolo e alla persona.

Nella comunità di pratica  - non sono parole mie – si parla un linguaggio niente affatto neutro o oggettivo, ma un linguaggio intriso delle emozioni e delle relazioni in cui si sviluppa. Tutto questo ha dei luoghi e dei modi di svolgimento che sono peculiari ed unici: noi lavoriamo sistematicamente e frequentemente a far funzionare la comunicazione tra operatori e con i giovani, una comunicazione che parte dal vivere insieme e non dalla mera applicazione di regole linguistiche.

Una simile organizzazione ci consente di elaborare il dolore e le sconfitte, di apprendere dalle sconfitte, di accettare le sfide che le sconfitte pongono al pensiero e alla persona.

Una simile organizzazione ci ha permesso per undici anni di sostituire senza gravi traumi le persone che lasciavano il progetto e addirittura di tollerare per tre anni una riduzione dei mesi di scuola reali e impiantare un lavoro tanto complesso con docenti precari che stavano con noi per pochi mesi. Questa organizzazione è quindi sana e vitale ed ancora in grado di accogliere  nuove persone, di accettare la sfida di una generalizzazione consistente.

Ma occorre salvaguardare le condizioni materiali perché l’anima del progetto sopravviva e possa permeare di sé le persone  che intendono continuare questo lavoro.

Dunque noi sappiamo che la sede materiale dell’anima è in mezzo a quelle cinquanta persone; sappiamo che tutte quelle persone possono essere a più riprese sostituite, ma che non possiamo eliminare quel momento di confronto. Il re persiano Serse esibiva in battaglia un corpo militare di ‘immortali’: aveva una scuola e una organizzazione e soprattutto dei legami tanto forti tra i guerrieri (persino di tipo erotico si suppone), che era possibile sostituire all’istante i caduti.  Noi non ci troviamo in una situazione così cruenta ma certamente abbiamo dimostrato con i fatti che ‘l’immortalità dell’anima’ è possibile.

Dunque la partita che stiamo giocando è questa. E mi pongo di nuovo la domanda: ma si può fare una manifestazione con uno striscione in cui  c’è scritto: vogliamo salvare l’anima?

L’unico modo che abbiamo è far vivere l’anima del progetto tra la gente, far sentire a tanti questo soffio lieve in grado di rendere preziosa una esistenza umana i cui componenti chimici valgono poche centinaia di euro.

Così abbiamo pensato ad una manifestazione diffusa in cui tanti piccoli gruppi, collegati tra loro  attraverso vari canali comunicativi, per cinque minuti pronuncino insieme le parole che vengono dalle voci dimenticate della città.

In altra sede daremo le indicazioni pratiche per realizzare questo grande evento  educativo in cui la città cerca di educarsi, di tirarsi fuori da una condizione di minorità rispetto a palazzi che in realtà hanno perso da tempo tutto il potere tranne quello di impedire ai cittadini di riconoscersi la propria anima e la propria capacità di convivere e di far crescere le nuove generazioni.

All’assessore Gabriele, al Presidente Bassolino che stanno mettendo la loro buona volontà dico che questo non basta. Noi non siamo questuanti alla ricerca di un posto di lavoro, o di  realizzare un progetto che soddisfi la nostra vanità, noi abbiamo l’ardire e la pretesa di dire che stiamo ponendo un problema civile che non merita di essere trattato come mero problema tecnico amministrativo.

C’è un modo specifico - tecnico, finanziario, amministrativo - per affrontare le tematiche che poniamo, che ha una validazione scientifica e di esperienza in numerose realtà, occorre quindi una decisione politica e culturale che indichi con chiarezza che bisogna battere strade  giuridicamente e amministrative chiare e solide, ma profondamente diverse dalle prassi che portano la scuola napoletana – e non solo quella -  a ingoiare molti milioni di euro di progetti e contemporaneamente a produrre un numero accresciuto di dispersi.

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